Morire di amianto

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Ogni anno, nel mondo, muoiono 255 mila persone a causa dell’amianto. I maggiori studi accreditano, da parecchio ormai, il picco dei decessi intorno al 2020, partendo però da una “base” inferiore di una volta e mezzo a questo inatteso Everest della tragedia continua provocata dall’uso che ne ha fatto l’industria. Sfruttando un minerale dalle proprietà ignifughe e di resistenza, diffuso in natura, e moltiplicando i prodotti realizzati con l’amianto (almeno 3 mila). A chi si stupisce, fra gli stessi accademici inclini a tenersi bassi sulle statistiche, diciamo subito che la fonte di un numero così elevato di vittime è Barry Castleman, ingegnere chimico americano, fra i più autorevoli studiosi degli effetti dell’amianto (l’ho intervistato per un libro quasi completato e per cui sto cercando un coraggioso editore). A sua volta il ricercatore cita l’articolo da cui ha ricavato il dato: Global asbestos disaster. Lo studioso giapponese Fugio Furuya ne è il primo autore, la pubblicazione liberamente consultabile in rete risale al 18 maggio 2018. Quindi, non è recentissima. Eppure, per quanto accreditata (anche dall’ampia e autorevole bibliografia internazionale) e dirompente, non è molto conosciuta in Italia.

Lo scopo di questa anticipazione del mio lavoro giornalistico sul silenzio che circonda la questione dell’amianto è di richiamarne l’estrema attualità: per le dimensioni del disastro in termini di vite umane perdute e, anche, per i costi sociali, che l’articolo di Furuya e colleghi quantifica in 4 milioni di euro per vittima citando le conclusioni cui è pervenuta la Commissione Europea riprendendo uno studio inglese del 2010. Non stiamo parlando dei costi vivi (sanitari e altri), che uno studio INAIL aveva quantificato, con l’apporto dell’Ufficio studi della Banca d’Italia, in proporzioni notevolmente inferiori. L’Unione Europea ha stimato, sulla base degli studi inglesi (i soli che abbiano organicamente affrontato la questione), il valore di una vita annientata dalle malattie cosiddette asbesto correlate, tutte significativamente devastanti e in particolare il mesotelioma maligno nelle sue note e forse non ancora del tutto esplorate localizzazioni. Ancora, sulla base di questi dati si chiarisce che l’amianto non può essere considerato solo un’eredità del Novecento da archiviare rapidamente, anche sotto il profilo del processo penale, come pure sostengono autorevoli accademici del diritto.

Lo stesso fatto che il Governo “gialloverde”, con vanto pubblico del vicepremier Di Maio, abbia ridotto di centinaia di migliaia di euro l’anno per il prossimo futuro i premi previsti a beneficio dell’INAIL a carico delle aziende ha il segno di una politica disattenta cui non è estranea, per la verità, la gestione quotidiana dell’ente preposto all’assistenza delle vittime del lavoro: perché realizza grandi avanzi di bilancio e tende a non riconoscere diversi casi di mesotelioma. In particolare fra i lavoratori oggi più colpiti: gli edili. La ricorrente motivazione è che “non c’è prova documentale” che siano stati esposti all’amianto. Al riguardo soccorre ancora lo studio di Furuya e colleghi: nelle conclusioni si propone una soglia limite di esposizione corrispondente a una fibra/litro. «In Italia – ricorda Dario Mirabelli, ricercatore torinese fra i più attenti in Italia – il valore di restituibilità di un edificio che sia stato sottoposto a bonifica è stato fissato per legge a 2 fibre/litro»: il doppio! Non è inutile aggiungere che – come ha reso evidente l’ultima conferenza nazionale sull’amianto (svoltasi a Casale Monferrato nell’autunno 2017) – la questione delle bonifiche rischia di diventare eterna nel nostro Paese dati i ritmi con cui si sta procedendo rispetto agli stessi edifici pubblici, regione per regione, senza una banca dati nazionale che documenti i progressi e soprattutto i ritardi. La realtà è chiara solo per i grandi siti di “interesse nazionale”. Che sono pochi e concentrati su territori limitati. A differenza dell’uso diffuso che si è fatto dell’amianto – in particolare di quello spruzzato – sia nell’industria sia nelle costruzioni.

Passano sotto silenzio anche i riflessi economici dei processi svoltisi in questi anni. In un’interessante pubblicazione di due giornalisti genovesi (La strage silenziosa, di Marco Grasso e Marcello Zinola, Rubbettino editore, 2018) si dà conto della comunicazione presentata agli azionisti di Fincantieri nel 2018 dall’amministratore delegato, Giuseppe Bono: «L’utile si è ridotto, mi dispiace per il dividendo, perché 40 milioni di euro li abbiamo dovuti pagare per risarcimento» per «i danni provocati dall’amianto». Una somma straordinaria, dal momento che il valore dei risarcimenti negli ultimi anni è sceso sulla base delle transazioni extra giudiziali cui si perviene, su accordo delle parti, rese previdenti da una giurisprudenza che tende ad assolvere, più facilmente se c’è stato un risarcimento alle vittime, che a loro volta si “accontentano” e fanno di necessità virtù. Vale la pena ricordare che il cosiddetto “atto di liberalità” corrisposto da Stephan Schmidheiny (ultimo esponente della dinastia svizzera dell’amianto) alle vittime Eternit nel periodo in cui si è svolto e concluso il maxi processo torinese – in attesa dell’esito dei nuovi dibattimenti in cantiere a Vercelli e a Napoli – è stato mediamente di 30 mila euro a testa (e ciò mentre il risarcimento corrisposto dallo Stato italiano nel 2018 ai familiari di un dipendente della Marina Militare in servizio all’Arsenale di Taranto morto per mesotelioma maligno è stato di oltre 700 mila euro). E chi lo sa se il manager Bono in quella sua comunicazione di un anno e mezzo fa aveva incluso nel costo dei risarcimenti anche quello della difesa, considerati i proventi per avvocati e consulenti tecnici di parte di cui si hanno solo informazioni parziali.

Di sicuro siamo molto distanti dalle cifre che ballano nelle cause americane: «Negli ultimi 30 anni del secolo scorso si calcola – sostiene Castleman – che siano stati decisi risarcimenti per 70 miliardi di dollari. Da allora quest’importo è salito di 2 o 3 volte». L’efficacia del sistema legale USA, fortemente pragmatico, a tutela dei consumatori e degli esposti e le cifre dei risarcimenti sono diventate un deterrente in quel Paese, dove l’amianto non è mai stato formalmente messo al bando. Castleman prevede che Trump non ne incoraggerà il riutilizzo ma ricorda che la politica ambientale del presidente USA ha indebolito le agenzie governative preposte al sistema dei controlli e delle bonifiche. E in due terzi della Terra, a cominciare da Russia e Cina, l’amianto rimane un business: l’articolo di Furuya e colleghi ricorda come ogni 20 tonnellate di amianto estratto e commercializzato vi sarà a suo tempo una vittima. Per quale prezzo si prevede di sacrificare nuove vite umane per l’utilizzo dell’amianto? 7600 dollari americani per ogni morto, è la conclusione cui giungono gli studiosi giapponesi.

L’articolo di Furuya e colleghi cita l’Istituto geologico degli Stati Uniti che pubblica i report annuali sull’estrazione mondiale di amianto: siamo a 2 milioni e 30 mila tonnellate di “nuovo” asbesto in circolazione dal 2017. Dietro c’è una politica silenziosa (e trascurata dai media) e aggressiva di potenti Paesi produttori. Castleman racconta come lo Sri Lanka volesse abbandonare l’import di amianto dalla Russia e come il Governo di Putin, minacciando di rinunciare a sua volta al commercio in senso contrario di tè, abbia convinto le autorità locali a rivedere i propri piani. Un’analoga politica commerciale è stata spesa nei confronti della Thailandia. In quel caso la contropartita è stata la garanzia che sarebbe continuato l’import di riso in Russia.

A confermare l’attualità della questione amianto e ciò che muove c’è stato, nel 2018, un processo celebratosi a Londra per spionaggio nei confronti di alcuni gruppi di pressione anti-amianto. Il caso legale ha fatto emergere come una società internazionale di “servizi” fosse stata foraggiata in poco tempo con 500 mila sterline per fornire a rappresentanti di società russe e kazake di estrazione dell’amianto news sui progetti del volontariato attivo su questo fronte ambientale. Grandi, troppi, interessi girano intorno alla questione amianto mentre ne aumentano le vittime.

About Alberto Gaino

Alberto Gaino, giornalista a "il manifesto" nei primi anni Settanta, dal 1981 è stato cronista prima a "Stampa Sera", poi a "La Stampa". Negli ultimi 24 anni del suo lavoro si è occupato essenzialmente di cronaca giudiziaria. Ha seguito le principali inchieste della magistratura svoltesi a Torino. Da ottobre 2013 è prepensionato. Ha scritto, da ultimo, "Il manicomio dei bambini. Storie di istituzionalizzazione", Edizioni Gruppo Abele, 2017.

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