La trappola del reddito di cittadinanza all’italiana

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Il cosiddetto “reddito di cittadinanza” (d’ora in poi RDC) è un dispositivo confuso e lesivo della dignità dei poveri. Ha ben poco a che fare con il reddito di cittadinanza vero e proprio, che è una misura non assoggettata a condizionalità e senza limiti di durata predeterminata. Non può nemmeno essere assimilato al reddito minimo presente in quasi tutti i paesi europei.

1.

Il RDC all’italiana unisce in un’unica misura iniziative e programmi di politiche attive, volte all’inserimento lavorativo di soggetti a basso reddito potenzialmente occupabili, e interventi di politiche passive, cioè di sostegno al reddito destinate alle famiglie in condizioni di disagio sociale. Si tratta di misure che dovrebbero rimanere separate, e nella gran parte dei paesi lo sono, perché richiedono interventi diversi.

Le politiche attive contribuiscono ad aumentare il numero degli occupati solo se gli squilibri sul mercato del lavoro dipendono dal mancato incontro fra domanda e offerta di lavoro. Sono in grado di aumentare l’occupazione se ci sono posti di lavoro vacanti e individui inoccupati che non hanno le qualifiche necessarie a coprire i posti di lavoro disponibili. Si tratta di politiche molto costose, che implicano ampi e articolati interventi in formazione e presuppongono l’esistenza di una macchina amministrativa efficiente e ben rodata in grado di formare e ricollocare i disoccupati.

Non è questo il caso italiano. La disoccupazione in Italia dipende in minima parte da squilibri del mercato del lavoro, ma piuttosto da carenze strutturali del nostro sistema. I Centri per l’impiego, poi, possono contare su risorse inadeguate e un numero ridotto di operatori e il potenziamento previsto per la gestione del RDC è del tutto insufficiente rispetto alla mole di lavoro che dovrebbero svolgere. In ogni caso, la mancanza di una strategia di sviluppo fa sì che le politiche attive servano a promuovere l’inserimento nel mercato del lavoro di certe categorie di soggetti a scapito di altri. La previsione di sgravi contributivi alle imprese e alle agenzie per il lavoro per l’assunzione di beneficiari del RDC, ben più elevati di quelli previsti dal Jobs Act che già a suo tempo si erano rivelati fallimentari, porterà alla sostituzione di potenziali lavoratori che non hanno accesso al RDC con gli “occupabili” che lo percepiscono. In pratica è probabile un effetto “spiazzamento”, cioè una redistribuzione dei posti disponibili fra diverse componenti della forza lavoro, con effetto nullo sull’occupazione totale.

Il RDC non è in grado di cancellare la povertà, come promesso, non solo per l’insufficienza delle risorse, ma anche per la sua modalità di attuazione. La povertà e la deprivazione materiale devono essere affrontate con interventi multidimensionali. È necessario un reddito minimo incondizionato per chi vive al di sotto della soglia della povertà assoluta, ma è fondamentale avviare contemporaneamente politiche che permettano di uscire dal disagio sociale e dalla deprivazione materiale, ad esempio quelle di conciliazione lavoro-famiglia, il potenziamento di istruzione e formazione, il rafforzamento dei servizi sociali. Non ultime sono le politiche di contrasto alla precarietà, allo sfruttamento, al lavoro sottopagato, perché, non va dimenticato, nelle famiglie che vivono in condizioni di povertà assoluta ci sono spesso persone che lavorano, ma guadagnano troppo poco per uscire dalla povertà. Secondo l’ISTAT, del milione e 791 mila potenziali destinatari del RDC in età lavorativa (16-64 anni), 428 mila sono occupati (il 15,8%).

Il finanziamento delle politiche di contrasto alla povertà e al disagio sociale non può essere realizzato in deficit, ma deve ricadere sulla fiscalità generale, poiché richiede interventi duraturi. In caso contrario c’è il rischio di avviare percorsi che non sono sostenibili nel tempo. Presuppone quindi ampi interventi redistributivi, aliquote fortemente progressive, lotta all’evasione fiscale e non condoni, flat tax etc. È illusorio pensare che l’erogazione di sussidi di povertà possa rilanciare l’economia attraverso il meccanismo del “moltiplicatore”, ovvero la crescita della produzione sostenuta dall’aumento della domanda dei percettori di RDC. Le spese dei cittadini con basso reddito sono indirizzate per lo più ad acquisti di prodotti di importazione meno costosi e di qualità inferiore rispetto a quelli italiani. Quindi è probabile che l’impulso all’economia italiana dato dalle spese dei percettori di RDC sia estremamente contenuto.

In questa fase recessiva lo sforamento dei vincoli di bilancio pubblico comporta non solo una probabile riduzione nel prossimo futuro delle risorse destinate al RDC, ma anche il rischio di far scattare entro uno o due anni le “clausole di salvaguardia”, cioè le misure necessarie per rispettare i vincoli comunitari relativi al bilancio pubblico. Le prossime – destinate a scattare nel biennio 2020-2021 – implicano aumenti dell’IVA e delle accise rispettivamente per 1,2 e 1,5 punti percentuali di PIL. Alternativa all’aumento dell’IVA potrebbe essere un taglio alla spesa pubblica per investimenti e welfare. Si tratta in ogni caso di misure destinate ad avere un impatto depressivo sulla nostra economia già in recessione, con pesanti effetti sulle fasce più deboli della popolazione. Sarebbe ragionevole coprire la spesa destinata al RDC con una rimodulazione delle aliquote fiscali, con la reintroduzione dell’IMU sulla prima casa, almeno oltre una certa soglia, con la reintroduzione di imposte di successione fortemente progressive e altre imposte patrimoniali. Ma le proposte del governo vanno in direzione opposta.

Va sottolineata la complessità della gestione del RDC, che rischia di portarlo al fallimento. La macchina burocratica necessaria per il collocamento e il monitoraggio da costruire in tempi strettissimi, gestita per lo più da precari, quelli dell’ANPAL, i “navigator” e numerosi addetti dei centri per l’impiego, con tutta probabilità porterà a una situazione caotica e a uno spreco di risorse, che in questo periodo di vacche magre potrebbero essere impiegate in modo assai più vantaggioso per rilanciare l’economia e, di conseguenza, combattere disoccupazione e povertà. La gestione congiunta del sussidio di povertà e delle politiche attive per il lavoro mette inoltre seriamente a rischio i limitati risultati realizzati finora dalle stesse a causa dell’intasamento che inevitabilmente si creerà presso ANPAL, Comuni, INPS e Centri per l’impiego per la gestione e i controlli relativi al RDC.

La modalità con cui il dispositivo è stato congegnato produce una distribuzione iniqua delle risorse disponibili a scapito delle famiglie più numerose e dei poveri residenti nelle città metropolitane del nord. Infatti non è modulato sul costo della vita dei diversi territori e non tiene sufficientemente conto del numero dei componenti del nucleo famigliare.

2.

Fra i numerosi aspetti critici del reddito di cittadinanza all’italiana, i più preoccupanti riguardano la colpevolizzazione, la discriminazione e il controllo dei poveri. A questo proposito ricordiamo l’obbligo di lavoro gratuito presso i Comuni per la partecipazione a progetti utili alla collettività. Per definizione, il lavoro gratuito obbligatorio non deve esistere e non ha senso che esista, se non per i responsabili di un reato. è una misura utilizzata come pena alternativa alla detenzione in funzione rieducativa. Non è un caso che si sia introdotto tale obbligo: il povero deve essere colpevolizzato e rieducato, la condizione di povertà è sua diretta responsabilità e quindi deve scontare una pena, proprio come chi ha commesso un reato ed è in debito nei confronti della collettività.

Le spese del percettore del RDC devono essere monitorate, il povero deve essere controllato, non è un cittadino libero, è sotto libertà vigilata, incapace, secondo il legislatore, di gestire il bilancio famigliare. Grazie all’intervento del garante della privacy, si è escluso il controllo delle singole spese, ma rimane il vincolo a spendere mensilmente tutto ciò che viene erogato sulla “card”, in caso contrario si perde ciò che non viene speso entro il mese. Il percettore del RDC si trasforma così in un consumatore forzato, impedendogli di mettere da parte qualcosa per un acquisto futuro. Non gli è neppure consentito di risparmiare in vista dell’acquisto di uno smartphone che gli permetta di accedere quotidianamente alla piattaforma digitale per cercare lavoro. Un aspetto grottesco è infatti l’obbligo di registrarsi sull’apposita piattaforma digitale e di consultarla quotidianamente per la ricerca del lavoro, e, sempre attraverso tale piattaforma, interagire con i navigator e i centri per l’impiego. Secondo i dati Istat relativi al 2017, il 10% delle famiglie in povertà assoluta non possiede alcun apparecchio per collegarsi a internet, in Molise addirittura solo il 40% delle famiglie povere ha la possibilità di connettersi alla rete. Se consideriamo poi il livello di analfabetismo informatico presente nel nostro paese, sorge il dubbio che l’obbligo di connessione giornaliero, che nella gran parte dei casi non sarà realizzabile, sia più un regalo ai gestori della piattaforma digitale che non una misura per creare occupazione.

La criminalizzazione del povero porta a infliggergli pene sproporzionate rispetto all’illecito o al reato commesso. Gli evasori raramente finiscono in galera, soprattutto in tempo di “sanatorie” e condoni. Per chi non rispetta le regole stabilite per l’accesso al RDC o fornisce dichiarazioni false o incomplete, invece, sono previste sanzioni che vanno dalla perdita del beneficio fino a sei anni di carcere L’articolo del decreto relativo alle sanzioni, è composto di ben 15 punti e occupa più di una pagina della Gazzetta Ufficiale. Tale articolo prende in considerazione una casistica impressionante di inadempienze e illeciti, che comportano sanzioni, carcere o, nella migliore delle ipotesi, la perdita del sussidio.

Il beneficiario del RDC, per non perdere il sussidio, deve accettare una delle tre offerte di lavoro “congrue”, la prima nei 12 mesi iniziali dev’essere entro i 100 chilometri o 100 minuti di viaggio da casa, poi la distanza si allunga man mano che il tempo passa e gli spostamenti per raggiungere il luogo di lavoro possono arrivare a centinaia di chilometri da casa. Sono previsti perfino incentivi al trasferimento con l’intera famiglia, che probabilmente pochissimi saranno disposti ad accettare, perché il cambiamento di sede comporta non solo costi monetari, ma anche la perdita di reti sociali, che spesso forniscono anche un supporto economico in caso di necessità, lo sradicamento dalle aree di origine, il rischio di disoccupazione alla scadenza degli incentivi dati alle imprese per le assunzioni dei percettori del RDC. Nel caso improbabile in cui l’opportunità di fruire di tali incentivi fosse colta da molti lavoratori, si creerebbe un ulteriore depauperamento delle aree depresse. Già assistiamo a una fuga dei giovani dalle regioni del sud a quelle del nord o all’estero: anziché cercare di arrestare questo processo attraverso una politica volta a rivitalizzare l’economia delle aree depresse, si punta a incentivare il trasferimento delle persone occupabili, accentuando così la decrescita demografica e l’impoverimento del Mezzogiorno.

Non ultimo elemento discriminatorio è l’insieme di norme che riguardano i residenti extra-comunitari. Sono esclusi i residenti nel nostro paese da meno di dieci anni, il che significa impedire l’accesso al RDC alle famiglie più esposte a condizioni di povertà. La platea dei cittadini extra-comunitari beneficiari del RDC sarà ulteriormente ridotta dall’obbligo di presentare una certificazione di reddito e patrimonio del nucleo familiare rilasciata dallo Stato di provenienza, anche tradotta in italiano e “legalizzata” dall’autorità consolare italiana.  

Lo stereotipo del povero pigro, fannullone, che preferisce l’ozio all’impegno, il continuo richiamo all’idea dei “furbetti del divano” è stato uno dei leitmotiv della campagna mediatica intorno al RDC. È probabile il fallimento del dispositivo impropriamente chiamato reddito di cittadinanza a causa della mancanza di risorse finanziarie, dell’insufficienza di personale e della difficoltà di gestire una macchina amministrativa complessa e mal congegnata. Con la recessione in corso, poi, è concreto il rischio di una crescita nel numero dei poveri e una diminuzione delle risorse destinate al RDC. Ma a questo punto non sarà difficile trovare i responsabili: sono i poveri stessi, pigri e “furbetti”, che ostacolano il processo di riabilitazione e impediscono il funzionamento del sistema.

La colpevolizzazione dei poveri finisce col legittimare le crescenti disuguaglianze e spianare la strada a pregiudizi e discriminazioni. Questo è l’elemento più pericoloso del RDC: crea consenso intorno all’intolleranza nei confronti dei poveri. Che i poveri siano tali perché preferiscono l’ozio, perché sono i “furbetti del divano”, già sta passando nel sentire comune e ne favorisce l’emarginazione. Oggi assistiamo a un crescente razzismo, alimentato da una campagna dissennata del Governo, che purtroppo sta dando i suoi frutti. Il nuovo fronte su cui si sta avviando la battaglia è quello della povertà, non certamente per abolirla, come sostengono le voci governative, ma per stigmatizzare i poveri.

3.

Che fare allora per combattere la povertà? Da più parti si sostiene la necessità di introdurre un vero proprio reddito di cittadinanza, cioè una misura incondizionata di sostegno al reddito. Si argomenta che la tecnologia sottrae posti di lavoro, per cui la disoccupazione necessariamente cresce.

Per il momento in Italia questo non accade, dato che la produttività è stagnante. Informatizzazione e robotizzazione non paiono essere in Italia responsabili della disoccupazione e del basso tasso di occupazione. Sono l’insufficienza di investimenti e l’assenza di una seria politica economica la causa della disoccupazione nel nostro paese. In ogni caso, date le condizioni dei nostri conti pubblici, l’introduzione di un reddito di base universale non è una via percorribile. In presenza di disoccupazione, sarebbe più equo avviare, accanto ad altre misure, una politica volta alla riduzione dell’orario di lavoro per redistribuire l’occupazione esistente.

Sarebbe ragionevole riprendere la proposta di “lavoro di cittadinanza” lanciata dall’economista americano Hyman Minsky negli anni Settanta. Secondo Minsky lo Stato deve aver il ruolo di “datore di lavoro di ultima istanza”, cioè deve occupare tutti i disoccupati offrendo un salario dignitoso. Anziché elargire un sussidio e obbligare al lavoro gratuito, i Comuni e gli altri enti pubblici potrebbero assumere lavoratori per soddisfare i molti bisogni insoddisfatti presenti nel nostro paese in campo ambientale, sociale e culturale. Ad esempio, è assai meno costoso assumere lavoratori per mettere in sicurezza il territorio che provvedere a riparare i disastri causati dall’incuria.

La creazione di posti di lavoro nel settore pubblico, remunerato con salari dignitosi, avrebbe diverse ricadute positive: sarebbe un argine al lavoro nero, allo sfruttamento, ai salari da fame, permetterebbe di rivitalizzare il settore pubblico, che in Italia è nettamente sottodimensionato, consentirebbe di avviare una serie di opere necessarie per la cura del territorio, per una riconversione ecologica dell’economia, per valorizzare il nostro patrimonio culturale, per potenziare formazione, istruzione e ricerca, ecc. Un programma di questo genere potrebbe coinvolgere individui con le competenze più disparate, non solo lavoratori privi di specializzazione, ma anche persone con qualificazioni elevate, che oggi trovano facilmente lavoro all’estero, ma non in Italia.

Certamente si tratta di un progetto la cui realizzazione richiede tempo e una programmazione accurata, perché deve combinare le esigenze di sviluppo con la necessità di assorbire la disoccupazione. Ma, poiché la mancanza di posti di lavoro e la piaga del precariato nel nostro paese sono collegate proprio all’assenza di serie politiche per lo sviluppo, solo l’interazione fra politiche macroeconomiche e industriali, misure per l’occupazione e politiche sociali sarebbe in grado di favorire uno sviluppo sostenibile, combattere la povertà e promuovere l’occupazione.

About Lia Fubini

Lia Fubini, ricercatrice universitaria dal 1982, insegna Politica Economica e Economie e Politiche del Lavoro all'Università di Torino. Si occupa di lavoro e di politiche per l'occupazione. Ha collaborato con riviste e siti di politica e di economia, fra cui Sbilanciamoci.info.

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One Comment on “La trappola del reddito di cittadinanza all’italiana”

  1. L’interessante intervento di Lia Fubini a proposito del reddito di cittadinanza (RDC d’ora in poi) contiene alcune cose con cui concordo pienamente, e altre da cui invece dissento; e anche alcune interpretazioni del contenuto della legge che non mi sembrano esatte. In questo intervento espongo le mie osservazioni, anche allo scopo di sollecitare un dibattito costruttivo. Ometto per brevità alcuni punti a mio avviso meno rilevanti, sia di accordo che di disaccordo, e mi limito ai principali. Comincio coi punti di disaccordo, perché ritengo molto importanti quelli su cui concordo (che a mio avviso potrebbero -e dovrebbero- essere al centro di qualsiasi serio programma di sinistra); e di solito ciò che più viene ricordato di un articolo è l’ultima parte.

    1. Mi sembra che Fubini sottovaluti l’importanza politica e di principio del RDC in quanto tale. Che in una situazione economica difficile si approvi una legge che stabilisce che nessuno deve vivere sotto la soglia di povertà è qualcosa di oggettivamente di sinistra, addirittura rivoluzionario; che sia stata introdotta da un partito che non si dichiara di sinistra (e non lo è) non cambia questo dato di fatto. La legge è molto probabilmente migliorabile, ogni critica è lecita, ma essa dovrebbe costituire, per la sinistra, un’importante punto di partenza su cui costruire. Il riconoscimento di ciò è assente nel testo di Fubini, e tale assenza può indurre a pensare che lei ritenga che il RDC così come è stato introdotto dovrebbe essere cancellato.
    2. Fubini ritiene che il RDC sia lesivo della dignità dei poveri, in quanto soggetto a condizioni degradanti, come il lavoro obbligatorio gratuito. Su questo aspetto specifico dirò qualcosa più sotto. In generale, però, mi pare che abbia ragione Ehrenreich (Una paga da fame) quando sostiene che nulla è più degradante della povertà. Avere un reddito garantito, sia pure sotto certe condizioni, mi pare che sia molto meno degradante che dovere accettare qualsiasi condizione pur di avere un reddito. Dal punto di vista della dignità personale il RDC è probabilmente migliorabile, ma è certamente un passo in avanti rispetto alla situazione attuale.
    3. Fubini ritiene che la spesa per il RDC obbligherà a un aumento dell’IVA (come da clausole di salvaguardia) o all’aumento di altre tasse. E’ molto probabile che le clausole verranno rinviate con opportuni compromessi con l’UE, così come è avvenuto negli ultimi anni – il costo politico di una loro implementazione è troppo elevato, al punto che la UE ha dovuto consentire il loro rinvio non solo al tanto amato governo Renzi, ma anche al tanto odiato governo attuale. Detto ciò, politiche non di austerità implicano necessariamente un aumento del carico fiscale (o della spesa per interessi). Fra le molte possibili quella di un trasferimento ai poveri non è solo più equa di altre, è anche fra le meno costose, in quanto la propensione al consumo dei percettori è prossima al 100%, e questa propensione si rivolgerà ampiamente alla produzione di beni e servizi di produzione interna, con conseguente ricaduta positiva sulle entrate fiscali. Come è noto, il calcolo dei moltiplicatori è faccenda ardua e opinabile, ma esiste un generale consenso che il suo valore non è inferiore a 1 nel suo complesso e a 0.7 per l’effetto sull’interno; 1.5 è probabilmente il valore centrale delle stime.
    4. Fubini ha ragione quando scrive che un importo unico nazionale è inopportuno, in quanto si dovrebbe tenere conto del diverso costo della vita; ma mi pare evidente che l’ipotesi di un RDC più basso al sud che al nord non sarebbe stato proponibile politicamente.
    5. L’obbligo di lavoro connesso al percepimento del RDC è secondo Fubini una forma do lavoro gratuito forzato. Non mi pare che le cose stiano così. In primo luogo, il lavoro non è forzato: nessuno è obbligato ad accettare il RDC (e quindi l’obbligo di lavoro che ne consegue). In secondo luogo non è gratuito: dato che l’obbligo di lavoro è di otto ore alla settimana, ciascuna ora è pagata circa 24 euro. D’altra parte, l’obbligo di lavoro mi pare coerente con la necessità di propiziare il reinserimento lavorativo. Va anche considerato che vincoli politici hanno reso necessaria questa clausola (vedi la polemica su divani; norme analoghe esistono del resto in parecchi altri paesi europei, fra cui la Svezia, il Portogallo, l’Olanda e la Grecia). Soprattutto, però, mentre il percettore del RDC sarà obbligato a lavorare otto ore alla settimana per 780 E, in assenza del RDC i poveri sono molto spesso obbligati (non giuridicamente ma di fatto) a lavorare non otto ore alla settimana ma dieci ore al giorno, e con una paga oraria -se non complessiva- enormemente inferiore. Il RDC è quindi un buon passo in avanti rispetto alla situazione attuale.
    6. Mi pare che un errore analogo venga commesso quando si giudica sbagliato l’obbligo di accettare un lavoro regolare anche lontano da casa (ma solo dopo il rifiuto di due offerte congrue comprese entro una distanza di cento chilometri per la prima e di duecentocinquanta per la seconda), e con aiuti per il trasferimento. Attualmente i poveri sono obbligati (di nuovo, non per legge ma di fatto) ad accettare qualsiasi lavoro, congruo o meno, a qualsiasi distanza, molto spesso irregolare e ovviamente senza alcun aiuto per le spese di trasferimento. (Come è noto, il flusso di emigranti dall’Italia è molto superiore a quello di immigranti: nel solo 2018 sono emigrati quasi 300.000 italiani). Di nuovo, il RDC è un buon passo in avanti rispetto alla situazione attuale.
    7. Infine, Fubini sopravvaluta il rischio che percettori del sussidio (che può essere impiegato al massimo per un anno e mezzo a sconto della loro retribuzione) possano essere assunti al posto di lavoratori senza sussidio (che quindi costano di più). Ci sono molti argomenti contro questa ipotesi; ma il più importante è che questa sostituzione è contrastata dalla norma prevista dal decreto secondo la quale il licenziamento entro tre anni dall’assunzione di un lavoratore sussidiato implica la restituzione da parte del padrone dell’intera somma avuta a sconto, maggiorata di una penale. Forse questa norma sarà aggirata o resterà inapplicata; ma ritengo prematuro dare per scontato che sarà così in un numero elevato di casi.

    Vengo adesso ai punti su cui concordo. Questa parte sarà molto più breve, dato che condivido le argomentazioni di Fubini, e quindi non è necessario che ne fornisca altre
    1. Anche a me pare che le condizioni per gli immigrati siano troppo stringenti, e le sanzioni troppo severe.
    2. Il punto più importante su cui concordo è che il RDC non risolva il problema della disoccupazione. Non era questo il suo scopo, ma è vero che esso è solo metà, o meno, delle politiche necessarie: occorre che ad esso si accompagnino politiche espressamente orientate alla creazione di lavoro.
    3. Da questo punto di vista, sono molto d’accordo sulla necessità che si preveda un “lavoro di cittadinanza”. Che lo Stato possa fungere da datore di lavoro di ultima istanza mi sembra una proposta molto giusta.
    4. Infine, sono d’accordo con Fubini che si devono attuare politiche redistributive dai ricchi ai poveri, anziché il contrario; alle sue considerazioni sugli strumenti praticabili aggiungerei che bisogna avere il coraggio di rompere il tabù di un’imposta patrimoniale (personalmente preferirei un’imposta sulla ricchezza finanziaria a una su quella immobiliare, ma questo è un altro discorso).

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