Autogestione: fabbriche recuperate

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Introduzione. Imprese recuperate e un progetto di ricerca militante

di Leonard Mazzone

Designate anche con l’acronimo inglese WBO (Workers Buyout), le imprese recuperate sono aziende (o singoli rami di produzione) rilevate dai loro ex dipendenti sotto forma cooperativistica per evitare il fallimento o risolvere problematiche connesse al passaggio intergenerazionale della precedente proprietà. Di fronte alla chiusura o alla delocalizzazione imminente della loro azienda, migliaia di lavoratori hanno scelto di investire le quote del loro TFR e della loro mobilità in un capitale sociale comune per rilevare e recuperare la loro impresa.

Dallo scoppio della crisi economico-finanziaria a oggi, in Italia sono maturate circa un centinaio di esperienze simili, l’80 per cento delle quali sono riuscite a restare attive sul mercato nonostante il fallimento annunciato dalla precedente proprietà e le problematiche incontrate dai lavoratori nella fase iniziale del recupero della loro impresa: rientrano fra queste la necessità di assumere o formare nuove figure professionali, investimenti iniziali tali da consentire di sostenere le richieste economiche relative all’anticipo per la fornitura di energia elettrica e gli inevitabili vincoli posti dal mercato.

Quella delle imprese recuperate è una storia tanto paradossale quanto sorprendente. Entrambi gli aggettivi trovano giustificazione in quella che potrebbe essere ribattezzata come una vera e propria ironia della “fine della storia”: a volte è proprio la reale assenza di alternative a ispirare pratiche di resistenza, solidarietà e riscatto altrimenti relegate alla galleria dei desideri irrealizzabili delle anime belle.

È stata la contingenza di lavorare per poter vivere a ispirare queste esperienze. Oltre a salvare posti di lavoro altrimenti a rischio, in alcuni casi il fenomeno ha consentito di avviare processi di vera e propria ri-socializzazione dei luoghi di lavoro da parte dei lavoratori, che sono riusciti a superare la rassegnazione e l’isolamento individuale costruendo legami di solidarietà e avviando pratiche di recupero che hanno consentito di convertire, rigenerare e risocializzare risorse (umane e non) altrimenti destinate a diventare scarti per via degli squilibri prodotti dalla competizione economica su scala globale e locale.

A monte di questo fenomeno si situano precondizioni normative, culturali, sociali, politiche ed economiche:

  • la legge Marcora (n. 49/1985) prevede la costituzione di due fondi a supporto delle nascenti imprese cooperative attraverso i fondi del Tesoro italiano e la supervisione del Ministero dello sviluppo economico. La legge consente ai dipendenti di un’azienda che ha cessato l’attività di contare subito sul totale anticipo della mobilità da utilizzare per costituire il capitale sociale e dar vita a una cooperativa, eludendo così il difficile scoglio di un eventuale finanziamento da parte dei locali Istituti bancari;
  • i riferimenti normativi appena richiamati sono l’eredità giuridica di un’epoca in cui le culture politiche condividevano un comune orizzonte normativo ispirato dal dettato costituzionale: al netto delle profonde differenze ideologiche fra DC, PSI e PCI, fu un esponente del primo partito a dare il nome a una legge che prende sul serio la promessa costituzionale di eguale libertà a cui si richiama esplicitamente l’articolo 41 della Costituzione, che vincola la libertà negativa connessa all’iniziativa economica privata al principio dell’utilità sociale e al rispetto della sicurezza, della libertà e della dignità umana;
  • la presenza di attori sociali (sindacati, centrali cooperative), istituzionali (l’ente CFI, Cooperazione Finanza Impresa, partecipato dal Ministero dello sviluppo economico) e politici (amministratori locali) sul territorio nazionale, ha consentito di trasformare le suddette condizioni culturali e normative in veri e propri nodi di reti di solidarietà;
  • la presenza di una domanda del mercato resta una condizione imprescindibile per la sostenibilità economica del recupero collettivo e solidale dell’impresa.

L’insieme di queste necessarie precondizioni, peraltro, non è di per sé sufficiente a spiegare la portata quantitativa e qualitativa del fenomeno in questione.

Senza il senso condiviso di appartenenza a una medesima comunità umana, infatti, le risorse normative, le culture politiche, gli attori sociali, istituzionali e politici non avrebbero potuto diventare nodi di queste reti di solidarietà.

Il carattere contagioso di esperienze simili è la diretta conseguenza delle ricadute potenzialmente universalistiche prodotte da queste comunità particolaristiche: l’esemplarità di queste esperienze può infatti contagiare i lavoratori di altre aziende che rischiano di venire chiuse, infondendo loro il coraggio necessario a recuperare collettivamente risorse altrimenti condannate a restare scarti dalle dinamiche scadenti della forma di vita capitalistica.

È questa possibilità a ispirare il lavoro di inchiesta militante del Collettivo di ricerca sociale, di cui i contributi che seguono rappresentano un primo saggio.

 

SOMMARIO: