Un apartheid in versione italiana

image_pdfimage_print

“La porta rossa” è il titolo di una fortunata serie televisiva italiana prodotta da Rai Fiction e ideata da Carlo Lucarelli e Giampiero Rigosi. L’invenzione fantastica intorno alla quale gira tutta la vicenda è quella della “porta rossa”, che separa definitivamente i morti dal mondo dei vivi. Il commissario Cagliostro, ucciso da una mano ignota, giunto di fronte alla porta rossa, si ritrae, evita di attraversarla e rimane, in forma invisibile, nel mondo dei vivi, per indagare sul suo stesso omicidio e scongiurare i pericoli che gravano sulla moglie incinta e poi sulla figlia neonata. Per agire ha bisogno di una medium, la diciassettenne Vanessa Rosic, l’unica persona che può vederlo e seguire le sue istruzioni.

Ho pensato alla “porta rossa” leggendo i due editti partoriti questa settimana dal Ministro dell’Interno, con due circolari, in data 15 e 17 aprile. Con la prima si ordina al Capo della Polizia, al Comandante Generale dell’Arma dei Carabinieri, al Comandante Generale della Guardia di Finanza, al Capo di Stato Maggiore della Marina Militare e al Comandante Generale della Capitanerie di Porto (e perché no al Corpo dei Marines?) di vigilare sulla nave “Mare Jonio”, per impedire che possa compiere altri salvataggi in mare nelle acque dove vige la finzione della SAR libica. Com’è noto, la circolare ha provocato una forte irritazione dei vertici militari, che non sono soggetti all’autorità del Ministro dell’Interno e hanno fatto trapelare una nota durissima, considerandola «una vera e propria ingerenza senza precedenti nella recente storia della Repubblica», poiché i militari rispondono solo al Ministro della Difesa e al Capo dello Stato, che è il capo supremo delle Forze Armate.
«Quel che è accaduto è gravissimo – continua la stessa fonte – perché viola ogni principio, ogni protocollo e costituisce una forma di pressione impropria nei confronti del Capo di Stato Maggiore della Difesa (…). Queste cose accadono nei regimi, non in democrazia». Il problema, però, non è il rispetto del galateo istituzionale, ma la pretesa di coinvolgere ancora di più le Forze armate nella illegale politica di divieto di soccorso in mare e di respingimento collettivo (in spregio alle convenzioni internazionali) delegata a una sedicente Guardia costiera di uno Stato fantoccio, che in questo momento è dilaniato dalla guerra civile.

Con la seconda circolare si invitano i Prefetti, scavalcando i Sindaci, a istituire nelle città delle “zone rosse”, nelle quali non possano accedere coloro che siano stati denunciati per percosse (uno schiaffo), lesioni, rissa, spaccio di stupefacenti (tossicodipendenti) e venditori ambulanti. Viene creata una categoria di persone che vengono considerate “dedite ad attività illegali”. È una singolare forma di apartheid, simile a quella che vigeva in Sudafrica, dove nelle città dei bianchi non potevano circolare i neri. Con provvedimento amministrativo, alcuni cittadini vengono dipinti di nero e banditi dalla città dei bianchi. Immediata è stata la reazione del Sindaco di Palermo, il quale ha dichiarato che non si farà scavalcare e ha chiesto al premier Conte di intervenire per difendere le autonomie, osservando che «è la conferma che abbiamo un Ministro dell’Interno eversivo. Il Viminale vuole creare un clima di scontro sociale».

È fin troppo ovvio rilevare che gli editti della settimana di Pasqua, oltre a essere inefficaci e impraticabili, sono traballanti dal punto di vista giuridico e saranno facilmente smontati dall’intervento dei giudici amministrativi e ordinari. Però rimane l’effetto politico, che è quello di una ulteriore degradazione dello Stato di diritto e di una ulteriore scivolata verso la costruzione di un immaginario autoritario.

A questo punto ci assale un dubbio: vuoi vedere che la porta rossa esiste davvero e che quel signore con la mascella quadrata che si affacciava dal balcone di Piazza Venezia non l’ha attraversata ed è rimasto fra noi, invisibile, per realizzare quel progetto che credevamo archiviato definitivamente il 25 aprile?

In questo caso, non possiamo avere alcun dubbio, il suo medium non è Vanessa, ma Matteo.

L’articolo compare anche sul “Corriere dell’Irpinia”

About Domenico Gallo

Domenico Gallo, magistrato è presidente di sezione della Corte di cassazione. Da sempre impegnato nel mondo dell’associazionismo e del movimento per la pace, è stato senatore della Repubblica per una legislatura ed è componente del comitato esecutivo del Coordinamento per la democrazia costituzionale. Tra i suoi ultimi libri Da sudditi a cittadini. Il percorso della democrazia (Edizioni Gruppo Abele, 2013)

Vedi tutti i post di Domenico Gallo

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.