Richiedenti asilo: centralizzare l’accoglienza per alimentare l’insicurezza

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Fotografia di Luigi Ottani

Quando nel 2011 arrivarono in Italia alcune migliaia di giovani tunisini in fuga per la confusione che regnava nel loro Paese a seguito della rivolta che conosciamo come “Primavera Araba”, l’allora ministro leghista Roberto Maroni fece alcune scelte spiegabili solo con una strategia comunicativa volta ad alimentare disagio sociale e razzismo. 24 mila ragazzi arrivati in poche settimane furono tenuti a dormire sulle strade di Lampedusa, lasciando che l’opinione pubblica nazionale e internazionale pensasse che l’Italia si trovasse di fronte a un’invasione. Solo dopo tre mesi, avendo oramai costruito una solida retorica dell’invasione da usare a fini elettorali e di consenso, il ministro si accorse che le persone potevano essere trasferite dalla piccola isola delle Pelagie verso la terra ferma con le navi! Per questi 24 mila giovani tunisini l’Italia emanò un provvedimento (DPCM 5 aprile 2011) che, in forza dell’articolo 20 Testo unico immigrazione, riconosceva una protezione temporanea (6 mesi che poi furono prorogati di altri 6). Con questo provvedimento furono rilasciati circa 11 mila permessi di soggiorno. Degli 11 mila titolari di protezione temporanea, poco più di 600 (seicento) furono accolti in strutture individuate dalla protezione civile. Questa “l’invasione dei tunisini” del 2011.

Poi arrivarono le persone in fuga dalla guerra in Libia. In quell’anno gli arrivi via mare superarono di poco le 60 mila persone. Maroni dichiarò più volte che ne sarebbe arrivato almeno un milione. Fu proprio lui a scegliere di usare in maniera massiccia e strumentale, per la prima volta in Italia, la domanda d’asilo per tutti quelli che sbarcavano sulle nostre coste (ovviamente per non ricorrere di nuovo, pochi mesi dopo la questione tunisina, alla protezione temporanea  ex articolo 20 TU immigrazione, che pure era la più adatta). Le persone arrivavano a Lampedusa o in Sicilia, erano trasferite direttamente nella rete approntata in maniera emergenziale dalla Protezione Civile e venivano poi portate, senza nessuna spiegazione, in questura a fare richiesta d’asilo.

Dopo soli sette anni un nuovo ministro leghista usa il Viminale per la sua propaganda. Gli ingredienti sono noti: criminalizzazione dei richiedenti asilo (chiamati con disprezzo e cattiveria clandestini, come se un rifugiato prima di essere riconosciuto non dovesse per forza fare richiesta d’asilo) e delle ONG (in continuità con le scelte del ministro Minniti), chiusura dei porti e delega del salvataggio alla guardia costiera libica, con conseguente aumento dei morti in mare, delle torture e delle violenze nei centri di detenzione libici. E infine un decreto legge che punta a cancellare il diritto d’asilo e il sistema d’accoglienza.

Rimandando ad altre analisi puntuali fatte in questi giorni sulle singole misure del decreto legge (v. «Il decreto Salvini: quando la ragione cede alla propaganda»), provo a spiegare perché l’articolo 12 del decreto Salvini è un regalo a chi specula sull’accoglienza destinato ad alimentare disagio, razzismo e ingiustizie. Un risultato che, come nel 2011, può essere utile al Ministro della Propaganda per raccogliere consenso, ma non certo all’Italia.

L’articolo 12 dispone un forte ridimensionamento del Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati (o SPRAR), istituito nel 2002 e che ospita attualmente 35.881 persone, coinvolgendo circa 1.200 comuni italiani, limitandone la funzione all’accoglienza di chi già ha ottenuto la protezione internazionale e dei minori non accompagnati. Tutti gli altri, cioè coloro che sono in attesa di decisione sulla domanda di protezione (circa il la metà degli attuali ospiti dei centri SPRAR), dovranno essere sistemati nei Centri di accoglienza straordinaria (o CAS), gestiti dai prefetti e non dalle amministrazioni locali, che seguono protocolli di emergenza e hanno standard di accoglienza più bassi e nessun obbligo di rendicontazione. È una differenza sostanziale e non semplicemente nominalistica od organizzativa.

Nel sistema SPRAR gli enti locali, in maniera volontaria, presentano progetti di accoglienza al Ministero dell’Interno che, con l’ausilio del Servizio Centrale, gestito dall’ANCI (Associazione Nazionale dei Comuni Italiani), li valuta e li finanzia attraverso il Fondo Nazionale Asilo. I Comuni gestiscono poi direttamente, più spesso attraverso enti del Terzo Settore, i progetti sul territorio. Le risorse richieste per finanziare i progetti, sono spese secondo linee guida e regole molto stringenti. Solo quanto effettivamente speso viene rimborsato. Ogni spesa va documentata e la documentazione deve essere raccolta e inviata al Servizio Centrale che ne verifica la congruenza. Per ogni voce di spesa ci sono dei limiti, superati i quali le spese non possono essere recuperate. Ad esempio la voce personale non può superare il 40 per cento della spesa totale e deve essere rendicontata con contratti e buste paga. Se si supera il  40 per cento, la spesa per il personale viene rimborsata solo fino al limite previsto.

I centri SPRAR sono, nella quasi totalità dei casi, normali appartamenti. Case inserite senza alcuna straordinarietà nel tessuto urbano, non ghetti. Le persone accolte, firmano un contratto d’accoglienza che prevede diritti e doveri e sono responsabili della casa nella quale vivono. Fin dal primo giorno avviano, con il sostegno degli operatori sociali, un percorso verso un’autonoma inclusione sociale: formazione linguistica, formazione lavorativa, tutoraggio e accompagnamento per l’integrazione sociale. I richiedenti asilo o rifugiati sono seguiti dagli operatori singolarmente. L’ente gestore si fa carico di verificare la condizione psicologica della persona in un ambiente protetto, prendendosi il tempo necessario per far emergere eventuali traumi e violenze subite (sappiamo quanto è difficile, ad esempio, per una donna raccontare le violenze subite, che sono purtroppo una prassi ordinaria durante la loro permanenza in Libia). 

Quest’attenzione consente di dare consistenza alla parola protezione, che è impossibile nei CAS, che sono per lo più enormi strutture, in cui le persone vengono accolte in camerate di molti letti, con servizi collettivi e trattate, salvo pochi casi, come numeri (un tanto pro capite e pro die). Con la conseguenza che molti casi, in mancanza della cura necessaria per ogni persona accolta, si trasformano in disagio sociale. Nei grandi centri d’accoglienza molti richiedenti asilo diventano “emarginati” o vengono abbandonati senza alcun progetto che consenta di costruire un percorso di uscita autonomo. Sono quelli che si vedono in giro a chiedere l’elemosina e a girare senza meta per gran parte del loro tempo. Un disagio sociale che alimenta il razzismo e che quindi è ben visto dalle destre xenofobe: materia prima per le loro campagne elettorali perenni.

Nei centri SPRAR ogni persona accolta viene presa in carico e la sua storia emerge con tempi e modi che rispettano la sua dignità (pur considerando i limiti e le contraddizioni di ogni gestione concreta). La storia che emerge nella maniera consente di prepararsi con coerenza al colloquio con la Commissione Territoriale. Ciò evita che ci sia una forte distanza tra il risultato del colloquio e la storia delle persone. I grandi centri invece producono molti più dinieghi e, quindi, molti più ricorsi ai tribunali, con conseguente aggravio della spesa pubblica, sia per l’impatto sul sistema giudiziario che per il prolungamento dell’accoglienza e dell’attesa.

Quanto ai CAS, le ingenti cifre in ballo e le gare d’appalto indifferenziate fanno sì che vi partecipino assai spesso soggetti incompetenti e senza esperienza con l’unico interesse a fare utili (investiti da alcuni in modo corretto, da molti per esclusivo guadagno personale). È esperienza comune che alle gare partecipino soggetti che non hanno alcun interesse per il bene pubblico, se non addirittura soggetti legati alla criminalità, come dimostra il caso di Mafia capitale a Roma.

Infine è bene tenere conto che i CAS delle prefetture, non hanno alcun interesse, se non casualmente, a coinvolgere il territorio, gli enti locali e le associazioni. Anzi spesso, per i vincitori di gare che arrivano dall’esterno, gli interessi del territorio sono soltanto ostacoli, con conseguente tendenza a escluderli.

La conclusione è evidente. Con il passaggio della maggior parte dei richiedenti asilo dai centri SPRAR ai CAS si demolirà il sistema d’accoglienza pubblico locale, consegnando a interessi privati le risorse dell’accoglienza e generando disagio e conflitti che le comunità locali e i comuni dovranno pagare. Un bel risultato per il ministro della paura!

Filippo Miraglia

Filippo Miraglia, già responsabile del settore immigrazione e ora vice presidente nazionale dell'Arci, è stato protagonista di diverse campagne in favore dei migranti. Ha scritto, con Cinzia Gubbini, "Rifugiati, Conversazioni su frontiere, politica e diritti" (2016).

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