Al voto! Come fermare la destra?

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Condivido quasi del tutto le amare quanto lucide riflessioni di Marco Revelli (www.volerelaluna.it/in-primo-piano/2019/05/23/il-voto-del-26-maggio-scegliere-tra-opzioni-invotabili) sulla oggettiva necessità di scegliere, domenica, tra opzioni invotabili.

Ho un unico dissenso: sono assai meno indulgente verso un voto al Pd. Perché sono profondamente convinto che il voto al Pd finisca, sul medio e lungo termine, per alimentare ancor più il fuoco del consenso alla destra neofascista oggi al governo. Per due ragioni: perché le parole e i pensieri del Pd collaborano oggettivamente a costruire una egemonia culturale di destra; e perché le opere del Pd determinano una tale ingiustizia sociale da creare una santa rabbia che, in mancanza di un vero partito di sinistra, va in buona parte a destra. E la cosa sconcertante è che né l’avvento di Zingaretti, né un doveroso (quanto assente) senso di colpa per aver mandato al governo la Lega (attraverso lo sdegnoso rifiuto di fare un governo con i 5 Stelle), né la serietà della situazione hanno minimamente indotto il Pd a una benché minima riflessione su se stesso e sulla propria politica. Non c’è più Renzi sulla locomotiva: ma il treno corre esattamente sullo stesso binario.

Il voto amministrativo della mia città, Firenze, lo conferma in pieno.

Lo slogan della campagna elettorale del delfino di Renzi e sindaco uscente Dario Nardella suona così: «Firenze è la città che siamo». Cioè: lo stato delle cose come programma. Un TINA (There IS No Alternative, il motto distruttivo di Margaret Thatcher) malamente risciacquato in Arno.

Nonostante questo provinciale grigiore molti benpensanti “di sinistra” straparlano di un pericolo leghista: ma a Firenze Salvini ha rinunciato a correre, lasciando campo libero al vecchio regime. È fin troppo evidente che la scelta del candidato del centrodestra Ubaldo Bocci (ex presidente dell’Unitalsi) è una scelta consociativa, una candidatura fatta per perdere al primo turno. L’ennesima messa in scena del premiato teatro di Denis Verdini, quello che ha fatto debuttare Matteo Renzi (il quale ora si è nascosto, ma da domenica tornerà a straparlare) e ora coccola il suo attuale supplente. Lo sappiamo bene: i grandi interessi di questa città, i poteri veri, sono interessati a lasciare tutto com’è: hanno investito su Nardella, e hanno dunque deciso di dargli un avversario inesistente.

E, d’altra parte, «Firenze è la città che siamo» è un motto perfetto sia per Nardella che per Bocci: che hanno la stessa non-visione del futuro. Sono infatti molti anni che la mia città ha un governo di destra: un governo fatto di privatizzazioni, turismo selvaggio ed espulsione dei residenti, abbandono delle periferie, grandi opere inutili. E soprattutto di politiche securitarie di ispirazione classista e razzista. Firenze è la città che siamo: e siamo la città dei ricchi che nasconde i poveri fuori dal salotto turistico.

Quando ha scritto una delibera per dare le case popolari letteralmente «prima agli italiani», Nardella ha detto che: «Le graduatorie spesso premiano gli immigrati creando inquietudine sociale, incomprensione, intolleranza». Dunque, non secondo il bisogno, come avrebbe detto Giorgio La Pira: ma secondo il colore della pelle. Nemmeno l’iconografia della ruspa ci siamo risparmiati. È il 4 luglio del 2018 quando Nardella si fa riprendere davanti a una ruspa: «Tra oggi e domani – dice nella telecamera – completiamo con la polizia municipale lo smantellamento dell’accampamento abusivo in area privata di fronte al campo del Poderaccio Nei giorni scorsi sono stati mandati via tutti gli occupanti con l’efficace collaborazione delle forze dell’ordine. L’area sarà contestualmente messa in sicurezza dal proprietario. Un altro intervento concreto su legalità e cura della città. Andiamo avanti con il nostro piano contro le occupazioni abusive». Vantandosi del suo ennesimo sgombero di poveri occupanti di case vuote, attuato in nome di una legalità che non conosce giustizia, Nardella ha dichiarato (febbraio 2019): «Siamo al 47esimo sgombero dal 2014 ad oggi e il modello Firenze ha sempre funzionato anche prima dell’arrivo al Viminale del ministro Salvini. Con il suo arrivo al Ministero non è cambiato niente a Firenze. Non vorrei pertanto deludere il ministro secondo il quale gli sgomberi sono diventati più agevoli grazie agli impulsi che ha dato col suo decreto sicurezza. Non abbiamo bisogno delle sue direttive. Li facevamo prima del suo arrivo e li facciano adesso con lui al governo».

In perfetto accordo con Bocci, il sindaco Nardella ha osannato le zone rosse imposte dal Prefetto Lega: zone “a Costituzione sospesa” dalle quali si può essere espulsi anche solo per una denuncia. «Le zone rosse aiutano – ha dichiarato Nardella –. Non va fatta confusione né bisogna creare equivoci: non è un provvedimento che lede la libertà di movimento e soprattutto non colpisce i cittadini onesti». Tradotto: i benestanti, i sicuri, i salvati. E tanto peggio per i sommersi. Per quelli che papa Francesco chiama gli “scartati”: scartati anche dai candidati cattolici fiorentini. Perché questo fiorire di rosari nasconde una cosa: l’odio per i poveri, per i diversi, per i deboli.

«Firenze è la città che siamo»: dunque una città condannata a rimanere senza moschea. Pochi giorni fa, Nardella ha detto che il problema non riguarda il sindaco: una completa rinuncia a progettare un futuro di dignità per i cittadini musulmani. Una chiusura alla Firenze multiculturale sognata da La Pira. Uno schiaffo alla “cultura”, di cui tanto abusa il brand di questa Firenze di plastica.

E poi c’è un’antropologia del potere davvero dura a morire. E capace di trasparire anche da episodi in sé assai poco rilevanti. Domenica scorsa, durante il saggio di musica di fine anno della scuola di mia figlia è comparso un sorridente Nardella che, mormorando solo un ipocrita «mi hanno costretto…», ha imbracciato il violino accanto alle esterrefatte dodicenni. Infine, senza ovviamente ascoltare nessun’altra esecuzione, se n’è andato a un’altra iniziativa di campagna elettorale. È poi saltato fuori un ossequioso invito del dirigente scolastico della scuola ospitante, una mail in cui si scriveva al sindaco che, «come da lei suggerito», si poteva prevedere una partecipazione al concerto. Ora, due leggi (28 del 2000 e 313 del 2003) regolano la par condicio elettorale impedendo che gli amministratori in carica sfruttino la loro posizione per apparire più dei concorrenti: esattamente quel che è successo. Ma il problema non è l’eventuale violazione della legge, bensì l’arroganza con cui, dopo aver fatto una cosa quantomeno inopportuna, il sindaco si è rifiutato di scusarsi con i genitori e i ragazzi urtati da questa irruzione.

Ebbene questo uso personale del potere, questo scarso rispetto per le istituzioni, questa strumentalizzazione di una scuola che avrebbe bisogno di tutto tranne che di sindaci violinisti ad uso elettorale: tutto questo parla di un ceto politico che non ha alcuna idea del baratro su cui ci troviamo.

Ed è per questo che io voterò per Antonella Bundu, la candidata della coalizione di sinistra. Antonella rappresenta esattamente il contrario di tutto questo: fin dal suo essere donna e nera. E soprattutto per la visione – felicemente, provvidenzialmente ingenua – di una città semplicemente giusta. Lo slogan che ha scelto è l’esatto contrario di quello di Nardella: «Firenze è differente». La sua candidatura è stata una risposta forte a chi predica di voler fermare la destra confermando al governo di Firenze chi ha fatto e annuncia di voler continuare a fare politiche di destra. Perché la destra si ferma non con un’altra destra: ma con la sinistra. Una sinistra vera, come quella che si è ritrovata nella candidatura di Antonella Bundu.

Un grande fiorentino, uno dei più grandi, don Lorenzo Milani, ha detto: «Se voi avete il diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri allora vi dirò che … io non ho Patria, e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi e privilegiati e oppressori. Gli uni son la mia Patria, gli altri i miei stranieri».

Ecco perché il voto per Antonella è un voto utile. L’unico vero, voto utile: perché è un voto giusto. Un voto partigiano: perché si schiera dalla parte giusta. Un voto che vuole invertire la rotta e costruire una Firenze differente.

Domenica si festeggia un altro santo fiorentino: Filippo Neri. Egli ripeteva: «State buoni, se potete». Speriamo che domenica i fiorentini possano esser buoni: cioè giusti.

Gli autori

Tomaso Montanari

Tomaso Montanari insegna Storia dell’arte moderna all’Università per stranieri di Siena. Prende parte al discorso pubblico sulla democrazia e i beni comuni e, nell’estate 2017, ha promosso, con Anna Falcone l’esperienza di Alleanza popolare (o del “Brancaccio”, dal nome del teatro in cui si è svolta l’assemblea costitutiva). Collabora con numerosi quotidiani e riviste. Tra i suoi ultimi libri Privati del patrimonio (Einaudi, 2015), La libertà di Bernini. La sovranità dell’artista e le regole del potere (Einaudi, 2016), Cassandra muta. Intellettuali e potere nell’Italia senza verità (Edizioni Gruppo Abele, 2017) e Contro le mostre (con Vincenzo Trione, Einaudi, 2017)

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