Tiziano mi disse

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La notizia: dall’8 al 23 settembre, a Pitigliano, lo splendido paese scavato nel tufo, nella libreria/galleria Le strade Bianche di Marcello Baraghini espongo fotografie scattate dal 1995 al 2004 lungo i nove anni di amicizia con Tiziano Terzani. Sono immagini del grande giornalista, scrittore, fotografo, ripreso in alcuni dei suoi luoghi più amati che ci guarda o si lascia guardare per farci pensare, per parlarci ancora, ecco il senso del titolo della mostra. Sono stampe di qualità in bianco e nero ai sali d’argento, da pellicola, metodo analogico.
È un evento che però, credo, va oltre l’aspetto strettamente artistico.


Tiziano Terzani nell'ufficio di Der Spiegel, New Dehli, 1996

In libreria, oltre al mio libro-catalogo Ritratto di un amico pubblicato anni fa da Vallardi, presento un “nuovo bianciardino”, un mio breve scritto stampato per l’occasione da Le strade Bianche col titolo Penna e Pellicola – Tiziano Terzani e la fotografia, sul tema della fotografia nella parabola del grande personaggio, che la amava come linguaggio da rispettare e salvare nella sua integrità, come strumento di “oggettività critica”. Tiziano sapeva e proclamava incessantemente che la verità sta dietro i fatti, che vanno sì trovati (con fatica anche fisica) e descritti (lui lo faceva col suo stile diretto, forte e semplice che ti fa entrare dentro luoghi ed eventi, ti fa vedere, udire, odorare, percepire sulla pelle quello che lui sta vivendo: come una fotografia, più di una fotografia) ma vanno soprattutto interpretati, rivoltati, smascherati come apparenze (con onesta e franca dichiarazione dei punti di vista e dei valori di riferimento). Perciò lui, che amava e usava la fotografia, era oltre la fotografia. Da intellettuale umanista sapeva bene che il pensiero (la parola, la scrittura) è polidimensionale mentre l’immagine, per quanto potente, è monodimensionale. Con Penna e pellicola, dunque cerco di analizzare, senza scioglierne le contraddizioni e le incertezze, il pensiero di Terzani in tema di fotografia e il suo modo di utilizzare il linguaggio dell’immagine a fianco di quello della parola scritta, che in lui rimane fondamentale, nonostante le sue alte capacità di fotoreporter inserito a pieno titolo nel grande fiume del fotogiornalismo novecentesco. Un’occasione di parlare seriamente di un tema serio, nel momento in cui, da un lato, dilaga la fotografia concettuale e astratta prodotta a tavolino con spirito galleristico-commerciale, favorita dal comodo mezzo digitale, e, dall’altro, il potenziale immenso del foto telefonino viene dissipato in selfie o nella idiota cronaca dei fatti vicini (il cane, il gatto, il fiore, il bambino, la pizza, le risate, gli abbracci) con rinuncia a fotografare un poco più in là, o “dietro la pizza”: le vite degli altri, il degrado dei luoghi, gli ambienti di lavoro, le facce normali, magari serie, la devastazione della natura, la bellezza residua del paesaggio.

Ma non è tutto: in fase di preparazione della mostra, a me e Marcello Baraghini è venuta l’idea di pubblicare per l’occasione quattro nuovi bianciardini da 18.000 battute (al prezzo di un centesimo di euro!) che ben potrebbero chiamarsi “terzanini”, con quattro storie prese da scritti di Terzani realizzati in continenti ed epoche lontani (alle scelte ha collaborato Àlen Loreti): 1966 Sudafrica, 1968 America, 1992 ex Unione Sovietica, 1999 India. Sono pagine di diario o brevi reportage, che non solo confermano lo straordinario talento del Nostro fin dai suoi trent’anni, ma toccano temi fondamentali di storia del Novecento con grande lucidità e impressionante preveggenza.

Il più datato, Apartheid, si potrebbe intitolare «Aspettando Mandela».
È il 1966: inviato nello stabilimento Olivetti di Johannesburg, Terzani, 28 anni, giunge in un Paese scosso dall’assassinio del Primo Ministro Hendrik Verwoerd, ideologo e fautore dell’apartheid. È l’occasione per mettersi alla prova come giornalista e fotografo freelance: è il primo degli oltre 80 articoli che da qui al 1970 scriverà per L’Astrolabio, rivista della sinistra indipendente di Ferruccio Parri ed Ernesto Rossi. Tiziano ci ricorda con chiarezza la matrice europea di schiavismo e razzismo: conquiste coloniali e sfruttamento di risorse umane, minerarie, agrarie, il tutto benedetto dalla chiesa (bibbia e moschetto). Non omette di parlare della debolezza intrinseca delle popolazioni nere: il tribalismo e la mancanza di cultura, di una visione nazionale, carenze che facilitano il dominio bianco. I dirigenti del movimento di rivolta sono in carcere o ammazzati (Mandela è detenuto dal 1963 e ci resterà per 27 anni). Un’analisi precisa di società e istituzioni, una lettura propedeutica per non dimenticare la storia e per giudicare il presente.

Il secondo, America, è del 1968, anche questo preso da L’Astrolabio.
Tiziano è a New York dal 1967 con Angela, per una borsa di studio alla Columbia University; vive la contestazione, le lotte degli afroamericani per i diritti civili, le proteste contro la guerra nel Vietnam. In questo pezzo, originariamente intitolato Se divento Presidente, descrive l’ex governatore dell’Alabama George Wallace, candidato alle presidenziali, un Trump ante litteram, un Salvini del 1968, un fascista, un anticomunista scatenato. Wallace non batterà né Humphrey né Nixon (che vincerà con una maggioranza risicata) ma prevarrà nei cinque Stati sudisti esaltando la politica del manganello, il sogno di un “Governo di Polizia”; scatenando a macchia d’olio l’odio della gente comune, dei “bianchi perbene” contro pacifisti, capelloni, intellettuali, negri, comunisti veri o presunti. Mezzo secolo in anticipo sul populismo più reazionario. Impressionante. Tiziano Terzani mi disse che, se fosse guarito, avrebbe lasciato l’Asia per viaggiare nel profondo del “ventre americano”. Certamente avrebbe intravisto Trump ancor più da vicino.
[In questi stessi giorni (settembre 2018) esce da Longanesi, a cura di Àlen Loreti, il volume In America con un’ampia selezione dei reportage del 1968 sull’America scritti per L’Astrolabio dal giovane borsista-giornalista, fra i quali appunto questo su Wallace].  

Terzo bianciardino: «Abbatti Lenin, Allah lo vuole».
Un capolavoro di drammatica attualità storico-politica, questo capitolo Esecuzione all’alba preso dal libro Buonanotte, signor Lenin (1992). Il 19 agosto 1991 mentre si trova sul fiume Amur, in viaggio con altri giornalisti, Terzani sente alla radio la notizia della destituzione di Michail Gorbačëv. Abbandona il gruppo e in due mesi, da solo, attraversa 9 delle 15 repubbliche dell’URSS in pieno crollo. In Tagikistan è l’unico testimone occidentale della scena più intensa ed emblematica, l’abbattimento della statua di Lenin (al grido di «Allah è grande!») che descrive con grande partecipazione e maestria. Ma soprattutto prevedendo lo sviluppo dell’integralismo islamico. In una piazza piena di folla urlante, Tiziano «sente la Storia che gli passa accanto», vede i due nodi del secolo breve che si sciolgono e s’aggrovigliano: Leninismo e Islamismo, forieri di conseguenze imponenti, tragiche e durature.

Infine la sua India.
«La mia India? La mia Orsigna!» sembra volerci dire Terzani. Dopo la diagnosi del cancro, nel 1999 sta viaggiando forse a cercare cure per sé, ma soprattutto per guardare e raccontare l’umanità malata che vuole guarire. Al culmine della sua passione per l’India, in pagine splendenti di colore, sensazioni, meditazione in ashram, incanto dei riti induisti, medicina alternativa, Tiziano avverte un forte disagio verso il pressapochismo delle cure, verso la teatralità vacua delle cerimonie, la furbizia dei guru e ha un presentimento della deriva estremista dell’induismo politico che arriverà ai tempi di Narendra Modi. A ciò oppone un richiamo alle proprie radici fatte di ragione, scienza e laicità. Un sottile bisogno di “ritornare a casa”, sia la Firenze della cultura e della politica (San Carlo al Bellosguardo), sia l’Orsigna della natura e dell’anima appenninica (l’amata “gompa” nella località il Contadino) dove infatti si ritirerà per aspettare la fine, lucido come sempre. Sono frammenti di diario tratti dal libro Un’idea di destino.

Tiziano se ne va, Calcutta 1987

Se questo è stato il contesto editoriale che ha accompagnato la mia mostra, programmata per celebrare l’ottantesimo dalla nascita di Terzani, è agevole immaginare la cascata di riflessioni che ne sono derivate.

Quella più evidente (anche se non scontata) è che il Nostro ha ancora molto da dire non solo per la quantità di materiali inediti nel Fondo Terzani donato alla Fondazione Cini e curato per conto della famiglia Terzani dall’ottimo Àlen Loreti. Ma anche e soprattutto in termini di valori forti sgorganti dal suo pensiero, dalle sue analisi perfette, dalla sua pratica di vita, dalla sua scrittura.

Il secolo trascorso è stato vissuto da Terzani con immersione generosa e senza riserve, ma anche con il distacco di analisi azzeccate, sapienti, preveggenti. Come si è visto dalle “schede” dei quattro pezzi da noi scelti per i bianciardini, lui è stato “indovino” sul dilagare di razzismo, neo fascismo, nazionalismo, integralismo islamico, irrazionalismo a base religiosa.

Fra le molte fotografie dell’ultima sessione (maggio 2004) lo mostro mentre, statuetta in mano, racconta al figlio Folco la storia di Milarepa, fondatore del Buddhismo tibetano che, secondo una certa leggenda, «ascolta i mali del mondo». Ebbene, Terzani ha potuto riferirci molto perché voleva conoscere la realtà e sapeva ascoltare.

Lui voleva come epitaffio il termine viaggiatore, rifiutandone altri, non solo quello di guru che gli è stato appiccicato (forse con un suo parziale concorso di colpa: ma basta leggere quel pezzo di diario del 1999 nel bianciardino India per capire la serietà del suo disagio) soprattutto da lettori giovani e/o nostalgici dei “trip” in Oriente, e a partire da Un indovino mi disse. Ma a un certo punto (1997?) respinse anche quello di giornalista, senza rinnegare la professione ma per rifiuto delle prassi professionali degradate, comode e poco rigorose.

Lui era sempre stato in realtà oltre il giornalismo: già men che trentenne, era un curioso che si preparava, leggendo, studiando, documentandosi prima di viaggiare: era rispettoso delle conoscenze altrui, delle memorie di chi lo aveva preceduto, anche di secoli (e chi mai usa più questi metodi di lavoro?). Ma quando poi viaggiava era come una pellicola vergine, assorbiva con fedeltà e precisione, guardando, ascoltando, chiedendo e verificando con occhio e mano intransigenti. E infine “riportava”, elaborava, raccontava, con lo stile e la maestria che i suoi lettori ben sanno. Un tavolo, alla maniera di Stevenson, pieno a distesa di fogli di appunti inframmezzati, ricorda Angela, da stampe fotografiche: il suo atelier.

La ragione (informata), il dubbio: questa era la sua etica professionale, che aveva in comune, pur senza frequentarlo, con il suo grande mito, il polacco Ryszard Kapuscinski. Era l’etica che lo guidava a scegliere il debole e l’oppresso, a cercare di capire il lontano e diverso, a odiare sinceramente lo strapotere degli oppressori, ma anche a soffrire per l’ingenuità e la docilità sprovveduta delle masse, soprattutto davanti alla modernizzazione e al consumismo.

Tiziano, come ho detto, ha vissuto generosamente, a capofitto, tutta la tremenda avventura politica e ideologica del Novecento, buttandosi quando e dove «La Storia ti passa accanto» (Vietnam, Cambogia, Cina, Kabul – per dire dei siti più infuocati e rischiosi) e vivendo anche crolli, delusioni, vergogne, tragedie. Si è pentito delle scelte ideologiche? Sì, certo, con una dose – io credo – di ipercorrezione (in La fine è il mio inizio). Ma ciò che lo ha sempre interessato (e non fece in tempo a portare fino in fondo la ricerca) era l’idea che, fallite le ideologie, a fianco della ragione laica e al dubbio non c’è la fuga nel misticismo, ma l’impegno tenace di ciascuno a conformare sé stesso a valori di sobrietà, solidarietà, legalità. Una battaglia illuminista, ma individuale, dal di dentro: contro la guerra, contro l’egoismo, contro il razzismo, contro il consumismo, contro i nazionalismi.

Questo è “l’uomo nuovo” per Terzani, che sta continuando a dircelo con i suoi scritti vecchi o nuovi, noti o riscoperti: dovremmo proprio ascoltarlo.

vincenzocottinelli.it – vincenzocottinellistage.it – facebook.com/v.cottinelli/
http://www.stradebianchelibri.com/www.linkedin.com/in/alenloreti

Tiziano fotografa Calcutta, 1997

Tutte le foto sono di Vincenzo Cottinelli
in homepage: Tiziano Terzani a Orsigna, 2002

Gli autori

Vincenzo Cottinelli

Vincenzo Cottinelli (Brescia 1938) fotografa in bianco e nero dalla fine degli anni Ottanta. Ha pubblicato ritratti di intellettuali, e reportages di attualità sociale e di viaggio sui principali quotidiani e magazines nazionali e internazionali e ha realizzato mostre in mezzo mondo.

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