Protesta, indignazione, politica

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Genova, 5 settembre: di fronte al microfono del giornalista de La7 gli sfollati del ponte Morandi esprimono tutta la loro rabbia. In collegamento dallo studio c’è il ministro delle infrastrutture Toninelli, anche lui, manco a dirlo, arrabbiato, sdegnato, stizzito. Il copione è quello sperimentato dagli esponenti del M5 Stelle a partire dal 15 agosto: indignazione per chi avrebbe dovuto assicurare la sicurezza sulle strade e “ha fatto crollare il ponte”. Denuncia delle pressioni esercitate dai professionisti dell’insabbiamento e del segreto. Promessa di far pagare i colpevoli, risarcire le vittime, rivedere radicalmente il sistema delle concessioni pubbliche, ponendo fine alla “mangiatoia”.

La rabbia degli sfollati o, per lo meno, di quel gruppo di sfollati, è diversa. Non si incanala nella direzione suggerita dal ministro. Prende il microfono una donna, le cui parole sembrano suscitare generale consenso. Dice, e ripete insistentemente, una sola cosa: a noi delle responsabilità dell’uno o dell’altro non importa niente; non ci interessa chi ricostruirà il ponte; non ci interessa il dibattito sulle privatizzazioni o le nazionalizzazioni. Vogliamo solo essere risarciti, tornare ad avere una casa, riprendere la vita di prima.

Comprensibile. Legittimo. Forse interpretabile, almeno in parte, come una reazione istintiva a parole e formule già sentite, che suonano come astratte e propagandistiche (è di pochi giorni fa l’incontro promosso dal commissario straordinario per l’emergenza genovese da cui risulta che l’attuale concessionario sarà coinvolto nella ricostruzione, mentre la sbandierata ipotesi di nazionalizzazione delle autostrade sembra già tramontata). E tuttavia, c’è qualcosa di sconcertante – e di deprimente – nelle parole di quella donna, da cui è assente qualsiasi tentativo di “elaborazione del lutto”. Qualsiasi forma di socializzazione della sofferenza. Qualsiasi spinta ad andare oltre i propri – pur drammatici – problemi, per assumere un punto di vista più generale, un punto di vista “politico”. Quello di chi dice: «è successo a noi… non deve succedere ad altri».

El derecho a la protesta. El primer derecho è il titolo di un volume di qualche anno fa del filosofo del diritto argentino Roberto Gargarella. Sullo stesso tema ha scritto pagine di grande interesse Pierre Rosanvallon, il teorico del ruolo democratico della “sfiducia”. Questi autori ci dicono che, al di là del voto, come cittadini abbiamo il diritto-dovere di vigilare su chi esercita il potere; di criticare, reclamare, protestare. Ma c’è modo e modo di esercitare questo diritto. Individualmente o collettivamente. In maniera spontanea o organizzata. Pretendendo risarcimenti materiali e/o risposte politiche. C’è chi si accontenta di un nemico qualsiasi su cui sfogarsi, indipendentemente dal fatto che abbia a che fare con il suo problema (accade sempre più spesso, oggi, con gli immigrati e i rom nella parte del capro espiatorio). E chi, vittima di catastrofi mai del tutto “naturali”, incidenti sul lavoro, attentati mafiosi, riscopre la solidarietà con i propri simili e avverte il bisogno di documentarsi, capire, agire perché ciò che è successo non possa più ripetersi.

È accaduto tante volte nella storia del nostro Paese: pensiamo alla funzione democratica svolta dalle associazioni dei familiari e delle vittime delle stragi, dei disastri ambientali, della violenza mafiosa. O alla figura, splendida, di Felicia Impastato: una donna semplice, una mamma, divenuta – dopo l’omicidio del figlio – un simbolo dell’impegno anti-mafia.

Non è tuttavia scontato che si compia il passaggio dalla sofferenza privata all’indignazione, intesa – con Habermas – come sentimento morale, che nasce dalla consapevolezza dell’ingiustizia e ha un naturale sbocco nell’impegno sociale e politico.

A favorire questa evoluzione servirebbe una politica che non si limiti a inseguire e rinfocolare la rabbia e il risentimento. Che ascolti il dolore, l’esasperazione, le recriminazioni di chi versa in condizioni di disagio, ma sappia anche interpretare questi sentimenti, filtrarli, collocarli nella giusta prospettiva. Un compito, a ben vedere, che non possiamo delegare solo agli “altri” (i politici, gli intellettuali). Che spetta a ciascuno di noi, quando partecipiamo al dibattito pubblico nell’ambiente di lavoro, con gli amici, sui social. Un dibattito troppo spesso monopolizzato dal rancore, dal disprezzo, dall’intolleranza. E da una forma di protesta che non ha nulla di costruttivo.

About Valentina Pazé

Valentina Pazè insegna Filosofia politica presso l’Università di Torino. Si occupa, in una prospettiva teorica e storica, di comunitarismo, multiculturalismo, teorie dei diritti e della democrazia. Tra le sue pubblicazioni: In nome del popolo. Il potere democratico (Laterza, 2011) e Cittadini senza politica. Politica senza cittadini (Edizioni Gruppo Abele, 2016)

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