Enrica, la fragilità di esistere e la sua fine per fame

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La chiamerò convenzionalmente Enrica.

Si lasciò morire di fame, l’ho scoperto venticinque anni dopo. Enrica era una mia amica di gioventù, quando, finito il sessantotto ed esauritasi la sua spinta politica, cominciai a frequentare il mio vecchio quartiere di periferia e tentai di prolungare quella mia personale stagione coinvolgendo un gruppo di ragazzi più giovani, strettisi attorno a un vice parroco generoso e di idee avanzate, in un progetto di integrazione di altri ragazzi più sfortunati che, per i tempi e la classificazione sociale che toccava loro, venivano definiti handicappati.

Enrica non vi partecipò se non marginalmente: a 17 anni viveva di suo sul margine dell’esistenza. Stava rompendo con la sua famiglia e quando, qualche tempo dopo, consumò quella scelta lo fece con grande durezza riferendo cose terribili cui si stentava a credere. Enrica era un’adolescente tormentata dall’abisso che separava i suoi miti dalla realtà quotidiana. Nei suoi orizzonti c’erano un po’ di Hermann Hesse, o meglio la sua vulgata, il pacifismo di Gandhi, cieli azzurri solcati dal volo di rondini scomparse dalle nostre città, il segno di un ritorno alla natura che tanto meno trovava spazio nello sviluppo cementizio della periferia torinese di quel tempo. Avrei detto che anche per Enrica sarebbe arrivata l’età adulta e, con essa, la resa dei sogni. O preferii pensarlo lasciandomi assorbire dal lavoro e dopo aver cambiato casa, quartiere, vita.

Per la verità, inizialmente persi contatto con l’ambiente tranne con alcune persone, fra cui c’era Enrica.

Con lei mi sentivo al telefono: pure lei si era spostata di casa, ma di appena poche centinaia di metri; si era sistemata in un alloggetto minuscolo ricavato da una nicchia di quello di una delle sue nonne. Che era diventata l’unica familiare di riferimento. Ma anche con lei Enrica teneva una certa distanza: le separava un muro maestro ma si sentivano per telefono. Così lei mi riferiva. Mi raccontava che la nonna le lasciava il mangiare sullo stuoino davanti alla porta di casa che lei non apriva a nessuno. Per questo, la volta che andai a trovarla per meglio rendermi conto dei suoi racconti, rimasi fra gli stipiti di quella porta e l’ingresso: il suo appartamento era praticamente un corridoio. Enrica non se ne lamentava. A quel tempo aveva già abbandonato la scuola e iniziato a lavorare: teneva in modo ostinato a essere autonoma anche ai suoi vent’anni. L’avevano assunta in una cooperativa sociale che si occupava di assistere anziani ex ricoverati nell’ospedale psichiatrico di Collegno, uno dei più grandi d’Italia. Non c’erano risorse per i matti e pochi li volevano fuori di là. Così le comunità post manicomio furono aperte nei locali del manicomio.

Enrica faceva i turni in una di quelle comunità. Il suo lavoro consisteva nell’occuparsi dei bisogni fisici dei ricoverati: pasti, igiene personale, pulizia. Non era gratificante e non lo considerava gratificante. Imparò a compensare la distanza dai suoi sogni con strani acquisti che l’avevano introdotta, suo malgrado, nell’odiato mondo del consumismo.

Ma a modo suo: Enrica era una bellissima ragazza – alta, slanciata, occhi scuri – e avrebbe potuto mettersi il mondo ai piedi. Si nascondeva invece in abiti maschili. Era insicura e non aveva di conseguenza grande fiducia nei propri mezzi. Ho capito poco di lei. Fra quel poco il suo senso di inadeguatezza che, temo, la portò ad attraversare i suoi ultimi quindici anni di vita in una progressiva solitudine divenuta totale. Come la sua fine ha certificato. Trovata morta ai suoi 35 anni a giorni e giorni dal decesso. E solo perché Enrica aveva lasciato “in vita” dopo di lei la sua radio, a volume altissimo. I vicini, o una vicina, non so bene, finirono per insospettirsi di quella musica h24 e avvertirono la forza pubblica. Un vigile del fuoco salì sull’autoscala sino all’abbaino di Enrica e fu così che la si rinvenne. Non conosco i particolari e comunque non hanno importanza.

Aveva lasciato anche lei il nostro quartiere di periferia. Forse dopo la morte della nonna. Che era il suo silenzioso angelo custode. Ricordo che una volta mi disse: «ho preso lo stipendio e l’ho speso tutto per comprarmi un kimono. Settecento mila lire». Aggiunse con calma: «dovrò digiunare tutto il mese». Sapevo che la nonna avrebbe provveduto.

Quella volta non pensai che la nonna non avrebbe potuto accompagnare a lungo l’esistenza di Enrica. Quando, anni dopo, la incrociai per caso in quella stessa strada, affollata, dove era andata a vivere e in seguito a morire, non ebbi il coraggio di sostenerne lo sguardo: mi trafisse come un muro sgretolatosi improvvisamente. Ricordo che non mosse un muscolo facciale. Non diede alcun segno di avermi riconosciuto. Passò oltre con la perfezione del gesto e dell’incedere solitari, granitici per come risaltavano in mezzo a una folla distratta di passanti.

Molto dopo credetti di averla rivista. Uscivo dalla sede del giornale per cui lavoravo. Quella volta in strada c’eravamo solo io e la donna che scambiai per Enrica. Procedeva in bici – una vecchia bici da uomo, di colore nero, un sellino per bambini montato sulla canna – un po’ a zigzag, lentamente. Mi fermai ad attenderne il passaggio, per salutarla. Era a non più di una trentina di metri. Ero sicuro che fosse lei: indossava i soliti jeans, la camicia bianca di taglio maschile della volta precedente. Solo il viso mi apparve più segnato e i capelli molto più bianchi. I primi erano comparsi nella sua folta chioma nera degli ultimi nostri incontri quando Enrica forse non aveva ancora 25 anni. Quei trenta metri che allora ci separarono furono la distanza più breve fra di noi in tutte le nostre esistenze successive, perché la donna che credetti fosse Enrica piegò il manubrio di lato e tornò indietro. Rimasi a guardarne la schiena che si allontanava. Ed ebbi un improvviso e consolatorio pensiero (per me e i sensi di colpa nei suoi confronti) fermando lo sguardo sul profilo di quel sellino per bambini: era sciupata ma doveva essere diventata madre, chissà come e perché ho sempre creduto che un figlio l’avrebbe salvata più di un uomo, un compagno di vita. Era il 2012 (ho ricostruito) ed Enrica era morta da più di sei anni.

Avrebbe dovuto compiere quarant’anni e invece è rimasta per sempre una quasi trentacinquenne. Un’età, per i nostri tempi e quegli stessi anni Novanta, in cui si fanno ancora grandi progetti. Il suo fu quello di lasciarsi morire di fame con una radio accesa per compagnia sulle note della sua musica (ultimo estremo tramite con la vita). E che sarebbe diventata la suoneria dell’allarme per far riconoscere la sua terribile fine a chi rimaneva dopo di lei.

Mi hanno raccontato che la chiesa vicina alla sua soffitta nel centro di Torino si riempì di facce a lei note il giorno del suo funerale, che ci fu grande commozione e che una rondine comparve in alto sull’abside. Disegnava cerchi concentrici sotto la cupola della chiesa. Chi me lo ha riferito non aveva mai parlato di quella visione: le era stato molto vicino un tempo e sapeva bene che la gaiezza delle rondini era per Enrica il segno di una felicità mai provata, per quanto sfuggente possa passare nelle nostre esistenze.

È stato quando una delle mie esistenze si è faticosamente conclusa che ho provato a riannodare i fili delle precedenti. Quei fili, per me, sono fatti di persone, forse solo di ricordi di persone. Enrica rimarrà un ricordo. Se ne scrivo adesso è per restituire dignità alla sua breve e tormentata esistenza: se ne è andata poco per volta, come chi si era abituata a non mangiare e a sopportare i morsi della fame. Quasi fossero state prove generali in attesa di perfezionare una disperata perfetta solitudine. Un ultimo ex fidanzato da lei allontanato aveva cercato di offrirle sostegno. Una buona madre di famiglia si era recata più volte a bussare alla sua porta. Il marito della donna, incontrando casualmente Enrica era stato preso a male parole da lei. Che non cercava, non voleva aiuto da nessuno.

Ho tentato di ricostruire quel suo ultimo tempo di vita e non vi sono riuscito. Ho solo raccolto brandelli di sensazioni. E pochi passi di Enrica nella vita sociale: dopo la coop di Collegno non so che abbia fatto come lavoro, ho appena appreso di un suo rapido passaggio per il Gruppo Abele, dove avrebbe lavorato in un laboratorio di pellami, ma nessuno dei vecchi dell’associazione la ricorda: Enrica non lasciava tracce dietro di sé.

Nel corso dell’ultima nostra telefonata (la chiamavo io e ne ascoltavo qualche confidenza e i tanti silenzi) mi disse che aveva una relazione sentimentale con uno psichiatria. Me ne fece anche il nome. Per questo motivo pensai che fosse finita in un servizio di salute mentale, come paziente. In questi mesi ho cercato inutilmente di scoprire in quegli ambienti eventuali tracce della sua disperazione. Ho incrociato silenzi e pure imbarazzo che ho scambiato inizialmente per reticenza. Condizionato da risposte interlocutorie del tipo “ti faccio sapere” senza alcun seguito. Nemmeno per comunicare: “non si sa niente della tua amica”. E poi ho pensato a una donna che doveva avere l’età di Enrica quando si tolse la vita. Fu la volta che uno psichiatra mi chiese un colloquio dopo la pubblicazione di Il manicomio dei bambini, dandomi appuntamento nell’ambulatorio dove visitava più di un suo collega. Era una bellissima mattinata di primavera. Ma una volta varcata la soglia di quel servizio pubblico mi trovai immerso in un buio profondo. Attesi il colloquio seduto accanto a una donna riversa su se stessa e sulla sua depressione. Capii l’importanza delle imposte, spalancate alla luce del sole, il giorno che venni invece invitato a Gorizia a parlare delle mie storie di bambini internati in manicomio ai loro 2-3 anni di età: gli psichiatri basagliani di quel servizio pubblico avevano ottenuto, in mancanza di altri spazi disponibili, di ristrutturare completamente una delle antiche palazzine del primo manicomio che la rivoluzione basagliana aveva rivoltato da capo a piedi. La luce del sole riempiva quelle sale sin negli angoli. Tornai a Torino con una sensazione nuova per un profano: avevo conversato con tante persone, soprattutto donne, e a stento ero riuscito a distinguere gli operatori dai loro utenti.

Da ultimo ho parlato con quell’ex giovane vice parroco che aveva radunato attorno sé il gruppo di ragazzi della mia antica periferia in cui si era intrufolata Enrica. Aveva cercato di tenere i contatti con lei sapendola tormentata e sofferente: «quando mi spostarono in una parrocchia di vera frontiera, finii per perderla di vista. Se non eri tu a cercarla, lei non ti cercava». Enrica sapeva rendersi invisibile, come chi, volente o nolente, impara a camminare rasente i muri. Quegli stessi muri, altrettanto invisibili, che scortano le esistenze di persone come Enrica. Cui non si riesce a dare un aiuto per tempo. Finché c’è tempo anche per loro di guardare avanti.

About Alberto Gaino

Alberto Gaino, giornalista a "il manifesto" nei primi anni Settanta, dal 1981 è stato cronista prima a "Stampa Sera", poi a "La Stampa". Negli ultimi 24 anni del suo lavoro si è occupato essenzialmente di cronaca giudiziaria. Ha seguito le principali inchieste della magistratura svoltesi a Torino. Da ottobre 2013 è prepensionato. Ha scritto, da ultimo, "Il manicomio dei bambini. Storie di istituzionalizzazione", Edizioni Gruppo Abele, 2017.

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