Il fascismo, le leggi razziali, la scuola

image_pdfimage_print

Sono passati 80 anni dal 5 settembre 1938. È una data che nulla ricorda ad alcuno di noi; eppure è il giorno in cui è iniziato il periodo più infame della storia italiana, quello della discriminazione razziale che, durante il periodo della Repubblica Sociale Italiana, divenne vera e propria persecuzione.

Il primo provvedimento della legislazione antiebraica fu infatti il regio decreto legge 5 settembre 1938 n. 1390 contenente «provvedimenti per la difesa della razza nella scuola fascista». Nei mesi precedenti, peraltro, si era già verificata un’inattesa accelerazione di questo processo con la pubblicazione del “manifesto della razza”, redatto il 14 luglio da 10 sedicenti scienziati, e con il censimento della popolazione ebraica del 22 agosto (!).

Con il regio decreto legge del 5 settembre fu disposto: che fossero esclusi dall’insegnamento presso tutte le scuole statali o parastatali – e da quelle private ai cui studi era riconosciuto effetto legale – tutte le persone di razza ebraica (art. 1); che ad alcuna scuola ai cui titoli era riconosciuto effetto legale potessero essere iscritti alunni di razza ebraica (art. 2); che fossero sospesi dalla funzione gli insegnanti ebrei (art. 3); la cessazione dell’appartenenza degli ebrei ad accademie e istituti analoghi (art. 4). La sola deroga prevista fu la possibilità di proseguire gli studi universitari per gli ebrei già iscritti a istituti di istruzione superiore (art. 5).

Successivamente fu previsto che, nelle scuole elementari pubbliche, potessero essere istituite, a spese dello Stato, speciali sezioni per i fanciulli di razza ebraica nelle località in cui il numero non fosse inferiore a dieci (art. 5 comma 1); le comunità ebraiche potevano essere autorizzate ad aprire scuole elementari con effetti legali per i fanciulli di razza ebraica e di istituire scuole di istruzione media, alle quali poteva essere concesso il valore legale degli studi e degli esami. In queste scuole era previsto (art. 5 comma 3) che gli insegnanti potessero essere di razza ebraica.

È da sottolineare che il provvedimento del 5 settembre non riguardava soltanto gli insegnanti presso le scuole pubbliche o gli alunni e studenti di tali scuole bensì anche le scuole private (“non governative”) ai cui studi era riconosciuto effetto legale. Inoltre il provvedimento legislativo si riferiva anche ai direttori delle scuole e al “personale di vigilanza” delle scuole elementari. Era anche previsto che nelle scuole di istruzione media fosse vietata l’adozione di libri di testo di autori di razza ebraica (e nel caso di più autori bastava che uno fosse ebreo perché valesse il divieto). È stato calcolato che dalle scuole secondarie furono espulsi circa 1000 studenti e dalle elementari 4000.

Pesantissimo fu anche l’intervento di epurazione nell’università accompagnato dall’eliminazione dei libri di testo scritti dagli autori epurati o alla cui compilazione questi autori avevano comunque partecipato. Dalle ricerche effettuate si calcola che siano stati espulsi dall’università 108 professori ordinari (dei quali 41 si dichiararono non praticanti) che, secondo altre ricerche, si riducono a 99. Aggiungendo ai professori ordinari i liberi docenti e gli assistenti si perviene a un numero complessivo di docenti ebrei estromessi dall’università sicuramente superiore a 400. Ad essi va aggiunto il numero, mai esattamente determinato, del personale non insegnante.

Desolante è l’esame delle reazioni dei colleghi dei professori epurati; numerose furono le adesioni entusiaste alle leggi razziali di alcuni (parte dei quali beneficiò ovviamente dell’esclusione dalle cattedre degli epurati) ma la maggior parte furono costituite da espressioni di stima ambigue e ipocrite che si limitavano ad augurare agli epurati un futuro migliore…

Visto che espressioni di dissenso potevano avere gravi conseguenze sulle carriere future e sugli incarichi ricoperti o da ricoprire, la reazione prevalente fu, peraltro, quella del silenzio. Ma vi furono anche isolate manifestazioni di dissenso: ricordo in particolare quelle di Luigi Russo (che rifiutò la cattedra già di Attilio Momigliano, epurato, per “la repugnanza della cosa”) e di Gaetano De Sanctis (cattolico praticante – che già nel 1931 aveva perso la cattedra per aver rifiutato il giuramento al regime – il quale rifiutò di dichiararsi cattolico per evitare il perpetuarsi di un’ingiustizia e fu quindi radiato da una serie di istituti culturali dei quali aveva continuato a far parte).

About Carlo Brusco

Carlo Brusco, già magistrato, è stato presidente di sezione della Corte di cassazione. Autore di diverse pubblicazioni in materia tecnico giuridica ha studiato in modo particolare le lezzi razziali e la normativa relativa al fascismo e alle sue manifestazioni.

Vedi tutti i post di Carlo Brusco

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.