La Boschi, le mummie e il corpo delle donne

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Un tweet in cui Maria Elena Boschi si fotografa in bikini. Non avrei mai pensato di scrivere su un tema simile, in un pomeriggio d’agosto, mentre cade il Governo. Lo faccio perché sono profondamente convinto che le implicazioni e le ricadute di questo tema siano assai più importanti della sorte del Governo di turno: cioè ben più capaci di incidere sulla realtà in cui viviamo.

I fatti sono semplici. Matteo Salvini aveva detto che non votare significava «riesumare mummie alla Renzi e Boschi». Una metafora politica: triviale, certo, ma, una volta tanto, priva di allusioni sessiste, razziste o anche solo personalistiche. Il senso era ovvio, perfino condivisibile: Renzi e la Boschi hanno finito la loro carriera politica, rappresentano una “vecchia politica” che ora si gioca le sue chances di risorgere dal sepolcro. Maria Elena Boschi decide di rispondere con un tweet a cui allega un selfie in bikini, in compagnia di alcune amiche e una frase che dice: «Capitan Fracassa dice che sono una mummia, saluti dal mio sarcofago».

Siccome sono uno storico dell’arte da sempre interessato al rapporto tra il potere e la rappresentazione del corpo (tema cui ho appena dedicato un ciclo di dodici trasmissioni su Caravaggio, per Rai 5), ho visto in questa strategia comunicativa una spia inconfondibile, e ho commentato con questo tweet: «L’uso politico del corpo delle donne è inaccettabile anche se a farlo è una donna. Con questa foto @meb [cioè Maria Elena Boschi] ha legittimato centinaia di vignette e frasi ignobili sul suo corpo. Come dice Kant nessuno può usare la persona come un mezzo invece che un fine, nemmeno la persona stessa…».

Apriti cielo: la virulenza delle reazioni è stata tale che alcuni giornali, l’indomani, mi hanno onorato di un articolo. Se avevo messo in conto le reazioni dell’establishment renziano (infatti immancabili) e la solita scia di insulti gratuiti (presenti!), non avevo francamente immaginato che donne come Francesca Archibugi, Gaia Tortora, Viola Carofalo e molte altre avrebbero giudicato le mie parole – cito – orribili, maschiliste, patriarcali. Gli argomenti addotti (quando ve n’erano) erano principalmente due: 1) nessuno, tantomeno un uomo, può dire a una donna come usare il suo corpo; 2) dire che il tweet della Boschi legittimava le vignette che indugiano sul suo corpo era come dire che chi va in discoteca in minigonna legittima i suoi stupratori.

Per fortuna non sono mancate centinaia di commenti di donne che condividevano il mio punto di vista, ma l’abisso cognitivo e politico che mi si è spalancato davanti mi ha convinto dell’opportunità di tornare, con più spazio, sull’argomento. Se i social media hanno un senso è forse proprio quello di prendere il polso agli umori e agli orientamenti collettivi, senza filtri: e io credo – con incrollabile ingenuità – che proprio lì si debba esercitare un’incessante attività maieutica e pedagogica, iniettando dosi di pensiero critico nel gran ventre molle dei riflessi di branco.

E dunque.

È da poco disponibile il terzo numero della rivista Luoghi comuni, diretta da Andrea Ranieri e pubblicata da Castelvecchi (http://www.castelvecchieditore.com/prodotto/luoghi-comuni-n-2). Il tema di questo numero è Corpi, e l’editoriale (scritto da me) si intitola: La politica dei corpi. Mi permetto di citarne un breve brano: «Nel flusso mediatico e social trionfa il corpo glorioso del successo. Della giovinezza, della “bellezza”: un corpo da consumare, in fretta. Un corpo che influenza, che vende, che crea consenso. Corpi il cui uso rende evidente che “questa ‘civiltà dei consumi’ è una civiltà dittatoriale” (Pasolini). […] Il corpo dei migranti rappresenta oggi il corpo di tutti gli umiliati e offesi. A cominciare da quello delle donne. Sottomissione, mercificazione del corpo e negazione del significato rivoluzionario della diversità: il processo dell’esclusione delle donne è lo stesso che viene usato per trasformare in inferiorità ogni altra diversità. La discriminazione delle donne si può, infatti, leggere come l’esito più diffuso e quotidianamente visibile dell’incapacità di accettare un diverso modello di pensiero: il totalitarismo di questo modello socio-economico-culturale nega alla radice la possibilità stessa di una alternativa. La premessa indispensabile per rovesciare lo stato delle cose è comprendere che il mondo si cambia se cambia il nostro modo di vedere e trattare le persone: iniziando dai loro corpi. E in primo luogo dai corpi diversi: dai corpi delle donne, dai corpi prigionieri, dai corpi malati, dai corpi scartati. Perché il corpo della comunità politica è il corpo dei suoi cittadini: il pieno sviluppo della persona umana passa attraverso la vita dei singoli individui, e specialmente di quelli più marginali».

Poche pagine dopo, nell’articolo di Andrea Ranieri, si legge invece: «In quella che è forse una delle canzoni più belle e più disperate del suo repertorio, La domenica delle salme, Fabrizio De André, dopo aver celebrato il funerale del “defunto ideale” e seppellito il cadavere di Utopia, ci presenta la folla esultante per il riconquistato presente senza pensieri che canta “quant’è bella giovinezza, non vogliamo più invecchiare”. Sono a cantarla gli uomini e le donne di un fascismo pacificato, senza spargimenti di sangue che, finalmente liberatisi dei comunisti residui, possono vivere pienamente il mondo luccicante dei consumi. La bella giovinezza la cantavano anche i fascisti di una volta che ai giovani, quelli che dovevano spazzare via il vecchio mondo e la imbelle democrazia, quelli forti, virili, di pura razza ariana, insegnavano a non aver paura della morte, ad affrontarla con coraggio e determinazione, magari dopo aver sterminato un po’ di esseri inferiori, giovani e vecchi, ebrei, negri o comunisti. Gli abitanti del consumismo trionfante la bella giovinezza la vogliono per sé e per sempre. E vanno in palestra, leggono scrupolosamente gli inserti per lui e per lei dei quotidiani nazionali a grande tiratura, mangiano bio e vestono Dolce & Gabbana, si appropriano persino dei vestiti e delle acconciature che i giovani hanno un tempo usato per manifestare la loro diversità dal consumismo mediocre, sono identici l’uno all’altro ma convinti di essere unici. E idolatrano il presente, perché il passato è vecchio e nel futuro, nonostante tutti gli sforzi, si invecchia e si muore».

Forse basterebbero questi due testi a dare la chiave di lettura del tweet di Maria Elena Boschi. Ma conviene essere espliciti, andando per punti: 1) la Boschi ha risposto a una metafora politica con un’immagine, e con un’immagine del suo corpo, giovane e bello; 2) lo ha fatto letteralizzando la metafora («sei una mummia»), e spostandola sul piano del corpo. Il messaggio non è equivoco: «guardate un po’ voi se sono una mummia! Sono giovane e bella»; 3) in questo modo ha legittimato (cioè: ha riconosciuto, accettato, sdoganato, consacrato, fatto propria) la deriva violentemente machista per cui, quando si parla di donne politiche, il corpo è un argomento, anzi l’unico argomento. Se la risposta a: «sei politicamente vecchia» è: «sono fisicamente giovane», come sarà possibile censurare e respingere le vignette, le battute, i discorsi (tutti spregevoli) che prendono come “argomento” le cosce, il seno o comunque il corpo della stessa Boschi? 

A me pare che quel tweet riveli una cosa sola: il totale introiettamento della cultura del dominio maschile. Come molte altre donne di potere, la Boschi si è del tutto conformata al modello dominante, nel modo più docile e naturale: usando il proprio corpo come quel modello si aspetta. Quel tweet assume tutti i disvalori elencati da Ranieri: con quella fotografia la Boschi si allinea, per esempio, a coloro che hanno vituperato la Bindi o la Merkel, le quali non avrebbero potuto negare di essere mummie ricorrendo a un selfie in bikini.

La Boschi sceglie dunque di fare politica col suo corpo, di ridurre se stessa al suo corpo. Lo espone senza rendersi conto di reificarlo, riducendo se stessa a cosa: merce nel mercato della politica del dominio maschile. Per questo ho citato Kant: «Tutto ha un prezzo, o ha una dignità. Ciò che ha un prezzo può essere sostituito con qualcos’altro come equivalente. Ciò che invece non ha prezzo e dunque non ammette alcun equivalente ha una dignità». E ciò che «possiede una dignità, cioè un valore assoluto in sé», è «l’uomo, considerato come persona». L’uomo «elevato sopra ogni prezzo» perché non è «un mezzo per raggiungere i fini degli altri, e nemmeno i suoi propri, ma come un fine in sé: vale a dire egli possiede una dignità (un valore interiore assoluto) per mezzo del quale costringe al rispetto di sé tutte le altre creature ragionevoli del mondo, ed è questa dignità che gli permette di misurarsi con ognuna di loro e stimarsi uguale a loro». Chiunque voglia un metro oggettivo per capire cosa è destra e cosa è sinistra oggi, prenda atti, politiche, leggi, discorsi, carriere e perfino tweet e selfie e li misuri su queste parole di Kant. Il risultato sarà chiarissimo: e devastante.

Perché tutto questo è così importante? Perché nella biopolitica dei corpi (non dimentichiamoci dei corpi sommersi, mutilati, affogati, carcerati che sono il lato oscuro dei corpi trionfanti della “primavera di bellezza”) il messaggio delle immagini è forse l’unico efficace. E se qualcuno guarda quali foto di se stesse postano le ragazze italiane di 13 anni sul proprio account Instagram, capirà quale sia il potere seduttivo e quali le prospettive future della mercificazione, della “cosificazione”, del corpo delle donne.

Ebbene, da quale parte gioca – in questa battaglia cruciale per la nostra comune umanità – l’autoritratto estivo di questa giovane e potente donna della sinistra-di-destra?

La risposta mi pare fin troppo chiara, e denunciarlo non significa affatto voler dire a una donna cosa deve o non deve fare del suo corpo: significa dirci apertamente a che punto siamo nella lunghissima notte di un dominio maschile che può contare purtroppo su moltissime alleate.