L’Italia tra gli “Stati canaglia”?

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Il 10 dicembre si è celebrato in tutto il mondo, tranne che in Italia, un anniversario solenne: i settant’anni della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, approvata dall’Assemblea generale dell’ONU a Parigi, il 10 dicembre 1948.

La Dichiarazione si apre con la solenne affermazione che: «il riconoscimento della dignità inerente a tutti i membri della famiglia umana e dei loro diritti uguali ed inalienabili costituisce il fondamento della libertà, della pace e della giustizia nel mondo».

Non è retorico affermare che la Dichiarazione universale rappresenta un punto di svolta nella storia e costituisce una sorta di Magna Carta dell’umanità. Già dal preambolo, in due punti fondamentali, si esplicita la filosofia che regge l’intero impianto. Il primo è che esiste una sola famiglia umana; il secondo, conseguenza del primo, è il riconoscimento della ontologica dignità di tutti i membri della (unica) famiglia umana, che sono perciò titolari di diritti uguali e inalienabili, e, dunque, universali.

La Dichiarazione universale non è riducibile a espressione di una cultura particolare. La sua universalità, nonostante l’inevitabile forma storica del linguaggio, consiste nella capacità di riflettere istanze fondamentali, riscontrabili in ogni cultura e nelle grandi tradizioni religiose, riconducibili all’esigenza del rispetto e dello sviluppo integrale della persona. La Dichiarazione è il punto d’incontro e di raccordo di concezioni diverse dell’uomo e della società, una specie di «decalogo per cinque miliardi di individui» che ha avuto il merito «di formulare un concetto unitario e universalmente valido di valori che dovevano essere difesi da tutti gli Stati nei loro ordinamenti interni». Essa rappresenta il punto più alto della svolta che la comunità internazionale ha operato nel 1945, intesa a costruire la pace attraverso il diritto e a cambiare il diritto stesso, inserendovi, come suo connotato essenziale, il riconoscimento della dignità della persona e dell’universalità dei suoi diritti fondamentali. Per questo la Dichiarazione è, in senso letterale, una sorta di evangelo: la buona novella annunziata nell’ordinamento politico.

Non è un caso che in Italia l’anniversario sia caduto nel più assordante silenzio dei palazzi della politica.

Lo stesso giorno la sezione italiana di Amnesty ha diffuso il rapporto del 2018 riguardante il nostro paese, dal quale emerge una situazione allarmante dal punto di vista del rispetto dei valori affermati nella Dichiarazione universale. Grande spazio nel report è dedicato a segnalare la pericolosa ondata d’odio montante in Italia: immigrazione, ONG, procedure di asilo politico e una dilagante xenofobia sono i punti principali del capitolo che riguarda il nostro Paese.

Secondo Amnesty, il nuovo Governo italiano si è distinto per una gestione repressiva del fenomeno migratorio: «Le autorità hanno ostacolato e continuano a ostacolare lo sbarco in Italia di centinaia di persone salvate in mare infliggendo loro ulteriori sofferenze e minando il funzionamento complessivo del sistema di ricerca e salvataggio marittimo». Amnesty evidenzia come a novembre «il Parlamento ha approvato un decreto legge contenente misure su immigrazione e sicurezza pubblica che erodono gravemente i diritti umani di richiedenti asilo e migranti e avranno l’effetto di fare aumentare il numero di persone in stato di irregolarità presenti in Italia, esponendole ad abusi e sfruttamento». Il rapporto ricorda anche che i relatori speciali delle Nazioni Unite hanno espresso preoccupazione per i numerosi casi di criminalizzazione della solidarietà «che hanno colpito molte organizzazioni non governative e individui impegnati in attività di salvataggio in mare, assistenza e accoglienza di rifugiati e migranti». Nel loro comunicato di novembre, i relatori speciali delle Nazioni Unite hanno anche espresso preoccupazione in merito alla retorica razzista e xenofoba di alcuni politici che sta alimentando un clima di crescente intolleranza.

La Magna Carta dell’umanità è stata brutalmente messa da parte come un documento del passato da archiviare.

Di conseguenza l’Italia si è ben guardata dal partecipare alla conferenza internazionale di Marrakesh dove il documento ONU sulle migrazioni, il global compact, è stato approvato da 164 paesi. Anche se non vincolante, si tratta pur sempre di un trattato sui diritti umani adottato sulla scia della Dichiarazione universale. 

Così l’Italia, abbandonando le sue tradizioni costituzionali, è entrata nella pattuglia degli Stati canaglia che si oppongono alla protezione internazionale dei diritti umani.

Resta una domanda: cosa ci riserva il futuro se si abbandona la buona novella?

L’articolo è pubblicato anche sul “Quotidiano del Sud”

Domenico Gallo

Domenico Gallo, magistrato è presidente di sezione della Corte di cassazione. Da sempre impegnato nel mondo dell’associazionismo e del movimento per la pace, è stato senatore della Repubblica per una legislatura ed è componente del comitato esecutivo del Coordinamento per la democrazia costituzionale. Tra i suoi ultimi libri "Da sudditi a cittadini. Il percorso della democrazia" (Edizioni Gruppo Abele, 2013) e "Ventisei Madonne Nere" (Edizioni Delta tre, 2019).

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One Comment on “L’Italia tra gli “Stati canaglia”?”

  1. Non è vero che, come scrive l’autore del post, “Secondo Amnesty, il nuovo Governo italiano si è distinto per una gestione repressiva del fenomeno migratorio.” Il rapporto di Amnesty International 2017/18 (per favore, leggetelo!) fa esplicitamente riferimento al governo Gentiloni, in cui il ministro dell’interno era Minniti. Il nuovo governo sta solamente continuando il lavoro sporco iniziato dal governo precedente.

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