Il CSM e le nomine: una testimonianza

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Mentre infuriano le polemiche sulla questione morale che sta travolgendo la magistratura e il suo organo di governo ed emergono comportamenti e rapporti sempre più imbarazzanti di magistrati e politici tesi a condizionare le nomine dei dirigenti di uffici giudiziari nevralgici (vedi Buio al CSM, Tempesta o temporale?) è venuto a mancare Salvatore Senese, un magistrato di altri tempi e di ben altra caratura morale, che ha segnato profondamente la storia del diritto e della giustizia nel nostro Paese. Per la figura di Senese e per le lezioni e gli insegnamenti che ci la lasciato non posso che rinviare al commosso e ispirato ricordo scritto per il manifesto di oggi da Luigi Ferrajoli con il significativo titolo “Salvatore Senese, la sua lezione di fronte allo squallore di oggi”.

Senese, già segretario generale di Magistratura democratica, è stato un magistrato di prim’ordine, caratterizzato da una moralità e da una imparzialità indiscusse che ne hanno contrassegnato anche l’attività politica, allorché è stato prestato, per tre legislature, al Parlamento, in cui ha condotto significative e importanti battaglie per la giustizia, dimostrando che quel che nuoce ai magistrati e alla loro immagine non è – per usare le parole di un altro padre nobile di Magistratura democratica come Marco Ramat – la partecipazione alla “politica delle idee” ma la compromissione con la “politica del potere”.

È doveroso ricordarlo mentre ben altri rapporti con la politica emergono da parte di altri magistrati da sempre professatisi apolitici.

Ma c’è un’altra ragione per cui è importante ricordarlo nel pieno di questo scandalo. Senese era, nel 2008, il candidato naturale all’incarico di Procuratore generale presso la Corte di cassazione. Non fu nominato e resta uno dei casi esemplari di mancata nomina per ragioni squisitamente politiche.

Scavando, oggi, tra le mie carte ho trovato l’intervento che pronunciai a sostegno della candidatura di Senese nel plenum del Csm (di cui allora facevo parte) il 18 novembre 2008. Mi sembra utile riprodurlo non per smania di autocitazione ma a dimostrazione di come le qualità delle persone si possano riconoscere anche in vita e di come sia possibile condurre nel Consiglio superiore battaglie pubbliche e trasparenti (ancorché non vittoriose, come accadde in quella occasione nella quale anche l’allora presidente della Repubblica Napolitano si mostrò scandalizzato che qualcuno avesse evocato conventio ad escludendum nei confronti di componenti della magistratura estranee al circuito del potere).

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Signor presidente, consiglieri,

1.

Il mio sarà un appello al voto per Salvatore Senese e non sarà un intervento conciliante.

Sapendo contare fino a 13 e avendo sentito gli orientamenti dei colleghi, so che questo appello cadrà, probabilmente, nel vuoto. E tuttavia gli argomenti, quando sono seri, restano e varranno, se non per l’oggi per il futuro. E resta, soprattutto, la speranza di una nuova stagione in cui sia possibile quel che accadde in un dibattito in seno alla assemblea costituente francese del marzo 1790, quando la rivoluzione era ancora nella sua fase libertaria e, all’esito di un confronto alto – il tema era l’indipendenza del pubblico ministero – il deputato Goupil si alzò e disse «Dopo le prove fornite dal deputato Thouret, io obbedisco alla mia coscienza e ritiro la mia mozione», provocando – secondo quanto annota l’anonimo verbalizzante – «vivi applausi dell’assemblea». Temo che non ci sarà qui nessun monsier Goupil ma mi piacerebbe almeno che si riflettesse sulle parole del prof. Conso nella celebrazione di ieri dei 50 anni del Consiglio quando ha detto che «non dovrebbe essere un fuor d’opera chiedere ai componenti del Consiglio di mettere alla base di questa tipologia di delibere (quelle sugli incarichi direttivi, ndr) una obiettiva considerazione, al di là dell’appartenenza a questa o a quella o a nessuna corrente», dell’interesse collettivo e del bene comune.

2.

Dico senza timore di smentite ciò che in quest’aula tutti sanno (al di là delle parole di circostanza). Tra i due candidati oggi proposti, non c’è paragone. Se fossero tolti dai fascicoli personali i nomi dei loro titolari, individuare quello più ricco e autorevole sarebbe un gioco da bambini o un esempio di scuola. Giustamente, tra di noi, qualcuno morde il freno, e chiede per le nomine criteri e indicatori controllabili. Ebbene, in questo caso, non c’è davvero bisogno di indicatori tanto è evidente la differenza. Lo ricordo in estrema sintesi. Salvatore Senese – lo ha ricordato Ezia Maccora nella sua relazione – è un punto di riferimento giurisprudenziale (come sa chiunque ha dimestichezza con le riviste giuridiche), un uomo di cultura vastissima e non solo giuridica (basta guardare le sue pubblicazioni), un organizzatore culturale di prim’ordine. È da otto anni apprezzato presidente di sezione della Corte di cassazione, è stato rappresentante tra i più autorevoli della magistratura associata, componente da tutti ricordato di questo Consiglio, parlamentare della Repubblica. È uno dei massimi esperti mondiali di diritti umani e, per tale qualità, è subentrato a François Rigaux, da oltre 10 anni, alla presidenza del Tribunale permanente dei popoli (già Tribunale Russel).

3.

Perché, dunque, nonostante tutto questo, nonostante questa evidente straordinaria attitudine all’incarico di cui ci occupiamo, Salvatore Senese non vi sarà – con ogni probabilità (anche se mi auguro di sbagliare) – nominato?

Abbiamo sentito, non qui, ma ancora una volta nei corridoi molte ragioni. Si è detto che non proviene dalla Procura generale (come – è facile rispondere – la stragrande maggioranza dei procuratori generali che lo hanno preceduto). Si è detto che è essenzialmente un civilista e un lavorista (come – è facile rispondere – tutti o quasi i procurati generali che lo hanno preceduto negli ultimi tempi). Si è detto, ancora, che non può essere nominato perché è stato per tre legislature parlamentare della Repubblica. E qui, qualche considerazione si impone. Sorprende che l’avere avuto la fiducia dei cittadini per un delicato incarico rappresentativo sia considerato un demerito. Tanto più sorprende in un ordinamento costituzionale in cui la prima circolare del primo guardasigilli dell’Italia liberata (il ministro è il giurista liberale Arangio Ruiz e la data della circolare il giugno 1944) volle rimuovere il divieto per i magistrati – introdotto dal regime fascista – di partecipare alla vita politica (definita «un dovere civico» per tutti) osservando che «se moventi diversi da quello del compimento del dovere potessero influire sulle pronunzie dei magistrati italiani, non basterebbe impedire loro l’iscrizione ai partiti perché, dentro o fuori di questi, il giudice non potrebbe non avere le sue opinioni e relazioni, tanto più efficaci quanto più nascoste». Inutile dirlo qui, in un luogo che dovrebbe essere immune dalla demagogia che sembra annebbiare intelligenze e coscienze: la cosa grave nel prestito di magistrati alla politica non è la contingente commistione dei ruoli (che, di per sé, può costituire, anzi, un utile scambio di esperienze, particolarmente utile per le sorti della giustizia) ma – quando c’è – la dimostrazione di parzialità. Detto in maniera esplicita, a destar scandalo non sono – non devono essere – i magistrati che vanno in Parlamento, ma quelli che ci vanno per rendere servizi. Non è difficile distinguerli, e tra questi ultimi non può certo essere annoverato Salvatore Senese, uomo di dialogo e padre tra i più attivi del rinnovato art. 111 della Costituzione. Se così non fosse – non dimentichiamolo – dovremmo escludere dagli uffici apicali chi – come il concorrente contrapposto a Senese – ha avuto incarichi conferiti dal Governo (che non è certo imparziale) o chi ha rappresentato associazioni o movimenti di impegno civile o religioso (qualità che hanno caratterizzato negli anni alcuni tra i più prestigiosi magistrati del Paese).

4.

Non è, dunque, questa, non posso credere che sia questa la ragione della pretermissione di Senese.

La ragione – anche questo lo sappiamo tutti – è, lo dico soppesando le parole, il riemergere (o, meglio, il perdurare) di una conventio ad excludendum, per gli incarichi di maggior rilievo, nei confronti di candidati espressi da Magistratura democratica, da quel gruppo – a cui mi onoro di aderire – che, per usare parole di Giuseppe Borrè, ha consumato una eresia nella magistratura, prendendo sul serio la Costituzione repubblicana sia in termini di indipendenza reale della magistratura sia in termini di eguaglianza di tutti davanti alla legge. Di questa eresia Salvatore Senese è stato ed è una delle espressioni più alte. Escluderlo, dopo avere accantonato in commissione Giovanni Palombarini (anch’egli esponente autorevolissimo di quella cultura) e votare Esposito, anche da parte di chi lo aveva ritenuto inidoneo all’incarico di procuratore generale aggiunto e nonostante le ombre sulla sua figura, in termini di indipendenza e di capacità professionale, emergenti da una sentenza di giudici della Repubblica (perché non si dica che sono generico cito, in modo da consentire a tutti di controllare e di valutare: Corte appello Palermo, 29 gennaio 2001, imputato Corrado Carnevale, in particolare pp. 823-828, non smentita sui punti che qui interessano dalla successiva sentenza di annullamento della Corte di cassazione, intervenuta per tutt’altri motivi), pretermettere – dicevo – Senese, dopo avere accantonato Palombarini – nonostante le loro doti e attitudini specifiche da tutti riconosciute – ha un unico significato: voler cancellare la rappresentanza di una parte della magistratura, voler cancellare una parte della nostra storia, voler trasformare questo CSM da “casa di tutti” in organo di governo esclusivo della maggioranza.

Votare Senese significa per noi non solo indicare il candidato più idoneo a reggere la Procura generale ma anche denunciare questa operazione ed assumere l’impegno di opporsi ad essa, nello scorcio di consiliatura che ci rimane, con la massima energia e durezza.

18 novembre 2008                                                                                                                                                                                      Livio Pepino

Livio Pepino

Livio Pepino, già magistrato e presidente di Magistratura democratica, dirige attualmente le Edizioni Gruppo Abele. Da tempo studia e cerca di sperimentare, pratiche di democrazia dal basso e in difesa dell’ambiente e della società dai guasti delle grandi opere. Ha scritto, tra l’altro, "Forti con i deboli" (Rizzoli, 2012), "Non solo un treno. La democrazia alla prova della Val Susa" (con Marco Revelli, Edizioni Gruppo Abele, 2012), "Prove di paura. Barbari, marginali, ribelli" (Edizioni Gruppo Abele, 2015) e "Il potere e la ribelle. Creonte o Antigone? Un dialogo" (con Nello Rossi, Edizioni Gruppo Abele, 2019).

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