“Un altro mondo possibile”: oggi

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Il Chiapas e il sub-comandante Marcos

Primo gennaio 1994, San Cristobal de Las Casas, Stato del Chiapas, Messico. La città si sveglia al nuovo anno con un’enorme sorpresa: un gruppo di guerriglieri con passamontagna nero fa irruzione nei palazzi del potere locale e ne prende possesso senza spargere sangue; lo stesso avviene in altri comuni dello Stato. È l’Esercito zapatista di liberazione nazionale che prende la scena, suscitando la curiosità dei media di tutto il mondo. Il portavoce dell’EZLN è un personaggio che spiazza e conquista i media internazionali: è troppo alto e di pelle troppo bianca per essere un indigeno; parla un ottimo castigliano; si fa chiamare sub-comandante (e non comandante) Marcos e soprattutto parla un linguaggio mai sentito prima. È poetico ed evocativo, sfugge all’immagine del guerrigliero cristallizzata in epoche passate e indica – da un’estrema periferia del mondo – qual è il vero cuore della politica planetaria: la prevalenza, anzi il dominio del paradigma neoliberale, l’ideologia che accompagna l’espansione della cosiddetta economia di mercato.

A San Cristobal de Las Casas comincia una stagione politica nuova: la critica dal basso dei processi di globalizzazione neoliberale.

Libero scambio

L’EZLN non ha scelto a caso la data della sua irruzione sulla scena: il primo gennaio 1994 entra in vigore il NAFTA, un trattato di libero scambio fra Messico, Stati Uniti e Canada. Per le economie locali, l’agricoltura di sussistenza, le comunità contadine povere è una campana che suona a morto. Il futuro è consegnato nelle mani dell’agrobusiness e dei padroni del mercato. È così che il sistema neoliberale allarga il suo potere, dice l’EZLN, attraverso accordi economici sovranazionali che dettano regole a vantaggio delle imprese e dei grandi capitali, esautorando gli stessi Stati nazionali. In tale scenario non c’è spazio per la democrazia, tanto meno per i diritti degli indigeni, perciò, dicono gli indigeni usciti dalla Selva Lacandona, è arrivato il momento di prendere in mano il proprio destino.

È una piccola rivoluzione, sia nel pensiero politico, sia sul terreno della pratica concreta. Il campo d’azione è inesplorato, perché la globalizzazione neoliberale sfugge alle più consolidate analisi critiche del capitalismo. Parlamenti, governi nonché banche e imprese nazionali non sono più il cuore del potere. Multinazionali, grandi centrali finanziarie e alcuni opachi organismi sovranazionali sono il vero motore della globalizzazione economica. Vogliono creare una cornice formale, attraverso leggi e istituzioni, che garantisca l’attuazione dei fondamenti dell’ideologia neoliberale: libertà di circolazione di capitali e merci; riduzione del ruolo dello Stato nell’economia; deregolamentazione; privatizzazioni.

La rivolta di Seattle

Il movimento di critica alla globalizzazione comincia a diffondersi nel mondo perché riesce a leggere la reale trama del dominio neoliberale. Si prende a parlare di Washington Consensus, ossia il governo dell’economia globale attraverso tre istituzioni assai poco conosciute: Banca Mondiale, Organizzazione mondiale del commercio, Fondo monetario internazionale.

Alla fine del 1999 la protesta irrompe nei notiziari internazionali con la “rivolta di Seattle”: centinaia di attivisti, con sit-in e manifestazioni, intralciano i lavori dell’Organizzazione mondiale per il commercio, istituzione pressoché sconosciuta, ma forte di un ruolo decisivo nelle scelte di politica economica su scala sovranazionale. Il lato nascosto della globalizzazione neoliberale è così portato allo scoperto.

Nell’arco di pochi mesi il movimento per la giustizia globale si diffonde e allarga il proprio campo d’influenza. Due le tappe decisive, entrambe nel fatale anno 2001 (destinato a cambiare gli equilibri geopolitici e il volto delle democrazie occidentali dopo gli attentati dell’11 settembre negli Stati Uniti e la conseguente “guerra al terrorismo”).

A Porto Alegre, nel primo mese dell’anno, si riunisce il primo Forum sociale mondiale, nato da un’idea di intellettuali e movimenti sociali europei e sudamericani. Sotto lo slogan “Un altro mondo è possibile” migliaia di attivisti arrivati da tutto il mondo (un centinaio gli italiani) partecipano a decine di seminari, incontri e dibattiti nei quali vengono messe a fuoco le questioni cruciali del nostro tempo. Si parla, fra molte altre cose, di tassazione della finanza speculativa e di contestazione del debito pubblico, di lotta contro l’estrazione di risorse naturali nel sud del mondo e di biodiversità, di contrasto alle privatizzazioni e di un contratto mondiale per l’accesso all’acqua potabile…

Il Social forum mondiale non somiglia a nessun’altra iniziativa politica precedente. Il campus dell’Università di Porto Alegre diventa una sorta di ateneo globale dei movimenti sociali, un’autentica ribellione al predominio del “pensiero unico”, come si comincia a definire l’ideologia neoliberale e la sua pretesa – Margaret Thatcher docet – d’essere priva di alternative. Il modello Porto Alegre sarà la matrice del movimento. Tratti salienti: la competenza, la dimensione globale, la ricerca di giustizia sociale, la storia vista dal basso (e dai molti Sud del mondo), la convivenza di culture diverse.

Genova

Poi c’è Genova. Per il luglio 2001, in occasione del vertice G8, il movimento globale individua il suo principale campo d’azione per l’intero anno. Una poderosa macchina associativa (il Genoa social forum tiene insieme un migliaio di organizzazioni) prepara un’intensa settimana di proteste e di proposte. Fra gennaio e luglio in tutt’Italia, ma anche nel resto d’Europa, si nota un insolito fermento di iniziative. Gruppi e associazioni organizzano dibattiti e incontri, nascono i Social forum, si programma la presenza alle manifestazioni genovesi. Il modello d’azione è del tutto originale rispetto ai canoni della politica italiana.

Ci si concentra sui temi chiave della globalizzazione e si sperimentano nuove forme di partecipazione: il metodo del consenso (anziché il voto a maggioranza), il consumo critico, l’azione diretta nonviolenta, le campagne di pressione e informazione su questioni specifiche (quelle sul debito e per una Tobin Tax sulla speculazione finanziaria sono le più popolari). Le riunioni, le campagne, i gruppi tematici nati quartiere per quartiere, città per città, sono palestre nelle quali si sperimenta anche il confronto fra diversi, l’alleanza fra culture: cattolici e non credenti, centri sociali e sindacati di base, ambientalisti e cooperanti.

È chiaro a tutti che sta cambiando qualcosa. Si mettono in azione e prendono parola migliaia di cittadini fin lì rimasti ai margini della scena pubblica. Marina Spaccini, medico pediatra con lunghi trascorsi in Africa e attiva nelle Rete Lilliput, spiegherà così il nuovo movimento: «Non potevamo più limitarci all’impegno concreto, al volontariato o alla cooperazione del Sud del mondo; dovevamo occuparci anche delle questioni di fondo, della politica».

Epilogo

Sappiamo come è andata a finire.

I poteri stabiliti hanno rifiutato il confronto con le idee del movimento e scelto la via della violenza. Le giornate di Genova, nel luglio 2001, sono passate alla storia per gli abusi e le torture di polizia. In questo modo il movimento per la giustizia globale è stato criminalizzato e il suo processo di crescita, specialmente in Italia, sostanzialmente arrestato. Ma sarebbe sbagliato parlare di una scomparsa della prospettiva emersa dal ’94 in poi, passando per Seattle e Genova: è anzi vero che il crac finanziario del 2008 ha mostrato quanto fossero fondate le analisi e le denunce del movimento, le cui proposte restano vive nell’esperienza concreta di milioni di persone attive in tutto il mondo.

Passati tanti anni restano a disposizione un patrimonio di idee e di esperienze ancora da esplorare e poi un metodo d’azione originale, in quanto pluralista, partecipativo, non leaderistico e cresciuto all’interno di una visione globale e complessa del mondo.

La sfida per una nuova idea di politica potrebbe ripartire da qui.  

L’articolo è pubblicato anche su “Mosaico di pace” (www.mosaicodipace.it)

About Lorenzo Guadagnucci

Lorenzo Guadagnucci, giornalista e blogger, lavora al “Quotidiano nazionale” (Resto del Carlino - La Nazione - Il Giorno). Durante il G8 di Genova del luglio 2001 fu tra i giovani percossi e arrestati nella suola Diaz. Fondatore e animatore del Comitato verità e giustizia per Genova ha scritto, con Vittorio Agnoletto, “L’eclisse della democrazia. Le verità nascoste sul G8 di Genova” (2011).

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