Il voto europeo: dati da maneggiare con cautela

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Maneggiare con cautela: vale per gli oggetti fragili e vale per i risultati delle europee.

L’avvertenza è d’obbligo perché si tratta di un voto che ha visto sì una partecipazione in aumento rispetto a cinque anni fa, ma comunque sempre sensibilmente inferiore a quella delle elezioni politiche di ciascun Paese. Limitandosi ai due Stati principali: in Germania è andato alle urne il 61,4% a fronte di un 76,2% per il rinnovo del Bundestag nel 2017, in Francia il 50,1% contro il 77,7% del primo turno delle ultime presidenziali. Prudenza, quindi, nel trarre conclusioni “epocali”, perché ciò che è stato vero domenica potrà non esserlo più alla prossima tornata, anche perché la volatilità è un dato ormai caratteristico della politica contemporanea.

E tuttavia, qualche dato “strutturale”, di lunga durata, sembra esserci, proprio sull’asse decisivo Berlino-Parigi.
Primo: c’è il declino dei grandi partiti storicamente di governo, che non raggiungono più nemmeno lontanamente il consenso di un tempo: la somma di CDU/CSU e SPD fa 44,7% (nel 2014 faceva 62,6%, vent’anni fa il 79,4%), quella fra gollisti e socialisti arriva a un incredibile 14,7% (nel 2014 si registrava un già basso 35%, dieci anni fa il 44%).
Secondo: lo spettro politico “a sinistra del centro” si tinge ormai più di verde che di rosso: in Germania il risultato dei Grünen (20,5%) equivale sostanzialmente a quello di SPD (15,8%) e Linke (5,5%) messi insieme, in Francia la lista Europe Ecologie (13,5%) raccoglie di più della somma fra la France Insoumise di Jean-Luc Mélénchon (6,3%) e il PS (6,2%), mentre i socialisti di sinistra di Benoît Hamon e i comunisti del PCF sono rimasti largamente sotto lo sbarramento del 5%.
Terzo: le socialdemocrazie del cuore carolingio dell’UE versano in una crisi che potrebbe dimostrarsi irreversibile.
Quarto: le sinistre più radicali non vanno oltre un dignitoso galleggiamento.

Oltre il nucelo franco-tedesco, naturalmente, c’è un panorama vario e diversificato. Difficile trovare un comune denominatore, dal Portogallo in cui tutte le forze progressiste godono di buona salute alla Grecia in cui Syriza arretra, dal Regno Unito dominato dal tema Brexit alla Spagna in cui avanzano i socialisti ma a spese di Podemos, dall’Olanda in cui la destra indietreggia alla Polonia in cui, al contrario, vince.

Tirando le somme, si profila una maggioranza per l’investitura del presidente della Commissione formata da popolari, socialisti e liberali, pari a circa 430 seggi su 751. In realtà, non della scelta del solo capo dell’esecutivo di Bruxelles si tratterà, ma di un pacchetto di cariche di vertice comprendente anche il presidente del Consiglio europeo (attualmente è il polacco Donald Tusk, popolare), il presidente del Parlamento (l’uscente è Antonio Tajani, popolare di Forza Italia) e l’Alto rappresentante per la politica estera (era Federica Mogherini, gruppo socialista). Le tre famiglie principali cercheranno verosimilmente un accordo-quadro che dia a ciascuna qualcosa. Ruoli a parte, nell’indirizzo politico di fondo non cambierà granché: già l’investitura del presidente della Commissione uscente Jean-Claude Juncker risultò dall’intesa fra popolari, socialisti e liberali, rappresentati più o meno equamente all’interno dell’esecutivo comunitario (le nomine dei commissari avvengono su indicazione dei Governi nazionali).

Tanto rumore per nulla, dunque? Non esattamente. Le novità ci sono, ma al di fuori di quella che può essere considerata «l’area di governo». Tornando alle tendenze emerse nei due Paesi-guida, bisogna sottolineare l’avanzata dei Verdi come un fatto politico nuovo e potenzialmente interessante per chi si batte per «un’altra Europa» (e un’altro mondo), parziale consolazione per il risultato insoddisfacente delle forze del GUE, la Sinistra unitaria europea. Negli ecologisti tedeschi convivono un’anima sociale e una più liberale, ma in questa tornata a essere più visibile è stata indubbiamente la prima: i capilista, Ska Keller e Sven Giegold, sono da sempre esponenti della corrente di sinistra (Giegold è il fondatore di Attac Germania), e l’accento dei loro discorsi è sempre caduto sul tema della giustizia sociale e della lotta «senza se e senza ma» all’intolleranza e al razzismo dei nazionalisti. La questione ambientale, cioè la giustizia climatica, è parte integrante di una visione del mondo in cui il neoliberismo è considerato un avversario da chiamare con il suo nome, e il federalismo come opzione per l’UE è figlio di una critica del deficit democratico che contraddistingue l’attuale architettura comunitaria. Un profilo simile hanno i francesi di Europe Ecologie, per i quali, come argomenta il loro segretario in un lungo intervento post-elettorale, «la critica sociale del capitalismo è fondamentale», pur sottolineando che essa, da sola, non basta: occorre anche «l’argomento ecologico nella critica delle conseguenze della rivoluzione industriale», che la sinistra di origine marxista continuerebbe a sottovalutare. Quella sinistra che, come si accennava, è arretrata un po’ dovunque (salvo, ripetiamo, in Portogallo), e che vedrà il proprio gruppo all’Eurocamera assottigliarsi di oltre un quinto (passando da 52 a 40 membri).

L’altra novità – preannunciata – è sul versante opposto: il variegato arcipelago nazionalista e ultra-conservatore cresce e si radicalizza. Se tutti i circa 140 deputati etichettabili «di (estrema) destra» dovessero stare sotto le stesse insegne, il gruppo supererebbe i liberali e tallonerebbe i socialisti. Probabilmente – e fortunatamente – continueranno a essere divisi, ma nulla si può escludere del tutto. I fattori che hanno impedito, sinora, un fronte comune sono almeno tre: le scelte isolazioniste del britannico Nigel Farage con la sua truppa di brexiters, il rapporto con la Russia che divide i polacchi del PiS di Jarosław Kaczyński dai putiniani Matteo Salvini e Marine Le Pen, l’appartenenza al PPE del partito del presidente ungherese Viktor Orbán. In assenza di alleanze ancora inedite, la principale compagine di quest’area sarà quella attorno alla Lega e all’ex Front National, che potrebbe arrivare a sommare circa 80 seggi, diventando il quarto gruppo a Strasburgo. Il consolidamento e l’espansione di questa «internazionale nera» sarà uno degli elementi su cui valutare il significato complessivo della legislatura che si sta aprendo o, detto in altri termini, su cui misurare la profondità della crisi di civiltà che il nostro continente sta attraversando.

Jacopo Rosatelli

Jacopo Rosatelli, dottore di ricerca in Studi politici, insegna nelle scuole superiori. Collabora con il manifesto, L’Indice dei libri del mese e Aspenia online. Insieme a Gianrico Carofiglio ha scritto, per Edizioni Gruppo Abele, Con i piedi nel fango. Conversazioni su politica e verità.

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