Davide Casaleggio e i “paradossi” della democrazia

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Sostiene Davide Casaleggio, in un curioso articolo comparso sul Corriere della Sera dello scorso 17 settembre, che «nell’era della cittadinanza digitale siamo entrati in un dilemma culturale schiacciato tra le abitudini consolidate e le nuove opportunità che ci offre la Rete e le tecnologie esponenziali», sicché «aggrapparsi alle tradizioni ignorando le possibilità del presente crea sette brevi [?] paradossi della democrazia». Tradotto in italiano: le abitudini consolidate impediscono di cogliere appieno le nuove opportunità offerte dall’informatica, che pure, sul terreno della democrazia, consentirebbero di risolvere sette paradossi.

I paradossi – in realtà incongruenze: e, per di più, apparenti – sarebbero i seguenti. L’intervento del rappresentante al posto del rappresentato dovrebbe essere l’eccezione e, invece, è la regola. Usiamo continuamente la tecnologia nel quotidiano, ma abbiamo paura del voto on-line. Chi si lamenta della bassa partecipazione è lo stesso che rifiuta gli strumenti di partecipazione informatica. Anziché far valere le nostre idee partecipando alla democrazia elettronica, critichiamo le idee di chi partecipa. Gli esperti dovrebbero mettere i cittadini nelle condizioni di decidere, non decidere al loro posto. Chi si lamenta del mancato rispetto delle istituzioni è lo stesso che delega le decisioni ai dirigenti di partito. La partecipazione digitale consente a tutti di intervenire, anche a chi è in disaccordo con la maggioranza.

Oltre a rilevare come non sia vero che la e-democracy produca di per sé partecipazione (lo dimostra lo scarto abissale esistente tra i voti conquistati dal M5S alle politiche del 2018 e i partecipanti alla piattaforma Rousseau), alla marmellata argomentativa di Casaleggio si può rispondere con due semplici considerazioni.

Innanzitutto, mettendo in luce una distinzione che Casaleggio evidentemente ignora: quella tra delegati e rappresentanti. La spiega chiaramente proprio Jean-Jacques Rousseau nel capitolo 15 del Libro III del Contratto sociale (è un testo del XVIII secolo, è vero, ma ne esiste sicuramente una versione e-book). Rappresentante è colui che agisce autonomamente, interpretando esigenze, aspettative, volontà del rappresentato: che opera, cioè, senza vincoli, esercitando un mandato libero. Delegato (Rousseau parla di «commissario») è, invece, colui che, vincolato alle istruzioni ricevute e tenuto a richiederne di nuove al mutare del contesto politico, opera quale semplice portavoce della volontà popolare. Ciò inficia e disarticola la distinzione dicotomica tra democrazia diretta e democrazia rappresentativa fulcro dell’ideologia casaleggiana. In realtà, i modelli democratici sono tre. Democrazia diretta: si ha quando i cittadini decidono personalmente. Democrazia indiretta: ricorre quando i cittadini decidono tramite delegati vincolati a rispettare le istruzioni ricevute. Democrazia rappresentativa: coincide con l’affidamento ai rappresentanti del compito di farsi liberamente fautori della volontà popolare. Cardine di tutti i moderni sistemi costituzionali è quest’ultima nozione di democrazia, com’è anche sancito nell’articolo 67 della nostra Costituzione, che proclama l’assenza di vincolo di mandato. Sicché, primo, quinto e sesto «paradosso» si risolvono assai semplicemente.

Il primo, perché l’intervento del rappresentante non può che essere la regola e quello del rappresentato l’eccezione (per esempio, quando i cittadini sono chiamati a esprimersi in una consultazione referendaria). Il quinto, di nuovo, perché – sebbene sia corretto non delegare tutto ai tecnici – normalmente i cittadini non sono chiamati a decidere direttamente nemmeno nelle questioni tecniche. Il sesto, perché non c’è – almeno nella teoria – contrasto tra istituzioni e partiti: al contrario, i partiti, se non ridotti a meri strumenti d’azione personale del leader, sono esattamente lo snodo necessario a mettere in collegamento la società con le istituzioni. Di seguito, rilevando che prendere decisioni politiche – cioè d’interesse della polis, della collettività – è ben diverso dal prendere decisioni private come comprare un biglietto del treno o fare un bonifico on-line. Il punto di caduta della democrazia diretta non è di ordine pratico (la sua impossibilità nelle società di massa, che oggi sarebbe venuta meno), bensì concettuale. Le istituzioni pubbliche non possono funzionare sottoponendo di continuo al popolo decisioni che provocano divisioni e fratture sociali. Come ha scritto Norberto Bobbio, «nulla uccide più la democrazia che l’eccesso di democrazia». Democrazia è discussione, non decisione. Democratico è chi si confronta apertamente con gli altri: a partire dalle proprie convinzioni, ma alla ricerca di un compromesso. La mera conta dei voti non produce decisioni democratiche, ma imposizioni di parte. Riducendo la politica a matematica, la democrazia diretta espone ciascun cittadino al rischio del dominio di una maggioranza avversa. L’esatto opposto dell’autogoverno che pure promette di realizzare. Il che vale a inficiare anche i restanti «paradossi».

Il secondo, perché – come accennato – l’utilizzo commerciale o ludico dell’informatica non ha nulla a che spartire con i processi decisionali democratici. Il terzo, perché è semplicemente indimostrato che l’informatica incrementi la partecipazione: al contrario, gli studi sul funzionamento della e-democracy rilevano una correlazione tra attitudine partecipativa “analogica” e “digitale”. Il quarto, perché la critica è l’essenza stessa della democrazia, che è sostanza delle decisioni prese ma anche forma delle stesse: in molti casi, il come si decide conta tanto quanto il cosa si decide. Il settimo, perché intervenire in disaccordo con la maggioranza quando ogni decisione è ridotta alla mera somma dei favorevoli e dei contrari configura un simulacro di democrazia. Meglio: un inganno che copre con veste democratica una realtà improntata alla sopraffazione numerica.

Francesco Pallante

Francesco Pallante è professore associato di Diritto costituzionale nell’Università di Torino. Tra i suoi temi di ricerca: il fondamento di validità delle costituzioni, il rapporto tra diritti sociali e vincoli finanziari, l’autonomia regionale. In vista del referendum costituzionale del 2016 ha collaborato con Gustavo Zagrebelsky alla scrittura di "Loro diranno, noi diciamo. Vademecum sulle riforme istituzionali" (Laterza 2016). Da ultimo, ha pubblicato "Contro la democrazia diretta" (Einaudi 2020) e "Elogio delle tasse" (Edizioni Gruppo Abele 2021). Collabora con «il manifesto».

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2 Comments on “Davide Casaleggio e i “paradossi” della democrazia”

  1. Mi sembrano talmente stupide le argomentazione di Casaleggio da non essere degne di essere citate in un articolo di uno studioso serio come lei.

  2. Molto deve essere fatto per rendere noti i problemi della cosiddetta “democrazia informatica”. Chi pone la domanda assume una pericolosissima “rendita di posizione”. La prevalenza della maggioranza sulla minoranza non comporta necessariamente essere dalla parte del vero e del giusto perchè la democrazia deriva dalla discussione e deve prevedere il rispetto e l’ascolto delle minoranze. Il voto plebiscitario (si/no) che risulta dalla consultazione internet spinge ad identificare gruppi forzatamente opposti anche quando potrebbe eesere possibile una trza soluzione in questioni spesso complesse. Per questo la nostra Costituzione prevede limiti alla pronuncia popolare nell’art 75 e per questo il referendum sulla Brexit è stato viziato fin dall’inizio.

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