Stelle cadute. Lettera aperta a Beppe Grillo

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Sono uno dei sette milioni di italiani (ovunque nati o residenti) che negli ultimi anni hanno avallato l’intuizione di un comico prestatosi alla politica: cosa un po’ stravagante – lo ammetto – anche se dalla Francia alla Polonia, agli USA non mancano né i precedenti, né gli imitatori. Nel mio caso, poi, il fatto è ancor più anomalo perché sono vecchio e recidivo rispetto a un elettorato “grillino” prevalentemente giovane e distaccato. Ma un voto dichiaratamente di protesta mi pareva l’ultima possibilità rimasta di mandare un segnale, chiaro e forte, all’aristocrazia ladra che si è impadronita dei nostri destini.  

Mi si scuserà – spero – se non mi rifaccio alle analisi raffinate dei Paolomieli, se volo basso, ma votare Movimento 5 Stelle per me non è stata una scelta ideologica: in quell’Armata Brancaleone c’è tutto tranne che le ideologie (croce e delizia degli anni – non solo giovanili – della mia frequentazione della Politica). Confermo – l’ho dichiarato più volte pubblicamente – che, dopo una vita passata nell’illusione che si potesse “votare per”, ho “votato contro”. Contro il FMI, contro JP Morgan e contro tutte le società di rating / banche d’affari che governano l’umanità intera senza nessuna delega, che scommettono sul nostro futuro (soprattutto su quello di chi verrà) sottomettendo le leggi inderogabili della termodinamica a formule astratte di matematica finanziaria che presuppongono che le risorse del pianeta siano illimitate. Che considerano il PIL sinonimo di benessere anche e soprattutto quando lo si alimenta con la vendita di ogni tipo di armamento a ogni “razza” di umani (dai terroristi islamici, ai “principi” sauditi ai suprematisti bianchi). Che pretendono che le Costituzioni, scritte da uomini saggi e di alto profilo etico siano “adattate” alle “esigenze dei mercati” e che – ritornando al nostro sempre meno bel paese – certificano che interessi bancari da usura per finanziare guerre&grandiopere sono legittimi mentre non corrisponderne affatto ai risparmiatori (anzi rapinandoli anche dei piccoli capitali depositati) può godere di impunità assoluta (sia per gli amministratori delle banche colabrodo e ancor più per chi cumula stipendi e pensioni d’oro “giustificate” da una funzione di vigilanza mancata).
Ecco, in tutte le ultime tornate sono andato a votare contro; contro (per fare un paio d’esempi) “i Visco” o “i Bassanini” (nato – quest’ultimo – come “eroico oppositore” del Craxi-padrone ma divenuto il simbolo della sottrazione di ogni possibilità di governare a chi è stato democraticamente eletto nei piccoli comuni come nel Parlamento); l’“architetto” che è riuscito a trasferire il potere (un po’ alla volta e quasi senza che ce ne si accorgesse) dai cittadini normali ai burosauri che nessun asteroide riuscirà mai a estinguere. Ho votato contro chi ha regalato a privati-predoni le banche pubbliche, le aziende elettriche e petrolifere di Stato, le concessioni autostradali e – prossimamente – quel che resta della rete ferroviaria. Ho votato contro i rami cadetti delle famiglie che sedevano nei “salotti buoni” della Milanodabere ai tempi in cui Mario Chiesa nascondeva nelle sue mutande non le vergogne, ma le banconote sottratte all’istituto dei “poveri vecchi”.
Ho votato contro e non mi sono preoccupato – confesso – di capire chi, per banale calcolo aritmetico, avrebbe beneficiato del mio voto. Mi sono fidato delle personalità indicate quali punti di riferimento etico, politico, professionale (Rodotà, Imposimato, qualcuno li ricorda?). E persino del ruolo di garante del fondatore (ormai superato anche se non ho mai capito se per sua o altrui volontà); e sì che – va riconosciuto – non mancavano gli “avvertimenti” ad ogni presentazione di liste elettorali; “ma guardateli in faccia, ma vi sembrano persone capaci di amministrare la vostra città, la vostra regione, lo Stato centrale?” e giù botte da orbi a candidati sindaci, consiglieri e poi deputati e senatori dalle facce pulite ma dall’aria smarrita, consapevoli di star per compiere un (triplo) salto mortale nel buio. Sembravano battute al vetriolo ma autoironiche, come quelle degli spettacoli, prima e dei vaffaday, dopo. E invece erano, evidentemente, la fedele fotografia dei futuri “capipolitici”, tanto più inadeguati quanto più sgomitanti. Di qui – immagino – il lento ma inesorabile farsi da parte non solo dovuto alla rogna del dover dirimere faide tra cerchi magici (in continua scomposizione come in un caleidoscopio rotto), ma anche alla consapevolezza crescente di aver dato vita a una “creatura” forte quanto infelice la cui sovradimensione doveva rivelarsi in tutta la sua grandezza con le elezioni politiche del 2018.

So che questa “lettera aperta” verrà probabilmente letta e stigmatizzata da chi sa sempre come votare e soprattutto non votare e in ogni caso non da Beppe Grillo; e un po’ mi dispiace, perché vorrei chiedergli se dopo la lettera di licenziamento del Cazzaro verde a Conte e a quel che resta di Di Maio non si senta un po’ Frankenstein senior. Perché, se si guarda in modo disincantato a quel che hanno combinato coloro ai quali era stato consegnato un progetto di buon uso della Politica, lo smarrimento è d’obbligo.
Molti di noi, semplici ma dichiarati elettori, hanno seguito con crescente sconcerto questa sorta di evoluzione darwiniana di una specie che gli anticorpi li ha usati non tanto contro gli impresentabili di ieri e di oggi (buona parte dei quali seduti con arroganza negli stessi banchi di governo!) bensì contro gli attivisti prima, e i cittadini poi, che li invitavano a recuperare lo spirito fondativo del movimento (anche a costo di rinunciare di propria iniziativa ad essere “forza di governo”, non foss’altro per elementare furbizia, e cioè prima che fossero gli altri a staccare la spina ribaltandogli addosso la responsabilità della crisi).
So bene – proprio perché sono (ripeto) un vecchio elettore recidivo – che c’è sempre una ragione per tenere in piedi la più indecente delle baracche: quando ho votato PCI bisognava farlo per non consegnare il paese alla destra reazionaria, i DS per non cascare dalla padella democristiana alla brace forzitaliota, Rifondazione per evitare che la politica sociale venisse gestita dai miglioristi di Napolitano&Legacoop… Ho fatto persino fatto parte dei fondatori delle liste verdi (non partito) con cui ci si illudeva di condizionare le forze politiche tradizionali (che all’epoca ci sembravano destinate all’eternità) verso una politica più rispettosa del territorio e dell’ambiente: col risultato che a ogni elezione c’è qualche foglia di fico equamente distribuita tra tutte le coalizioni alla ricerca del quorum col solo scopo di raccattare anche qualche voto ecologista di bocca buona.

Ma siccome faccio parte di quella specie, probabilmente in via di estinzione, che non ha mai attribuito ai soli momenti elettorali il tempo del far politica, mi ostino a pensare che stare con la gente, essere la gente sia più importante che “governare la gente”, tanto più che la vera funzione di “esecutivo” sta ormai in tanti altrove. Godendo di una dignitosa pensione sono consapevole che milioni di persone aspettano con comprensibile ansia che il reddito di cittadinanza si consolidi invece che venir spazzato via per far posto alla flat tax a beneficio dei furbetti della elusione. Ma sono un cittadino della Valle di Susa che 30 anni fa ha dato vita, con molti altri, al movimento oggi universalmente noto (al di là di ogni aspettativa) come No TAV. In tanti anni siamo divenuti una “comunità consapevole”. Consapevole delle dinamiche finanziarie fini a se stesse, occulte e rigorosamente private che stanno dietro alla realizzazione di opere pubbliche (siamo la vallata alpina con – probabilmente – la più alta densità di grandi opere per metro quadro di terreno utile e per abitante). Siamo consapevoli del nostro diritto (calpestato da una militarizzazione senza precedenti) di difendere la nostra terra ma anche può “esportare la democrazia”. Né che la nostra vertenza sia più importante di quella contro l’inquinamento serial killer di Taranto (a danno soprattutto dei bambini), della contestazione di un gasdotto imposto per ragioni “geopolitiche” (come si dice adesso) e per giunta collocato lungo una faglia sismica attiva; né che acquistare aerei da guerra (che tra gli stessi militari vengono considerati superati) sia preferibile a investire un ordine di grandezza in meno di denaro pubblico per aumentare, ad esempio, mezzi e piloti di Canadair in un paese flagellato dagli incendi boschivi.

Nessun diritto di tribuna, insomma, a danno delle mille vertenze territoriali di un paese bello quanto fragile e indifeso come il nostro. Ma che può rivendicare con fierezza di aver dato un non trascurabile contributo, come certifica la mozione di sfiducia redatta dal Cazzaro verde, alla caduta di un Governo che – per tanti motivi che vanno ben oltre l’ennesimo sì al TAV – non avrebbe mai dovuto nascere.

About Claudio Giorno

Claudio Giorno è nato e vive a Borgone Susa da 70 anni, la metà dei quali trascorsi nel mondo delle grandi opere (nell’ufficio tecnico di progettazione, prima, e manutenzione, poi, di una concessionaria pubblica poi svenduta ai privati). Ambientalista militante in tutte le associazioni “storiche” si è presto convinto che l’aggressione al territorio e la corruzione che affligge il nostro paese sono le due facce (inseparabili) della stessa medaglia. Ha partecipato con Mario Cavargna – fondatore di “Pro Natura” – a tutte le lotte nate negli anni in Val di Susa. In particolare contro la speculazione edilizia e contro il traforo e l’autostrada del Frejus. Prova a portare (con scarso successo) la stessa sensibilità nella CGIL cui rimane iscritto per motivi del tutto irrazionali (come chi continua a tifare per la sua squadra del cuore). Ha partecipato – negli anni Novanta – alla fondazione del Comitato Habitat per la difesa del territorio e della vivibilità residua della Valle di Susa, da cui è nato il “movimento No TAV”. Cura il blog semiclandestino https://claudiogiorno.wordpress.com/

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