Il congresso di Magistratura democratica: un segnale di cui c’era bisogno

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Viviamo un’epoca buia, ma guai a non accorgersi degli squarci di luce. Uno di questi, nei giorni recenti, è stato il ventiduesimo congresso nazionale di Magistratura democratica (MD), conclusosi domenica 3 marzo a Roma.

Un lume nelle tenebre del presente, innanzitutto perché segnala che nelle istituzioni non si è ancora compiuta l’omologazione verso il modello di pseudo-democrazia illiberale e plebiscitaria propugnato da chi ci governa. Esiste una magistratura che è consapevole del fondamento costituzionale della propria legittimità. In nome del quale, mettendo da parte ogni ipocrita prudenza o malintesa ragion di Stato, dice apertamente che vi sono decisioni e provvedimenti dell’attuale maggioranza che colpiscono al cuore diritti fondamentali e garanzie, e denuncia che vi sono atti od omissioni di governo che contraddicono i princìpi di dignità della persona, di libertà, uguaglianza e solidarietà posti a fondamento del nostro vivere comune. Princìpi che è preciso compito dei magistrati, in quanto articolazione della Repubblica, affermare e difendere non solo con l’esercizio quotidiano del loro lavoro, ma anche con la pubblica presa di parola – va da sé, a condizione che sia civile e tecnicamente fondata, come mostrato dalla ricchissima relazione della segretaria Maria Rosaria Guglielmi.

Sarebbe profondamente sbagliato ritenere che l’impegno di MD nel mettere in guardia dagli effetti nefasti, ad esempio, del «decreto sicurezza» o del disegno di legge Pillon, o nell’intervenire sul «caso Diciotti» o sulla visita in carcere del ministro Salvini all’imprenditore di Piacenza, si debba a ragioni di schieramento politico-partitico. Criticare un ministro degli interni che parla apertamente di «lasciar marcire in galera» qualcuno non significa essere «filo-PD», ma ricordare l’obbligo per tutti di rispettare l’articolo 27 della Costituzione. Ovvio che ci sia chi interpreta tutto in termini di collateralismo – editorialisti variamente affini a Lega o Cinque Stelle, settori conservatori della magistratura, esponenti politici –, ma la malafede è evidente. Prova ne è il fatto che MD è stata apertamente e attivamente critica nei confronti di tre norme-simbolo, di ambito diverso, della passata legislatura: il jobs act, la riforma costituzionale, la legge Minniti-Orlando. E che, per converso, ha espresso apprezzamento nei confronti del cosiddetto «decreto dignità» voluto dal ministro e vicepremier Luigi Di Maio. Dimostrazione ulteriore, il comportamento nel Consiglio superiore della magistratura dei membri di AreaDG (il gruppo di cui fanno parte i tre consiglieri iscritti a MD) al momento di votare per il vicepresidente: la scelta ricadde non sull’ex deputato PD David Ermini (poi eletto), ma su Alberto Maria Benedetti, professore di diritto civile indicato dal M5S.

I cittadini che hanno a cuore i valori della nostra Carta fondamentale non possono che sentirsi rassicurati, quindi, dal sapere che nella magistratura associata c’è consapevolezza che è in corso un pericoloso attacco ai diritti e alle garanzie, del quale è parte anche la messa in discussione delle prerogative della giurisdizione. Autonomia e indipendenza della magistratura, sottomissione del giudice soltanto alla legge, e non ai presunti umori popolari o alla volontà del potere politico, non sono privilegi di chi indossa la toga, ma strumenti fondamentali per tutelare l’uguaglianza delle persone, a partire da quelle più deboli. Il valore politico e civile del messaggio di MD sta tutto nel legame fra interno ed esterno, nella scelta di trattare le questioni della «corporazione» di giudici e pubblici ministeri legandole sempre a ciò che accade «al di fuori» dei palazzi di giustizia, perché indipendenza non significa isolamento. Più in generale, dal congresso di MD emerge una magistratura conscia che, come affermava lo straordinario magistrato democratico che fu Pier Luigi Zanchetta, «la realtà, la stessa realtà giuridica non può essere letta inforcando solo le lenti del giurista». E quindi, chi svolge la funzione giurisdizionale deve ascoltare, come accaduto in queste assise romane, sindacalisti come Maurizio Landini, sacerdoti come Luigi Ciotti, giornalisti come Marco Omizzolo e Gad Lerner.

Certo, MD non rappresenta tutte le toghe. Anzi, le ultime elezioni del CSM hanno mostrato che il populismo penale di Piercamillo Davigo e il conservatorismo corporativo tradizionale di Magistratura indipendente sono, in questo momento, maggioritari. E non mancano, purtroppo, i provvedimenti giurisdizionali, sia di pubblici ministeri sia di giudici, che esprimono una visione del mondo in cui una certa idea di «ordine» prevale sul valore della libertà, in cui il bene più importante da proteggere non è la dignità degli esseri umani. Si pensi alle restrizioni della libertà di militanti politici radicali o alle inchieste sulle ONG impegnate nel Mediterraneo.

Per questo motivo è tanto più degno di nota che, nel solco della sua tradizione, MD abbia anche in questo congresso ribadito con forza che intende continuare nell’esercizio della critica degli atti degli organi giurisdizionali. Libera critica in libera magistratura, dunque, senza reticenze – nell’ovvio rispetto dell’autonomia e dell’indipendenza dei giudici e pubblici ministeri con cui non si concorda. Non per tutte le toghe è pacifico che sia così, anzi. Forse nemmeno per tutte le toghe che si definiscono «progressiste» è ammissibile il dissenso pubblico nei confronti delle decisioni dei colleghi, secondo il principio che l’eventuale «dissenso tecnico» possa esprimersi solo attraverso eventuali atti di impugnazione o di riforma di ordinanze e sentenze. Un punto di vista ovviamente legittimo, ma lontanissimo dalla cultura di MD.

La società civile organizzata, fatta di quei corpi intermedi che, nell’epoca della disintermediazione, sono visti come fumo negli occhi da molti esponenti politici, ha bisogno di una voce chiara e autorevole come quella di MD. In Italia e non solo, perché l’aggressione alle libertà riguarda molti Paesi d’Europa, interni o esterni all’UE, dalla Polonia alla Turchia. E perché i diritti si difendono e conquistano oltre la dimensione nazionale, come mostra – nel bene e nel male – l’Unione Europea. Anche da questo punto di vista, il congresso è parso all’altezza della sfida del nostro tempo, a partire dalla simbolica dedica a Murat Arslan, magistrato democratico turco incarcerato dal regime di Erdogan. Se dunque il vasto mondo di associazioni e movimenti di resistenza civile – quel che ancora può definirsi sinistra – ha bisogno di MD, è positivo che MD abbia dimostrato di esserne consapevole, e di essere consapevole, a sua volta, di avere bisogno del rapporto con le organizzazioni civiche e sociali. Il suo compito, ora, è fare in modo che questa «capacità di intervenire nella società» (ancora Zanchetta) porti il gruppo a riconquistare maggiore ascolto anche all’interno della magistratura, contro le sirene del corporativismo e di una falsa (perché impossibile) “apoliticità”.

About Jacopo Rosatelli

Jacopo Rosatelli, dottore di ricerca in Studi politici, insegna nelle scuole superiori. Collabora con il manifesto, L’Indice dei libri del mese e Aspenia online. Insieme a Gianrico Carofiglio ha scritto, per Edizioni Gruppo Abele, Con i piedi nel fango. Conversazioni su politica e verità.

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