Femminicidi: i fatti e le parole

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Notizie orrende, che fanno riflettere sulla necessità di conservare l’umanità, ne sentiamo ogni giorno. Purtroppo, tra tutti gli omicidi efferati che avvengono quasi quotidianamente, una quota preoccupante è quella dei femminicidi. Sulla parola torneremo tra poco. Intanto, soffermiamoci sull’ultimo caso che ci ha scosso: quello del delitto di Elisa Pomarelli, ventottenne strangolata dal suo amico quarantacinquenne Massimo Sebastiani che ne ha occultato il cadavere per due settimane prima di rivelare alle forze dell’ordine il luogo della improvvisata sepoltura. Quello che mi ha particolarmente colpito, delle notizie di questi giorni, è il tipo di parole impiegate soprattutto per descrivere l’omicida, reo confesso: in alcuni titoli su testate nazionali era descritto come gigante buono (non a caso, in un tweet Christian Raimo ha chiosato, con grande amarezza, così: «Je rompi il cazzo fino alla morte, l’ammazzi proprio, occulti il cadavere, sparisci per quindici giorni, gigante buono. Pensa se eri nano stronzo»; io sono rimasta particolarmente colpita da un articolo, uscito su un quotidiano nazionale, che ho voluto analizzare sul mio profilo Facebook. Ho omesso volutamente sia autore che testata (che comunque si ricostruiscono in pochi clic) perché non mi interessa scagliarmi contro la persona, ma rimanere sul testo. Peraltro, ritengo che la responsabilità non sia solamente dell’autore, sicuramente in buona fede, ma di un sistema che ha ritenuto opportuna la pubblicazione di un pezzo di questo tono. Per questo non ne faccio una battaglia personale contro qualcuno o qualcosa.

Ho cercato di analizzare cosa non funzionasse, secondo me, nell’articolo; a mio parere, il problema principale è che travalica i limiti del testo informativo (come dovrebbe essere, secondo me, un pezzo di cronaca) per lambire (pericolosamente) il testo narrativo, la fiction anche un po’ grandguignolesca, carica, a tinte forti. Leggiamone assieme alcuni estratti.

L’incipit è il seguente (ho messo in maiuscolo alcune parole per me rilevanti ai fini dell’analisi):

“L’ho uccisa, ho fatto una STUPIDAGGINE”, sbotta alla fine M.S. in LACRIME nella stanza del comando provinciale dei carabinieri. Le sue MANONE da tornitore mulinano nell’aria sopperendo alle PAROLE CHE NON VENGONO. Rimangono STRETTE IN GOLA senza uscire e lasciano spazio ai SINGHIOZZI. […] S. S’IMPAPPINA, si agita sulla sedia, ma per un uomo SEMPLICE qual è non è facile spiegare quel gesto orrendo che gli inquirenti ritengono sia uscito d’IMPETO senza una premeditazione.

Qual è l’idea che ci facciamo dell’interrogato? Piange, le sue manone da tornitore cercano di sopperire alle parole che non vengono. Non è in grado di parlare perché, dalla descrizione, sembra grande e grosso e molto rozzo. Del resto, lo dice il testo poco dopo: è un uomo semplice, che ha ucciso senza premeditazione, d’impeto: ha fatto una stupidaggine. Segue un pezzo in cui si descrive lo scarto di intenti tra i due: per lui erano fidanzati, lei continuava a ribadire che erano solo amici.

Lui insisteva, la incalzava e ogni volta lei precisava il confine entro il quale doveva stare la relazione. Un confine che forse alla lunga è risultato FRUSTRANTE per S, un uomo che tutti descrivono molto ISTINTIVO, uno un po’ SELVAGGIO, capace di ARRAMPICARSI SUGLI ALBERI E DI CORRERE A PIEDI NUDI NELLA GHIAIA. Una persona di animo SEMPLICE che forse NON HA SAPUTO ELABORARE un legame che avrebbe voluto essere molto diverso da quella amicizia che prescindeva da un rapporto più intimo.

L’uomo, quindi, non ce l’ha fatta a reggere il fatto che lei volesse solo un’amicizia. Certo, è frustrante per tutti essere innamorati di una persona che ti risponde “per me siamo solo amici”; ma questo può mai giustificare un omicidio? Ovviamente no. Non lo dice esplicitamente nemmeno il testo, questo, ma a me, in qualche modo, lo fa pensare. Le righe successive sono per me ancora più stupefacenti. S., infatti, non solo è un istintivo, ma uno un po’ selvaggio, e soprattutto uno capace di arrampicarsi sugli alberi e di correre a piedi nudi nella ghiaia.

Ancor più della reiterazione dell’informazione che S. sia un uomo semplice, soffermiamoci sui particolari forniti: qual è, da un punto di vista cronachistico, la rilevanza di queste informazioni, e cioè che l’omicida amasse arrampicarsi sugli alberi e correre a piedi nudi nella ghiaia? Qual è lo scopo di questo dettaglio, se non quello di aumentare le “pennellate” che dipingono l’uomo di animo semplice, che si diverte in maniera quasi puerile? Chiaro che, essendo così semplice, non ha saputo elaborare il fatto che la donna non volesse darsi a lui.

Forse E. ha respinto per l’ennesima volta gli assalti di S. ribadendo quel limite che nel pomeriggio di una domenica di agosto, dopo un pranzo, il caldo e forse QUALCHE BICCHIERE, è risultato insopportabile per S.

La chiusa dell’articolo dice che quello dell’assassino per la vittima era un amore primitivo e morboso, che avrebbe fatto perdere la testa all’uomo incapace di assorbire l’ennesimo rifiuto.

Una storia maledetta conclusa con il PIANTO TARDIVO di un uomo SBIGOTTITO persino da se stesso.

Adesso l’assassino piange, piange dopo aver occultato il cadavere della donna per due settimane. Lui piange, ma ricordiamocelo: la donna non può più piangere, essendo stata privata della sua giovane vita.

Ne vedo tanti, di articoli così. Spesso i femminicidi sono provocati da uomini “stanchi di subire rifiuti”, da ex mariti “incapaci di processare la fine del loro amore”, da fidanzati respinti “presi da un raptus di follia”. Da uomini che “amavano troppo”.

Ho sollevato un polverone. Nei commenti, molti mi hanno dato ragione e hanno condiviso il mio disagio nel leggere quell’articolo (e quei titoli). Altri mi hanno detto che secondo loro il pezzo non aveva nulla che non andasse, ma che veicolava efficacemente la vicenda. Davvero? Per esempio, ci dice qualcosa della donna? Di chi fosse, di come vivesse, di chi o come amasse? Dell’uomo sappiamo molte cose; che era corpulento, che era un semplicione, ma che sembrava innocuo. E di lei? Abbiamo solo un po’ di foto (credo prese dai social network, com’è prassi da anni) e l’informazione che probabilmente fosse lesbica; io della vittima non so nient’altro. In compenso, so un sacco di cose dell’assassino, compreso il fatto che gli piacesse camminare a piedi nudi sulla ghiaia. E a lei cosa piaceva fare? Perché si era fidata di pranzare con l’uomo e farsi accompagnare a casa?

Un commentatore ha scritto:

lei voleva lui solo come amico. questo rapporto asimmetrico è andato avanti 3 anni. lei si è fatta portare a pranzi, cene, vacanze, escursioni nei boschi. lui voleva di più invece veniva rifiutato sistematicamente ogni giorno. lei invece di lasciarlo l’ha tenuto al suo fianco e lui ha sofferto.

Il commento sembra quasi dire che in fondo la colpa sia un po’ di lei perché l’ha in qualche modo illuso. Ma possiamo saperlo, questo? Può qualcuno di noi lettori sapere perché la donna continuasse a uscire, occasionalmente, con l’uomo? Per quale sentimento lo facesse? Si può parlare di “illusione” data dalla donna all’uomo (soprattutto se la donna era dichiaratamente lesbica)? Non è che stiamo sovrapponendo ai dati che possiamo conoscere, da semplici spettatori, una “cornice” che dà dell’episodio una spiegazione comprensibile, ma semplicistica?

In maniera per me interessante, secondo altri il mio intervento sarebbe censorio e un attacco alla libertà di stampa. Io penso una cosa: che in un’era in cui tutti possiamo “improvvisarci” giornalisti, perché i mezzi oggi li abbiamo tutti, ci sia necessità, da parte di chi invece è giornalista di professione, di riprendersi il ruolo di anello di congiunzione tra i fatti e il lettore, sia scegliendo cosa condividere sia prestando attenzione a come condividerlo. Questa è un’esigenza, del resto, che non esprimo certo io per prima, tanto che la Federazione Nazionale dei Giornalisti Italiani ha varato, nel 2017, il cosiddetto “Manifesto di Venezia” per una “corretta informazione contro la violenza sulle donne” al quale ogni giornalista potrebbe, in caso di qualsiasi dubbio, fare riferimento. Il Manifesto, tra le altre cose, dice che è prioritario:

1. inserire nella formazione deontologica obbligatoria quella sul linguaggio appropriato anche nei casi di violenza sulle donne e i minori; […]

5. utilizzare il termine specifico “femminicidio” per i delitti compiuti sulle donne in quanto donne e superare la vecchia cultura della “sottovalutazione della violenza”: fisica, psicologica, economica, giuridica, culturale; […]

9. evitare ogni forma di sfruttamento a fini “commerciali” (più copie, più clic, maggiori ascolti) della violenza sulle le donne;

10. […] evitare: a) espressioni che anche involontariamente risultino irrispettose, denigratorie, lesive o svalutative dell’identità e della dignità femminili; b) termini fuorvianti come “amore” “raptus” “follia” “gelosia” “passione” accostati a crimini dettati dalla volontà di possesso e annientamento; c) l’uso di immagini e segni stereotipati o che riducano la donna a mero richiamo sessuale” o “oggetto del desiderio”; d) di suggerire attenuanti e giustificazioni all’omicida, anche involontariamente, motivando la violenza con “perdita del lavoro”, “difficoltà economiche”, “depressione”, “tradimento” e così via; d) di raccontare il femminicidio sempre dal punto di vista del colpevole, partendo invece da chi subisce la violenza nel rispetto della sua persona.

In tutto questo, qualcuno ha costantemente da eccepire sull’uso del termine femminicidio. Per una disamina sui perché della parola invito a leggere una bella scheda scritta da Matilde Paoli, validissima collaboratrice dell’Accademia della Crusca; per conto mio, mi è bastato soffermarmi sui dati ISTAT 2017 della sezione intitolata “Omicidi di donne” per comprendere appieno il senso di usare il termine specifico, senza chiamarlo genericamente “omicidio”. Secondo i dati 2017, 54 donne su un totale di 123 sono state uccise da un partner o da un ex partner, a fronte di 8 uomini su un totale di 234. È vero, in termini assoluti sono morti più uomini che donne, ma le donne, molto, molto più spesso degli uomini, muoiono per mano di qualcuno che le ama, o le ha amate, “troppo”, come dicono i giornali: al punto da togliere loro la vita. Questo è il motivo per cui si parla di femminicidio e non di maschicidio, che a oggi è un fenomeno residuale rispetto al suo opposto. Dunque, a me sembra evidente perché il femminicidio non sia un normale omicidio, e nemmeno il semplice omicidio di una donna, ma l’omicidio di una donna per mano di qualcuno che la conosce(va) intimamente, con cui ha o aveva un rapporto di fiducia.

Io penso che abbiamo bisogno di una riflessione collettiva sulla questione dei femminicidi e sul modo in cui vengono comunicati. Quello che leggiamo e ascoltiamo sui media tradizionali forse è ancora spesso frutto di una visione non equilibrata, nella quale alla mera comunicazione dei fatti di cronaca si sovrappongono altre questioni: una certa visione della società e della donna, la necessità, a volte, di “fare traffico” sulla propria pagina, una tendenza molto nostrana al melodramma e alle tinte forti. Penso che sia compito di tutti, non solo donne, non solo uomini, non solo giornalisti, soffermarsi un attimo a riflettere su quanto i mezzi di comunicazione di massa ci propongono, per valutare, ognuno con il proprio cervello, se è davvero ciò che vogliamo, anzi, che ci serve sentire, o se piano piano possiamo modificare il mercato stesso delle informazioni chiedendo una comunicazione più sobria.

È possibile farlo? Io penso di sì. Una mia amica su Facebook, Marianna Peracchi, ha provato a riscrivere il pezzo che ho analizzato in apertura in modo da cercare di rendere in qualche modo giustizia alla defunta; ne copio qui, con il permesso dell’autrice, un piccolo saggio.

“L’ho uccisa”, sbotta alla fine S. in lacrime nella stanza del comando provinciale dei carabinieri. […] le sue mani da tornitore, che ora mulinano l’aria sopperendo alle parole, sono le stesse che si sono strette attorno alla gola di Elisa, uccidendola. […] S’impappina, si agita sulla sedia, non sa raccontare il suo gesto orrendo. Gli inquirenti vorrebbero capire se è stata una decisione presa davanti al suo rifiuto oppure se lo premeditava da tempo. […] si tratta di un omicidio efferato, causato dalla rabbia, dall’impossibilità di scendere a patti col fatto che Elisa potesse non ricambiare il suo amore, una scelta così inaccettabile da diventare violenza.

Se siamo i primi a dire che non vogliamo più il “circo delle informazioni”, forse qualcosa può cambiare, anche a livello di macrosistema. Sicuramente, inveire ma nel contempo dire, sconsolati, che “tanto è inutile protestare”, non serve a molto. Io credo molto nel potere della parola, soprattutto quando scelta bene, in maniera oculata. E questo cambiamento lo possiamo aiutare tutti, nel nostro piccolo.

About Vera Gheno

Vera Gheno, sociolinguista e traduttrice, insegna all’Università di Firenze, collaboratrice dell’Accademia della Crusca per vent’anni, dal luglio 2019 lavora per Zanichelli, di cui gestisce la parte linguistica del profilo Twitter.

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