Il razzismo di Salvini e le ipocrisie della sinistra

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Nel suo terribile Uomini comuni. Polizia tedesca e soluzione finale in Polonia, lo storico americano Christopher Browning racconta che, di fronte alla necessità di uccidere un certo numero di persone in una rappresaglia (nel settembre 1942), il sindaco polacco e gli ufficiali tedeschi si accordarono per «colpire due sole categorie: quella degli stranieri e dei residenti temporanei e quella dei cittadini “privi di sufficienti mezzi di sussistenza”». 78 polacchi furono condotti fuori dal Paese, e fucilati: un poliziotto tedesco ricorda che furono uccisi solo «i più poveri tra i poveri».

Lette oggi, queste parole fanno una profonda impressione: perché, pur nella situazione ovviamente imparagonabile, emerge una costante. E cioè che la paura di massa porta a scegliere i bersagli tra due categorie eternamente odiate: gli stranieri e i poveri.

Pensavamo di aver detto un no perpetuo a tutto questo: con la Costituzione del 1948. Ma, oggi, «con l’approvazione del decreto sicurezza si stravolge di fatto la Costituzione». La voce dell’Associazione Nazionale Partigiani ancora una volta si leva per dire la verità. E la dura, la triste verità è che festeggiamo l’ottantesimo anniversario delle leggi razziali con una legge francamente razzista.

Non solo sul piano del colore della pelle, ma anche su quello sociale. L’aspetto più odioso della legge Salvini è forse proprio l’evidente odio verso i poveri. Torna la tassa (già introdotta dalla Lega nel 2009 e poi abrogata) sulle rimesse dei migranti. Sì: non sulle transazioni finanziarie, non sui grandi capitali. Ma sui soldi che i poveri mandano a casa.

E poi l’idea di città, una città sicura solo per alcuni: i negozi etnici diventano diversi da quelli italiani; i vigili urbani col taser; i DASPO urbani che si allargano; la perdita dell’asilo politico anche per i furti in appartamento; il raddoppiamento del tempo in cui i migranti possono essere inghiottiti nei non-luoghi dei Centri di permanenza per il rimpatrio; pene più severe per chi occupa immobili abbandonati; il carcere per chi chiede l’elemosina con insistenza, e per i parcheggiatori abusivi. È una condanna della marginalità sociale, una persecuzione del disagio. Il “degrado” delle città viene fatto coincidere con la povertà: che non si cura, ma si punisce. Fino al vertice simbolico dello smontaggio della stessa idea di cittadinanza, che ora si può revocare per terrorismo, ma solo a chi non l’ha acquisita per nascita. Colpire, nascondere, sorvegliare la città e la cittadinanza dei poveri: tenerle distinte e separate da quella dei ricchi, in una regressione secolare.

Ora, tutto questo non si combatte con un “fronte repubblicano”, o comunque lo si chiami. Ed è per questo che, con tutta la mia profondissima devozione all’ANPI, non condivido l’appello «alle forze politiche democratiche» cui l’Associazione si rivolge là dove dice: «basta divisioni, discussioni stucchevoli, rese dei conti». Credo che l’egemonia culturale della destra salviniana – perché di questo si tratta – non si combatta con l’unità dei ceti dirigenti e dei purtroppo pochi militanti di ciò che resta dei partiti sedicenti di sinistra, ma con un discorso di verità radicale, e rivolto a tutti. Un discorso che deve essere credibile.

La verità è che «l’Italia entra nell’incubo dell’apartheid giuridico» (così ancora l’ANPI) non oggi, col decreto Salvini. È una storia ben più antica, e graduale. Una storia i cui protagonisti negativi sono in larga parte proprio quelli che oggi (del tutto strumentalmente) si affollano dietro la bandiera della resistenza civile alla barbarie.

Per esempio. In un piccolo, prezioso libro di dieci anni fa (Lavavetri, Terre di Mezzo, 2009) Lorenzo Guadagnucci ha raccontato come la retorica della sicurezza e del decoro urbano siano nate nella Firenze – largamente pre-renziana – del sindaco Leonardo Domenici e del suo assessore-sceriffo Graziano Cioni. Nel luglio del 2008 (nel pieno delle campagne sulla sicurezza del Governo Berlusconi), la giunta “di sinistra” fiorentina varava un Regolamento di polizia urbana nel quale è possibile leggere in chiaro non solo la radice, ma un bel tratto della malapianta che oggi fiorisce grazie a Salvini.

Guadagnucci racconta come il fiorentino Pier Luigi Vigna, allora procuratore nazionale antimafia, e la stessa Procura di Firenze furono costretti a intervenire nel discorso pubblico, smentendo l’amministrazione: nessuna reale esigenza di sicurezza giustificava la stretta anticostituzionale contro i lavavetri e i rom fiorentini. Mentre alcuni preti digiunavano sotto Palazzo Vecchio con cartelli che dicevano «bisogna combattere la povertà, non i poveri», il Governo Berlusconi varava il pacchetto sicurezza di Maroni, che ricalcava in larga parte quello lasciato dal governo Prodi e non approdato al Parlamento solo per la crisi dell’esecutivo. Nell’introduzione a quest’ultimo si leggeva che, pur diminuendo i reati, bisognava rispondere all’«insicurezza percepita». Poco prima, era il 2007, il segretario del PD e sindaco di Roma Veltroni aveva teorizzato che la sinistra doveva «rispondere al bisogno di legalità» con «fermezza e assoluta severità».

È esattamente da qui che nasce l’egemonia culturale della destra: quando la sinistra smette di dire e di pensare che la sicurezza (di tutti, e non solo dei “salvati”) si costruisce con la giustizia sociale, non con la repressione. Che è un’analisi diametralmente opposta a quella, incredibile, del PD: «il “buonismo” dei salotti di una certa sinistra ha lasciato il campo al “cattivismo” degli estremisti» (Dario Nardella al Corriere della sera, 4 luglio 2018). Io credo invece che la mutazione a destra del PD abbia distrutto ogni anticorpo e poi abbia favorito l’egemonia culturale della destra. Ma Renzi e la sua effimera stagione sono un effetto, non la causa. La cattiva strada era stata imboccata molto prima: per esempio con la legge Turco Napolitano del 1998, definita da Giuliano Amato «una sfida alla nostra coscienza e alla nostra stessa Costituzione». È questa strada che porta fino all’abisso di Minniti, che finanzia con i soldi delle tasse i campi in Libia (svellendo di fatto l’articolo 2 dalla Costituzione repubblicana), perverte il codice di condotta delle navi italiane, toglie ai migranti il terzo grado di giudizio, sancisce formalmente quell’apartheid giuridica che oggi si denuncia. Il Minniti di Crozza che diceva «non possiamo lasciare il fascismo ai fascisti» non era una caricatura: era una nota esplicativa a piè di pagina.

In sintesi: non esiste una soluzione di continuità, ma solo una terribile escalation, tra Salvini e ciò che ha detto e fatto il centrosinistra quando ha governato le città e il Paese. O si capisce questo, e si agisce di conseguenza, o l’egemonia di Salvini durerà davvero a lungo. Perché non si combatte la brace con la padella, né il frutto velenoso con la pianta che l’ha prodotto.

Se ci chiediamo perché i giovani in larga parte non protestino, non lottino contro il fascismo di fatto di Salvini, la risposta è questa: ma chi mai lotterebbe contro Salvini per Minniti? Carlo Smuraglia ha ricordato che «non sarebbe esatto dire che chi ha combattuto per la libertà combatteva solo per questo: nei partigiani era chiaro che l’obiettivo era duplice e riguardava, insieme, libertà e democrazia. Ben pochi giovani sarebbero stati disposti a prendere le armi e a cacciare i fascisti solo per tornare allo Statuto albertino (quello in cui il sovrano concedeva, di sua iniziativa, i diritti al popolo)» (Con la Costituzione nel cuore. Conversazioni su storia, memoria e politica, con Francesco Campobello, Edizioni Gruppo Abele, 2018). In un’epoca in cui quasi solo il papa di Roma dice ciò che le generazioni più giovani sentono bruciare sulla loro pelle (e cioè che «l’economia uccide»), nessuna resistenza può avere successo se non mira alla giustizia sociale. E dunque profondissima deve essere la revisione delle cause del disastro attuale, se vogliamo uscirne.

Per sconfiggere la destra di Salvini ci vogliono altri pensieri e altre parole: nessuna resistenza è possibile senza la verità.

About Tomaso Montanari

Tomaso Montanari insegna Storia dell’arte moderna all’Università di Napoli Federico II. Prende parte al discorso pubblico sulla democrazia e i beni comuni e, nell’estate 2017, ha promosso, con Anna Falcone l’esperienza di Alleanza popolare (o del “Brancaccio”, dal nome del teatro in cui si è svolta l’assemblea costitutiva). È presidente di Libertà e giustizia. Collabora con numerosi quotidiani e riviste. Tra i suoi ultimi libri Privati del patrimonio (Einaudi, 2015), La libertà di Bernini. La sovranità dell’artista e le regole del potere (Einaudi, 2016), Cassandra muta. Intellettuali e potere nell’Italia senza verità (Edizioni Gruppo Abele, 2017) e Contro le mostre (con Vincenzo Trione, Einaudi, 2017)

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One Comment on “Il razzismo di Salvini e le ipocrisie della sinistra”

  1. Sono un uomo di sinistra. Ho votato SEL, LEU, Potere Al Popolo. Ho letto attentamente il tuo articolo. L’ho riletto un paio di volte. Leggo tutti i tuoi articoli da anni, condividendo spesso le tue considerazioni. Quest’ultimo mi lascia un pò perplesso ed è per questo che ho deciso di scriverti queste righe. Parli giustamente dell’odiosa legge Salvini, ti soffermi “molto” a lungo sugli errori della sinistra,giustamente, hai critiche anche per l’ANPI. Non trovo nulla in questo Articolo dei 5S, complici di aver fatto passare questa legge odiosa e di partecipare ad un governo di destra. E’ vero che in altri tuoi articoli hai criticato i 5S ma non pensi che chi ti legge per la prima volta possa avere un’immagine distorta della realtà? Per il reddito di cittadinanza (fra l’altro fatto in maniera sbagliato, come tu stesso spesso hai riconosciuto-Festa del Il fatto quotidiano-)i 5S ci hanno portato ad un governo di destra , ad un nuovo fascismo. Tu stesso in un tuo precedente articolo hai testualmente detto: ”nessuno nel Movimento 5S ha il coraggio di dire pubblicamente che non è d’accordo? E’ evidente che la questione della democrazia interna del Mov5S non può più essere rinviata:sta succedendo che un gruppo ristretto lo sta portando alla rovina con una scelta suicida. Si dice che non c’è alternativa. E’ un errore : in democrazia c’è sempre un’alternativa. Si può rivotare………..” Mi sembra che le cose siano andate molto peggio di quanto tu correttamente dicevi. E’ per questo che non capisco il tuo ultimo articolo nel quale nulla dici sulla complicità dei 5S. Ciao aldo

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