Debito pubblico e vincoli europei: un paradosso

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C’è qualcosa che non va nel dibattito politico in corso. A tutti i livelli, dal Parlamento, ai giornali, a facebook, fino al Bar Sport; e cioè la trascuratezza riguardo al problema principale. Che è questo: in base ai trattati dell’Unione e dell’euro l’Italia nei prossimi anni deve avere un attivo primario del 3,5 per cento del PIL (l’attivo primario è la differenza fra entrate fiscali e spesa pubblica, escluso il pagamento di interessi sul debito). Il 3,5 per cento del PIL è più o meno (ma più meno che più…) la spesa per interessi. Quindi il risultato è, nel migliore dei casi, il mantenimento del livello attuale del debito (e dei relativi interessi) tendenzialmente per sempre.

Questi dati possono essere letti in vari modi, tutti giusti. Possiamo dire che ogni anno circa 60 miliardi vengono sottratti all’economia nazionale e in pratica buttati via. Oppure si può dire che per ogni 100 euro che lo Stato incassa come tasse ne vengono restituiti come spesa pubblica solo poco più di 90. Infine si può dire che quanto sopra impedisce di espandere ulteriormente il debito, e quindi rende impossibili politiche espansive di ampio respiro, dato che nemmeno la politica monetaria è praticabile (a causa dell’euro).

Anche la Grecia è oggetto di un analogo vincolo sull’attivo primario. L’Economist, un giornale notoriamente bolscevico, definisce questo vincolo ‒ per la Grecia ‒ «ovviamente impossibile da rispettare».

Non credo sia possibile negare quanto sopra in buona fede. Si può però ignorarlo, sia in mala fede sia per pigrizia intellettuale. Molti quindi trascurano questi fatti, e ciò fa sì che ci siano due errori, logici prima ancora che politici, che circolano con preoccupante disinvoltura. Il primo errore consiste nel ritenere che si possa uscire dalla scomoda situazione in cui ci troviamo espandendo ulteriormente il debito con l’autorizzazione dell’Europa. Questa non è una soluzione, dato che il problema del debito è costituito dalla massa di interessi che dobbiamo pagare, e una sua espansione, per quanto soft, farebbe aumentare questa massa. Il secondo errore consiste nel ritenere che sia possibile rispettare comunque i vincoli europei, e al tempo stesso far crescere adeguatamente l’economia. Nemmeno il liberista più sfegatato può ritenere che un’economia possa essere competitiva e crescere adeguatamente se non può attuare né una politica monetaria né una politica fiscale espansive (e nemmeno una politica industriale significativa, dati i vincoli sugli aiuti di Stato), e inoltre deve rinunciare al 3,5 per cento del PIL ogni anno. Molti giornalisti (a volte in buona fede) e molte persone che si reputano moderate e di buon senso (spesso in buona fede) commettono questo errore. L’ultimo (al momento di scrivere questo testo) è Carlo Cottarelli (La Stampa, 2 settembre). È necessaria – sostiene Cottarelli – una riduzione molto decisa del rapporto debito/PIL. Ciò ovviamente implica (ma lui non lo dice) meno spesa pubblica e/o più tasse, cioè proprio quelle politiche che hanno portato al potere i cosiddetti “populisti”. Se quanto da lui suggerito verrà attuato è facile prevedere fra qualche anno un suo pensoso e sincero articolo sul sorprendente (per lui) successo strepitoso della Lega. Non a caso autorevoli fonti conservatrici hanno ammonito che l’attuazione delle politiche di austerità è sempre più incompatibile con il mantenimento della democrazia.

Quando la situazione è difficile può essere utile, a fini di quieto vivere, evitare di rendersene conto, soprattutto per chi ‒ come la maggior parte di noi ‒ non è in grado di fare nulla per migliorarla. Invece è dannoso, anche nel nostro piccolo, utilizzare questa ignoranza a fini polemici, facendo finta che una soluzione facile esista e che siano “gli altri” a non volerla adottare per motivi ignobili.

È dannoso perché in questo modo si contribuisce non solo a nascondere la verità, ma anche a creare un clima in cui è difficile adottare le difficili decisioni richieste da una difficile situazione. E la situazione difficile è questa: o si accettano i vincoli europei, e allora si entra in un territorio pericoloso e inesplorato, nel senso che non ha precedenti storici, quello di un’economia di mercato che dovrebbe crescere senza una massiccia presenza dello Stato e con un drenaggio cospicuo delle sue risorse ogni anno. Oppure si spezzano in qualche modo i vincoli europei (per esempio uscendo dall’euro, o denunciando il debito) e allora si entra in un altro pericoloso territorio inesplorato.

È possibile che esista una via intermedia, e alcuni elementi di essa sono disponibili. Ma non può essere percorsa nel clima attuale di selvaggia discordia. Questo clima quindi deve cambiare; e il primo piccolo, forse ormai inutile passo in questa direzione è che tutti noi acquistiamo coscienza della situazione in cui ci troviamo, e della sua gravità. È giusto manifestare contro le politiche xenofobe di Salvini. Il sollievo con cui lo si fa («finalmente possiamo tornare a essere di sinistra senza dovere pensare a un progetto politico di sinistra») non lo è. Non si può usare la cattiveria di Salvini o l’antipatia che suscita Di Maio (non a me) come scusa per eludere i problemi.

Alcuni miei amici (perlopiù persone di sinistra o dell’area PD) stanno pubblicando con frequenza e rabbia crescenti degli attacchi alla politica dei 5Stelle. Tutto ciò è sbagliato. Avere i 5Stelle in antipatia è del tutto lecito. Ma in una democrazia i governi si fanno sulla base di compromessi, e i compromessi per definizione si fanno con degli avversari. Supponiamo che il PD riesca a fare cadere il governo. E poi? Le alternative realistiche sono un governo della sola Lega, o dei soli 5Stelle, o una loro alleanza come adesso, il tutto dopo alcuni mesi persi in una situazione sempre più grave. È questo che si vuole? Già dopo le elezioni di marzo era evidente che per il PD, per la sinistra e per il paese la soluzione migliore fra quelle possibili era un’alleanza coi 5Stelle. Lo stesso vale anche ora, anche se è più urgente e più difficile. Coi 5Stelle bisogna fare i conti, non fare finta che non contino.

About Guido Ortona

Guido Ortona, economista, è stato professore di Politica economica presso l’Università del Piemonte orientale. Le sue ricerche hanno riguardato soprattutto le economie di tipo sovietico, l’economia del lavoro e l’economia comportamentale. Tra i suoi libri, da ultimo, I buoni del tesoro contro i cattivi del tesoro (Robin, 2016)

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2 Comments on “Debito pubblico e vincoli europei: un paradosso”

  1. Caro Ortona,
    comincerei con togliere le parentesi sulla buona fede, che, forse con un pizzico di ironia, concede ai vari Cottarelli e company. Il problema è che, a cominciare dallo stesso Cottarelli, nessuno ha la più pallida idea di cosa fare, e da qui vengono l’immobilismo ed il subordine all’ideologia (pseudo)liberista. E da qui viene il successo di Lega e 5S, che almeno qualcosa fanno (e quasi sempre male, ma almeno fanno). La vera ragione per cui il PD non voleva andare con Di Maio e c. è perchè sarebbe stato obbligato ad uscire dalla “zona comfort” nella quale si è collocato da decenni (anche quando aveva un altro nome). E non vedo prospettive di cambiamento a breve da quelle parti. Chissà, forse prima poi spunterà qualcosa di nuovo….

  2. Faccio una proposta di come risolvere il problema del debito pubblico, perchè se saldassimo questo debito saremmo fuori dall’incubo che vincola la nostra economia e a patto poi di non ripartire con un nuovo debito! Paghiamo in ORO il debito! nelle casseforti dello Stato ce n’è che avanza, cosa ce ne facciamo visto che il denaro non è agganciato all’oro? Oppure la verità è che ai creditori fa più comodo tenere schiavizzati i debitori? Un popolo che non può gestire la moneta la Democrazia se la sogna!

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