Sulla SeaWatch è morto il Movimento 5 Stelle

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Tra le conseguenze politiche delle crisi umanitario-mediatiche costruite da Matteo Salvini sulla pelle dei migranti della Sea Watch 3 e dell’Alex ce n’è una particolarmente rilevante: la definitiva auto-ascrizione del Movimento 5 Stelle al fronte delle destre estreme europee.

Nelle stesse ore, Luigi Di Maio proponeva la confisca di ogni nave umanitaria che entri nelle nostre acque «violando la legge» e il suo sparring partner Alessandro Di Battista affermava che «l’accoglienza non è un valore» e che le ONG lo «annoiano». E, quel che più conta, nemmeno una voce in dissenso con tanta mostruosità si è levata dal Movimento. Se sul piano tattico si tratta evidentemente dell’accecamento che prelude alla catastrofe finale (cioè alla divisione tra Salvini e l’astensione dei voti conservati dopo l’apocalisse delle Europee), su un piano culturale e più propriamente politico siamo di fronte alla fase terminale di una mutazione identitaria. Un movimento politico che quattro anni fa candidava al Quirinale Stefano Rodotà (considerando anche i nomi di Lorenza Carlassare, Salvatore Settis, Gustavo Zagrebelsky, Paolo Maddalena, per non dire quelli di Bersani e Prodi…) oggi si schiera su posizioni violentemente anticostituzionali, provando (pateticamente) a insidiare da destra un Salvini cui ha regalato (certo con la complicità di Renzi e Mattarella) il Paese.

Si potrà discutere a lungo sulla necessità o meno di questo esito. Ha certamente ragione chi oggi rivendica l’antico sospetto fondato sull’assenza di democrazia interna del movimento, sul controllo della Casaleggio, su un viscerale antiparlamentarismo e sull’evidente matrice destrorsa dei due leaders fratelli-coltelli. D’altra parte, l’uscita – già mostruosa – di Di Maio sulle ONG come “taxi del mare” risale al del 30 aprile 2017.

Personalmente, rivendico il tentativo di aprire un dialogo critico, da sinistra, col Movimento. Non solo perché il Movimento avrebbe potuto essere un argine contro l’esito, poi invece verificatosi, di una destra estrema maggioritaria: ma proprio per alcune posizioni politiche (poi tutte immancabilmente tradite) e per il fatto (difficilmente trascurabile) che il Movimento intercettava milioni di voti di sinistra (di sinistra oggettivamente: perché provenienti dalle classi subalterne; e soggettivamente: una percentuale altissima di iscritti alla Cgil, per esempio).

Si potrebbero citare le bandiere dell’acqua pubblica e l’opposizione alle grandi opere (il TAV su tutte), ma il caso più clamoroso è quello del reddito di cittadinanza: il Movimento all’opposizione aveva sposato formalmente la proposta di Libera e della Rete dei Numeri Pari, un vero reddito di base e di dignità, straordinariamente di sinistra; ma il Movimento al governo ha approvato un reddito di sorveglianza non solo largamente inefficace, ma terribilmente autoritario e di destra.

L’interlocuzione da sinistra con il Movimento, lo rivendico, era necessaria: e se fosse stata più partecipata e strutturata avrebbe forse potuto avere più influenza sulla base di sinistra dei pentastellati.

Mi si permetta qua di rivendicare che, da parte mia, questa interlocuzione non solo non si è tradotta in alcun vantaggio personale (ho rifiutato di fare l’assessore a Roma e il ministro dei Beni culturali del Governo Conte e, da ultimo, ho annunciato di non candidarmi a fare il direttore degli Uffizi, ogni volta argomentando pubblicamente questi dinieghi) ma, salvo l’invito a votare per la Raggi a Roma (invito che allora era, lo penso ancora, l’unico sensato), non si è nemmeno mai concretizzato in una indicazione di voto.

Alla vigilia delle decisive politiche del 4 marzo 2018 (giunte al termine di una lunga campagna elettorale in cui avevo provato, senza successo, a  costruire qualcosa a sinistra col percorso del Bracaccio) esaminai, scartandole una ad una, le varie opzioni di voto, e conclusi così: «E allora? I 5 Stelle, forse? Bisogna pur riconoscere che moltissimi cittadini di sinistra votano per loro. E che, anzi, la massa, il popolo, l’eccedenza che la Sinistra non trova più è in gran parte lì, oltre che nell’astensione. Ci sono i più poveri, i sommersi, gli sconfitti, i ragazzi: quelli a cui la Sinistra dovrebbe ricominciare a parlare. Ma non c’è dubbio che il Movimento, così come è oggi, non è di sinistra. Per gli ambigui silenzi sull’antifascismo, per le ambigue parole sui migranti, per le parole purtroppo chiare contro la patrimoniale, e per molto altro ancora. E soprattutto per la sua sterzata “di sistema”. Mi spiego. Il motivo per cui una parte del popolo di sinistra vota 5 stelle, è perché vi vede una forza programmaticamente anti-sistema: e chiunque viene schiacciato da questo sistema è tentato di votarli, se non altro per istinto di sopravvivenza. Magari sforzandosi, o illudendosi, di sentir gridare “giustizia” (sociale) laddove invece si grida “onestà”. Ma qualcosa è cambiato: la campagna elettorale è stata tutta giocata sull’integrazione nel sistema. Lo slogan implicito “non siamo barbari” rischia di scoraggiare proprio chi – come me – vorrebbe i barbari: per abbattere un impero marcio fino al midollo» (https://www.huffingtonpost.it/tomaso-montanari/per-chi-non-voto-domenica_a_23374817/).

La storia del governo nato da quelle elezioni ha visto sciogliere tutte le ambiguità dei Cinque Stelle nel peggiore dei modi: e cioè con una virata all’estrema destra che in questi giorni diventa irrevocabile. L’ultimo chiodo che manca alla bara del Movimento delle origini (e cioè l’assenso al TAV in Val di Susa) sembra del resto prossimo.

Vorrei però tornare sulla fine del mio ragionamento del marzo 2018: l’assimilazione del Movimento al sistema.

In queste ore a scagliarsi contro coloro che avevano provato ad aprire ai Cinque Stelle a sinistra (e dunque anche contro chi scrive) sono soprattutto gli esponenti del Pd renziano. Ciò che sfugge loro (e non potrebbe essere altrimenti) è che il problema del Movimento è proprio quello di essersi rivelato troppo simile al Partito Democratico, non troppo diverso. La teorizzazione esplicita della fine della distinzione tra sinistra e destra è stata la bandiera tanto di Renzi quanto dei grillini. Di Renzi e del renzismo: nell’editoriale di insediamento alla guida di Repubblica, per esempio, Mario Calabresi scrisse ciò che Renzi aveva scritto in una prefazione a un celebre saggio di Bobbio su destra e sinistra, e cioè che «la nostra società, senza aspettare la politica e dividendosi più sull’asse tra conservatorismo e innovazione che su quello destra-sinistra, ha aggiornato la sua agenda».

Diciamolo guardando ai fatti: dallo smantellamento dello Stato (dello Stato sociale, e dello Stato tout court) alla precarizzazione del lavoro, dalle politiche securitarie (culminate in quelle del gemello di Salvini, Minniti) allo scardinamento della democrazia parlamentare, il Partito Democratico (e le sue matrici, dal 1989 in poi) hanno fatto una politica di destra incomparabilmente più devastante di quella che il Movimento 5 Stelle sta facendo in questi mesi. Questo, ovviamente, non assolve affatto i pentastellati: anzi. In fondo Renzi e Di Maio sono – generazionalmente e culturalmente – due facce della stessa medaglia, e cioè di una generazione cresciuta senza una qualsiasi sinistra all’orizzonte.

Leopardi diceva che «la vita e l’assoluta mancanza d’illusione, e quindi di speranza, sono cose contraddittorie»: dopo gli eventi di questi giorni, anche i più speranzosi osservatori della vita politica italiana hanno un’illusione (e dunque una speranza) di meno.

E il risultato è che alla destra del Pd e a quella dei Cinque Stelle (entrambi senza una visione del mondo che non sia, nel primo caso, la difesa dello stato delle cose e, nel secondo, una inconcludente e impotente rabbia contro lo stato delle cose) fa da contraltare solo la destra di Salvini: che una visione purtroppo ce l’ha. Nera, distopica, mostruosa: e soprattutto senza nessuno che le sappia opporre qualcosa per cui valga la pena di combattere.

Nel primo capitolo di Omaggio alla Catalogna, George Orwell indica nella Barcellona del 1936, governata dai lavoratori, esattamente questo: qualcosa per cui valga la pena di combattere. È urgente tornare a dirci qual è la nostra Barcellona. E poi tornare a combattere.

About Tomaso Montanari

Tomaso Montanari insegna Storia dell’arte moderna all’Università per stranieri di Siena. Prende parte al discorso pubblico sulla democrazia e i beni comuni e, nell’estate 2017, ha promosso, con Anna Falcone l’esperienza di Alleanza popolare (o del “Brancaccio”, dal nome del teatro in cui si è svolta l’assemblea costitutiva). Collabora con numerosi quotidiani e riviste. Tra i suoi ultimi libri Privati del patrimonio (Einaudi, 2015), La libertà di Bernini. La sovranità dell’artista e le regole del potere (Einaudi, 2016), Cassandra muta. Intellettuali e potere nell’Italia senza verità (Edizioni Gruppo Abele, 2017) e Contro le mostre (con Vincenzo Trione, Einaudi, 2017)

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One Comment on “Sulla SeaWatch è morto il Movimento 5 Stelle”

  1. Propongo solo una piccola correzione. I 5 Stelle stanno per mettere non uno, ma tre chiodi alla loro bara: oltre al TAV, il dimezzamento dei parlamentari, che dietro la loro risibile e feticistica contabilità con cui trattano la politica come il 3×2 al supermercato nasconde – con la legge elettorale attuale – un drammatico crollo di rappresentanza; e, peggio di tutto, la secessione del Nord, propiziata da Gentiloni e perfezionata dalla Lega.

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