Stefano Cucchi, i silenzi, le parole

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Ci sono voluti quasi nove anni perché qualche barlume di verità cominci a emergere anche in sede giudiziaria sulla morte di Stefano Cucchi. Che, infine, qualcuno dei responsabili o dei testimoni di quella mattanza parli è positivo. Ma altri anni e altre fatiche ci vorranno perché si arrivi a una sentenza definitiva. Con un ritardo dovuto non solo a interesse e pavidità di alcuni ma anche (e soprattutto) a coperture, opacità e deviazioni di un sistema istituzionale malato. Com’era chiaro – del tutto chiaro – sin dall’inizio, quel 22 ottobre 2009 (e anche nei giorni immediatamente precedenti). E come è accaduto, e accade, in molte altre vicende analoghe. Su questo occorre riflettere per evitare, dopo le prime pagine di un paio di giorni, frettolose rimozioni.

Anzitutto devono restare fermi lo strazio e la vergogna. Per questo ricorro alle parole e alle impressioni di allora scritte su Repubblica del 4 novembre 2009:

Non riesco a levarmi dagli occhi l’immagine del viso martoriato di Stefano Cucchi, un viso – come ha scritto Adriano Sofri – «che eclissa quello del grido di Munch e delle mummie che lo ispirarono». Non posso e non voglio rimuoverlo. Non lo voglio come cittadino e non lo voglio come magistrato di questa infelice Repubblica. Non so come sia morto quel ragazzo (a volte sorridente, a volte disperato: come tutti noi). Non so chi, di quella morte, porti la responsabilità, o la responsabilità maggiore. Ma una cosa la so: quelle lesioni che gli hanno devastato il corpo, Stefano Cucchi non se le è procurate da solo e (quantomeno) la solitudine della sua agonia lunga una settimana poteva e doveva essere evitata. E vedo – insieme alla dignità di una famiglia che chiede rispetto per chi non c’è più – una sequenza tragica e già conosciuta in tante (troppe) analoghe occasioni: la negazione dell’evidenza; il rimpallo delle responsabilità; le assoluzioni preventive pronunciate da ministri e politici; i silenzi di chi dovrebbe parlare; le smorfie insensibili dei tanti burocrati che hanno attraversato la vicenda. E sento persino scaricare la colpa di quella fine orribile sulla vittima, colpevole di «nascondere sotto il lenzuolo il proprio viso tumefatto» e «di non volersi alimentare» (quasi che ciò – se vero – non imponesse l’immediato coinvolgimento della famiglia e delle persone in grado di incidere su una scelta autodistruttiva).

In secondo luogo è necessario sottolineare che le “rivelazioni” di oggi non sono frutto del caso o di una improvvisa illuminazione. Sono, al contrario, il frutto della ostinazione – spesso isolata e criticata – della sorella di Stefano e di chi l’ha sostenuta. E anche di chi ha voluto portare la vicenda sui media e sugli schermi cinematografici. Mentre intorno c’erano silenzio e routine. Quando non arroganza e insulti. Come quelli del segretario di un sindacato di polizia che, all’indomani della sentenza con cui, nell’ottobre 2014, la Corte d’assise d’appello di Roma assolse medici e agenti della polizia penitenziaria, si spinse a dire:

«Tutti assolti, come è giusto che sia. In questo Paese bisogna finirla di scaricare sui servitori dello Stato le responsabilità dei singoli, di chi abusa di alcol e droghe, di chi vive al limite della legalità. Se uno ha disprezzo per la propria condizione di salute, se uno conduce una vita dissoluta, ne paga le conseguenze. Senza che siano altri, medici, infermieri o poliziotti in questo caso, ad essere puniti per colpe non proprie».

Qui sta il cuore del problema. La violenza immotivata e le reazioni spropositate di corpi dello Stato e, con esse, le coperture, i silenzi, le “comprensioni” istituzionali, le sottovalutazioni non sono casuali né isolati ma sono frutto di una cultura diffusa, oggi prevalente negli apparati, nelle istituzioni e nel Paese. Si tratta della cultura per cui i “tossici”, gli immigrati, i marginali, i ribelli e anche chi è semplicemente sottoposto a un controllo di polizia sono una sorta di specie inferiore che non ha diritti e che, se viene percosso o umiliato, in realtà “se l’è voluto”. Se non si sradica questa cultura, inutile illudersi e dire oggi parole di circostanza: avremo ancora molti casi Cucchi…

Ma c’è anche un altro profilo, che riguarda direttamente gli uomini e le donne delle istituzioni. L’agonia di Stefano Cucchi, dopo il pestaggio, è durata una settimana, sette lunghi giorni in cui si è verificato di tutto (azioni e omissioni) fino a fare di un giovane complessivamente sano un corpo inerte e martoriato. Ebbene in quella lunga settimana Stefano, distrutto e con il volto tumefatto, è stato visto e sentito da carabinieri, magistrati, avvocati, agenti penitenziari, medici, infermieri e quant’altro. I testimoni delle sue condizioni sono stati decine. Ma nessuno ha visto nulla (salvo un compagno di detenzione)… C’è stato chi ha infierito e chi ha omesso di soccorrere. Ma c’è stato anche chi ha girato gli occhi dall’altra parte, chi ha finto di non vedere, chi ha taciuto pur avendo l’obbligo giuridico di denunciare i fatti. E ciò chiama in causa, appunto, le istituzioni e la cultura di molti. Ancora una volta preferisco riprendere parole di nove anni fa (non per amore di autocitazione ma perché deve essere chiaro che non si tratta di considerazioni del dopo…):

Sento, insieme all’angoscia, un dovere in più come magistrato. Se, ancora una volta (l’ennesima volta), non ci sarà un giudice capace di accertare in tempi brevi la reale dinamica dei fatti e le connesse responsabilità (tutte le responsabilità, anche – se necessario – in casa propria), allora il futuro di tutti, in questo Paese, sarà ancora più nero. Sta qui il banco di prova per i giudici e per la giurisdizione, non nelle sciocchezze interessate sulle “toghe rosse” e sulla “politicizzazione”.
Forse sono un po’ anomalo. Faccio da quasi quarant’anni il magistrato, prevalentemente nel penale, e ancora sento la difficoltà e l’asprezza di incidere, con le mie decisioni, sulla libertà e sulla stessa vita del prossimo. Continuo a fare questo mestiere perché c’è una Costituzione il cui articolo 3 prevede l’uguaglianza di tutti di fronte alla legge e impone agli organi e alle istituzioni della Repubblica (magistrati compresi, anche se non sempre se ne ricordano…) di rimuovere gli ostacoli che impediscono di fatto tale uguaglianza.
Credo – continuo ostinatamente a credere – che il problema della giurisdizione stia nella sensibilità, nell’intelligenza, nella indipendenza (dai poteri e dai luoghi comuni) dei giudici e dei pubblici ministeri, nella loro capacità di leggere i fenomeni sociali, le ansie, i problemi e le paure di chi entra nei tribunali, nella loro voglia di inverare la cultura dei diritti, delle garanzie, dell’uguaglianza.
Questo sta scritto – almeno così io leggo – nel nostro sistema costituzionale. Se così non fosse resterebbe attuale l’amara riflessione svolta da Dante Troisi nel racconto autobiografico Diario di un giudice che, pubblicato nel 1955, gli procurò, insieme, un successo letterario e una condanna disciplinare: «Alle nostre spalle e di tutti gli altri (giudici) ora in funzione c’è il crocefisso e la scritta: “La legge è uguale per tutti”; domani, in luogo del crocefisso potrà esserci un’altra cosa, ma sarà ancora un simbolo del potere che ci proteggerà le spalle. Giacché noi siamo sempre da quella parte».
Spero che non sia più così. È che ciò emerga di fronte a un ragazzo morto – credo – per responsabilità di alcuni e per insensibilità di molti.

About Livio Pepino

Livio Pepino, già magistrato e presidente di Magistratura democratica, dirige attualmente le Edizioni Gruppo Abele. Da tempo studia e cerca di sperimentare, pratiche di democrazia dal basso e in difesa dell’ambiente e della società dai guasti delle grandi opere. Ha scritto, tra l’altro, Forti con i deboli (Rizzoli, 2012), Non solo un treno. La democrazia alla prova della Val Susa (con Marco Revelli, Edizioni Gruppo Abele, 2012) e Prove di paura. Barbari, marginali, ribelli (Edizioni Gruppo Abele2015)

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