Una generazione che non s’arrende al «me ne frego»

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La mia generazione è quella che è stata politicamente – e anche letteralmente – massacrata a Genova 2001; poi è stata politicamente – e anche letteralmente – massacrata nelle battaglie sulla scuola e l’università pubblica. E poi è stata politicamente – e anche letteralmente – massacrata dalle riforme sul lavoro e dalla crisi. Repressione e depressione, le migliori menti della mia generazione sono state sconfitte così.

Chi ha voluto scamparla, ha smesso con la politica: è andato all’estero a provare a fare ricerca, ha pensato che quell’educazione al conflitto potesse servirgli per la sua professione mettendo su chessò un’impresa sociale, ha cercato in piccoli pertugi di relazioni private un posto dove almeno non stare troppo male. Se c’è riuscito, ha lavorato, ha fatto dei figli, si è preso cura dei propri genitori malati, è andato a farsi delle passeggiate in montagna.

I partiti, i movimenti, i sindacati, le istituzioni, i media nella maggior parte dei casi non sono riusciti minimamente a fare tesoro della generosità e dell’intelligenza della generazione dei nati negli anni Settanta e Ottanta.

Eppure, avevamo ragione.
Sui temi: dall’ambientalismo (già negli anni Novanta pensavamo che quel modello di sviluppo fosse una minaccia per la sopravvivenza del pianeta) all’immigrazione (avevamo capito quando uccisero Jerry Masslo che stava rinascendo un’ideologia neonazionalista, fascista, suprematista).
Sulle pratiche: indymedia era l’intuizione di una piattaforma collettiva autogestita in risposta a un capitalismo digitale che intuivamo sarebbe diventato egemonico e predatorio; i social forum erano il tentativo di far sì che i luoghi di confronto fossero vivi, porosi, tutti da inventare.

Ci sono alcuni posti in cui questa forma di disfatta è stata particolarmente feroce e la resistenza specialmente impegnativa: le province e le periferie. Quelle che vengono chiamate in gergo amministrativo le aree interne oggi sono un’enorme terra desolata. La ferocia dalla crisi economica ha indossato la maschera della solitudine. Hanno chiuso le sezioni, i cinema, i teatri, le associazioni, gli oratori; hanno aperto le filiali della banche, i bingo, i centri scommesse, i mall commerciali fino a mezzanotte, i supermercati la domenica, i distributori-shop H24. I quartieri sono diventati gated communities. Il cinismo è sembrato meno disturbante, l’indifferenza sociale una pratica anche virtuosa, l’antipolitica una forma persino autorevole di reazione alle questioni complesse del mondo.

La nuova norma sulla legittima difesa è la rappresentazione plastica di una visione politica: poter sparare a una qualunque forma di ingerenza nel mio spazio. Eliminare l’altro. «Me ne frego» è stato via via il motto sempre più condiviso da chi era idealmente spossato, da chi era sbaragliato politicamente, da chi era semplicemente molto stanco. Il fascismo ha trovato alimento nella delusione, nello spauracchio delle paure sociali e ha giocato la sua carta migliore: il fascino del conformismo, il feticcio dell’individualismo, la comodità dello status quo.

Attivarsi, impegnarsi, organizzare, partecipare è stato sempre più faticoso. Spesso ha voluto dire rinunciare a tutto il proprio tempo, spesso ha voluto dire fare cose illegali (occupare spazi, case, teatri…), spesso ha significato prendersi le manganellate, una denuncia, un processo. Se c’è però qualcuno da ringraziare è chi si è sobbarcato il peso di quella che è stata una camminata nel deserto. Prima di tutto le femministe; è un debito che va riconosciuto e valorizzato. Oggi se c’è qualcosa di vivo nel campo della politica è merito di chi ha continuato a leggere, studiare, scrivere, elaborare forme di conflitto, riunirsi una volta a settimana, organizzare scioperi come quello dell’8 marzo, curare le relazioni personali per far generare lì – proprio dove sembrava morta – la politica.

E poi degli esempi singolari: ognuno ha i suoi. Tra i miei, ce ne sono tre morti giovani: Luca Rastello, Alessandro Leogrande, Dino Frisullo. 54, 40, 51 anni. Mi hanno fatto amare le cause perse, riconoscere che la politica è intestardirsi a capire le cose – la TAV, l’ILVA, i conflitti mediorientali… – ma soprattutto è starci, essere presenti, uscire di casa e andare. Sempre, instancabilmente. Anche a rischio di farsi consumare: infilarsi, presidiare, lanciarsi.

È il «me impiccio» opposto al «me ne frego». Come quando alla fine del film In nome del popolo sovrano Nino Manfredi nei panni di Ciceruacchio di fronte al plotone di esecuzione recita: «Dice perché te sei impicciato? Dice io so’ carettiere, ma a tempo perso so’ omo. E l’omo se impiccia, Eccellenza. Dice, viene Garibaldi e dice famo l’italia. E che faccio non me impiccio? Io so’ romano, a tempo perso so’ italiano. Ma come, i francesi me prendono a cannonate, e io nun me impiccio? Nun me riguarda?».

Come, non mi riguarda? Impicciarsi è una disposizione politica e morale insieme, che contraddistingue l’idea di una romanità invadente perché s’interessa sempre. Quella socialità informale, dove la gente si fa i cazzi degli altri, il che vuol dire anche che questi cazzi degli altri – un po’ – ce li ha proprio a cuore. 

L’articolo è tratto da “il manifesto” del 9 marzo