Riace: qui si fanno miracoli

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Venerdì 11 maggio

Il vuoto fra le case di Riace è ancor più triste dell’ultima volta. Dal bar sguardi di scetticismo accompagnano il nostro incedere silenzioso verso la locanda. Sanno dell’“evento” di domani e dell’ultimo diniego dei giudici al ritorno di Mimmo, sia pure per un solo giorno, fra la sua gente. Sanno di noi, sanno di loro e che l’oblio è ai margini del borgo.

Da “Donna Rosa” mi attendono gli altri; Barbara e quelli di Longo Mai è da diversi giorni che lavorano per rimettere in sesto le case del paese albergo e ricostruire le fila di un tessuto relazionale che, senza Mimmo, è andato disfacendosi. Gianfranco contagia subito con i suoi lampi d’allegria. Padre Alex è Padre Alex e poco altro c’è da dire. Felicetta sempre al suo fianco e Chiara sulla tolda di comando. Come al solito avevo capito male e del preannunciato esercito di famosi cantanti è rimasta, per questioni di diritti d’autore e norme di sicurezza, la sola presenza simbolica di Dario Brunori e dei Marlene Kuntz. Parliamo delle infinite questioni pratiche da risolvere ed elaboriamo un programma di massima. Tutto il resto si conferma terra incognita e si salpa. Il clima almeno ci sorride, dopo lunghe lame d’inverno nel cuore di maggio.

La sera a Caulonia, finalmente da Mimmo. Ci accoglie nel suo bar-ufficio d’angolo e poi la cena nei pressi è solo il pretesto per continuare ad abbracciarlo e avere la gioia di vedere aprirsi di nuovo quel suo indicibile sorriso.

Sabato 12 maggio

Un sole impaziente graffia presto le imposte e già alle sette sono fuori col cane. Come al solito imbocchiamo il magico percorso in pietra delle lavandaie d’un tempo. In ripido pendio verso terrazzamenti e frutteti che lastricano la stretta valle. Il raglio dell’asino rimbomba possente. Costretto alla separazione dalle femmine, è solo a testimoniare i giorni della raccolta rifiuti coi carretti. Poggia il muso triste sulla staccionata, implorando carezze sopra i sigilli della polizia giudiziaria che annunciano il sequestro delle stalle. Con Nick nasce un’immediata e viscerale amicizia.

Il resto della mattinata passa fra i tavolini in piazza, le frasi afferrate e l’afflusso eccessivamente lento e rado dei resistenti. Alle due l’anfiteatro davanti al piccolo palco è ancora deserto, la piazza soprastante poco meno e io mi sto innervosendo. Ma il sole continua ad abbracciarci euforico, addolcito da un fresco vento che regala ristoro. Il vento… avrei dovuto capirlo.

Intanto arriva Maria, la candidata sindaca che vorremmo raccogliesse il testimone. Una donna piccola e dai modi gentili, ma che lascia intravedere quei tratti di fierezza che han casa da queste parti. Altri abbracci, rassicurazioni e richiami che intessono la piazza, poi si fa l’ora.

Prendo l’iniziativa di dar voce a tutti perché scendano giù verso il palco. Si va a cominciare e sento l’ansia di un fiasco. Ce lo farebbero pagare caro, ma avrei dovuto saperlo che qui accadono le cose.

Il sole continua a tingerci i volti e il vento a carezzarli e improvvisamente l’anfiteatro è pieno di gente. Un enorme striscione lo sovrasta recitando «Esiliato per paura come in una dittatura, lo vogliamo qui a Riace il paese della pace».

Prendiamo posto di fronte al piccolo palco. Mi hanno autorevolmente sconsigliato di parlare e non lo farò. Chiara, Gianfranco e Alex presentano la nostra fondazione “È stato il vento”, raccontano di come si proponga di resuscitare quell’esperienza di solidarietà, comunità e accoglienza che ha imposto al mondo una diversa narrazione. Il piccolo padre Alex, con il suo tono gentile e l’esile timbro di voce, trova come al solito parole che scuotono i petti e ardono le coscienze e, come al solito, mi sforzo d’ingoiare le lacrime. Ma adesso so che andrà tutto bene e sono già felice.

Chiara lo annuncia. Ho controllato prima con Gianfranco dopo aver azzerato il contachilometri dell’auto: sono appena 900 metri.

Annuncia che l’esiliato ci attende lungo il confine che non può superare e invita tutti a incamminarci fino al territorio del limitrofo comune di Stignano per abbracciarlo. Così ha inizio una marcia che, sono convinto, ha inciso una tacca non solo nei nostri cuori, ma nella storia di questa triste e impaurita Europa. Abbiamo percorso insieme quei 900 passi cantando “Bella ciao”. La mattina la processione dei Santi Cosmo e Damiano verso il mare e noi il pomeriggio in direzione opposta, ma invisibili legami parevano unire tutto e io pensavo alla tragica distanza fra giustizia e legge.

Lasciata alle spalle la breve salita che conclude il borgo e imboccato il crinale, la bellezza di questa mia terra ha voluto davvero esagerare. Tutti i colori del mondo tracciati dal sole del pomeriggio nei campi fioriti fra gli ulivi e, in fondo, il blu feroce del mare dei bronzi. Alex, poi, avrebbe trovato le parole, noi eravamo solo abbagliati. Alla fine Mimmo, annunciato da due carabinieri in uniforme a presidiare il confine e seminascosto dall’ombra di un intrico di arbusti. Lo abbiamo abbracciato tutti e tutt’altro che metaforicamente, ma l’abbraccio più bello è stato con quel vecchio alto e imbiancato dal volto di un invincibile nitore e dallo sguardo indomabile: Peppino Lavorato, il sindaco delle occupazioni delle terre a Rosarno, il sindaco bagnato dal sangue di Valerioti, stretto all’altro piccolo sindaco che gli bagnava di lacrime la giacca.

Poi è stata la festa. Artisti venuti a esprimere la loro solidarietà a quel che Riace è stato e continuerà a essere e tutti a cantare e ballare fino a sera.

Domenica 12 maggio

Scendiamo un po’ più tardi del giorno prima, io e Nick, a salutare il nostro amico sigillato dai giudici. Il suo raglio felice ci chiama già all’imbocco del viale. Poi il caffè da Alessio, l’infaticabile barista e siamo ancora tutti sovrastati da emozioni ed eventi del giorno prima.

Impossibile ricordarli tutti: la notizia del premio Feltrinelli assegnato a Riace, i mondiali antirazzisti che vi si svolgeranno a luglio, lo scultore antillano Nelson Carrillo e il suo progetto dei “nuovi bronzi per la nuova Riace”, che prevede la collocazione dell’imponente opera nel paese entro il 2020, Dario Brunori che s’infischia di vincoli contrattuali e, imbracciata la chitarra, tiene il palco fino a sera.

Sono un po’ agitato perché Alex vuole dir messa per noi. Non ho il dono della fede e le messe che ho seguito, con l’indifferenza di sempre, negli ultimi 40 anni sono state solo per nascite, matrimoni o funerali. Nel piccolo salotto di “casa Atena” ci aspettano quelli di Longo Mai e Alex. Il resto, scusate, è personale. Posso solo dire che quell’incredibile prete mi ha fatto sentire, per la prima volta, parte di una comunità di fede.

La mattina vola nell’ultima riunione della fondazione, fra conti, inventari, programmi operativi, proposte, speranze, determinazione.

Salutiamo Riace sotto pesanti gocce di pioggia. Il sole per ora è andato via e mentre guido penso che, all’inizio del borgo, occorrerebbe mettere un’altra targa che dicesse: «qui si fanno miracoli».

About Emilio Sirianni

Emilio Sirianni, magistrato, è presidente della sezione lavoro della Corte d’appello di Catanzaro e segretario della sezione locale di Magistratura democratica

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