Vittime, folle e potere

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I funerali delle vittime di Genova

Funerali di Stato a Genova per le vittime del ponte Morandi. Il Presidente della Repubblica è stato acclamato ma quando sono entrati nei padiglioni della Fiera i viceministri Salvini e Di Maio c’è stata addirittura un’ovazione. È stata una presenza organizzata? Forse, in parte, perché il povero segretario del PD, al contrario, gironzolava sperduto mentre alcuni lo contestavano.
Per il resto credo che si sia trattato di un abbraccio autentico che risponde alle nette prese di posizione del governo contro i “padroni” delle autostrade che si sono arricchiti e che avrebbero arricchito i governanti precedenti sulla pelle di decine di vittime, morte per mancata manutenzione e mancati controlli.
Anche se la strada della revoca della concessione invocata per “giusta causa” – come ha detto il Ministro dello sviluppo economico, del lavoro e delle politiche sociali – appare impervia, non c’è dubbio che quella prospettiva ha dato corpo giuridico alle richieste e alle promesse di “farla pagare” ai sicuri responsabili.
Ogni tragedia reclama profondi risentimenti nei piccoli come nei grandi eventi: desiderio di vendetta e di giustizia, necessità di esprimere l’inconsolabile dolore per la perdita subita, bisogno di evacuare i più reconditi sensi di colpa per non aver impedito la morte.
I funerali rappresentano il momento ideale per manifestare il turbinio di tutti questi, a volte contraddittori, sentimenti. Nonostante il ricorso allo scenario religioso, non è più il solo sacerdote a interpretarli come accade ormai nei lutti domestici o nelle cerimonie spettacolari. I parenti, gli amici, i colleghi e a volte le stesse autorità civili si presentano per rendere omaggio e per riportare il rito, uguale per tutti, alla irripetibile concretezza della singola, specifica vita andata perduta.

La folla

Nelle grandi tragedie, come quella di Genova, c’è un fattore aggiuntivo che svolge un ruolo simbolico, sintomatico della percezione collettiva dei fatti. Mi riferisco alla folla, alla massa che si sente, finalmente, autorizzata a esprimere pubblicamente i propri risentimenti covati nelle molteplici esperienze di vittimizzazione come cittadini, utenti, abitanti in un territorio che non è più sentito come sicuro.
Mai come a Genova, che io ricordi, la folla ha tenuto in modo così plateale a manifestare, con accorato slancio, tutta la sua approvazione verso i nuovi governanti in occasione di un funerale per una tragedia collettiva.
Ma il consenso ottenuto da Salvini e Di Maio va decisamente oltre il dissenso verso i “democratici” per le responsabilità che portano nel governo del territorio genovese. D’altra parte lo stesso Salvini rappresenta un movimento politico che negli ultimi decenni è stato tutt’altro che estraneo a decisioni politiche e operative sull’assetto ambientale, urbanistico e infrastrutturale dell’Italia, della Liguria e di Genova stessa. Come si spiega, allora, questo tributo reso ai viceministri?

Lo straniero

Fin dal suo insediamento il nuovo governo – ben orchestrato da specialisti della comunicazione – ha lanciato alcuni messaggi inequivocabili alla popolazione italiana.
Se si escludono alcune stravaganze su famiglia e genitorialità, il presidente del Consiglio, giurista quotato, si è presentato non certo come garante dei diritti umani ma come “avvocato degli italiani”.
Si tratta di un messaggio nitido e rassicurante espresso con toni anche rozzi, capaci di legittimare una rottura con i sentimenti più nobili che una civiltà possa raggiungere: la solidarietà, l’accoglienza dello straniero, la cura verso i più vulnerabili.
Il messaggio ha pienamente raggiunto lo scopo di tranquillizzare la precaria identità di molti italiani, di giustificare le loro paure e di concentrarle – anche attraverso modalità criminali – sul capro espiatorio più facile da scegliere come insegna la storia dell’umanità: lo straniero. A nulla vale la reazione del mondo cristiano che ha richiamato il primo dei patti biblici («Ricordati che sei stato schiavo nel Paese d’Egitto» Deut. 5, 11) per non dimenticare il passato non troppo lontano della lunga e tumultuosa emigrazione italiana.
Ma, soprattutto, il messaggio ha pienamente centrato l’obiettivo di capovolgere l’ordine delle cose: costruendo il migrante come nemico a causa dei mali italiani, gli italiani sono diventati, improvvisamente, vittime per il solo fatto di essere cittadini e abitanti del “nostro” Paese. Le vere vittime, quelle reali, sono scomparse, invisibili, tra i flutti del Mediterraneo o spappolate sotto la carrozzeria accartocciata di un furgone bulgaro dopo la raccolta dei pomodori.
Corollario di questo rovesciamento valoriale, simbolico e reale al tempo stesso, è stata la richiesta di abrogare l’illiceità dell’odio razziale per degradare questo sentimento disumano a mera opinione, paragonabile a qualsiasi espressione di una passione sportiva.
Le vittime dell’umanità sono così diventate odiosi assedianti, invasori che legittimamente si possono odiare.

Masse e potere

L’altro messaggio, meno urlato perché più complesso, ha fatto leva su un sentimento diffuso in tutto il mondo, ma quasi fisiologico alla natura italiana, la cui identità nazionale rimane acerba, contraddittoria, in fondo infantile. Si tratta del rapporto che autori agli antipodi come Elias Canetti e Pietro Ingrao hanno affrontato sotto lo stesso titolo: massa e potere. Per la precisione Ingrao aveva declinato il primo sostantivo al plurale proprio per entrare nel vivo di una dialettica storica tutta italiana, mentre ben altri fini sistematici aveva il premio nobel per la letteratura.
Questo secondo messaggio ispirato soprattutto dal Movimento 5 Stelle addita nelle classi dirigenti precedenti del nostro Paese una responsabilità storica costruita sui privilegi della politica, sulla disposizione alla corruzione, sulla disponibilità a mantenere legami con poteri occulti e illeciti. Non è una novità: il terremoto istituzionale e partitico del 1992 aveva uno schema del tutto identico e, anche in quel caso, non venne premiata la sinistra ma un movimento finanziato da uno spettacolare imprenditore.
Anche Renzi aveva giocato la carta della “rottamazione” della vecchia élite politica: ma si era trattato, soprattutto, di una battaglia interna al centrosinistra, poi all’origine di un vero e proprio dissanguamento.
Il movimentismo – in realtà molto apparente – della componente elettoralmente più forte di questo governo seduce tanto a destra quanto a sinistra perché fa leva, ancora una volta, sul sentimento diffuso tra gli italiani di essere vittime di una classe dirigente distante, autoreferenziale, nella versione dei “democratici” addirittura saccente e arrogante, di essere vittime di un sistema paese nel quale è scesa l’incomunicabilità totale tra cittadini e istituzioni. Gli atti di insediamento dei ministri del Movimento 5 Stelle – in particolare del ministro di Di Maio e del ministro Bonafede – sono stati estremamente significativi di un nuovo indirizzo tra il politico e l’amministrato, a partire dai dipendenti dei rispettivi dicasteri.
«Sono uno di voi – questo è il messaggio – mi potete incontrare dove volete e quando volete. Non sarete più vittime dell’anonimato, dell’indifferenza se non dei mille piccoli e grandi soprusi che hanno costellato il vostro lavoro: è giunta l’ora del riconoscimento della vostra dignità». Ovviamente anche questo messaggio è dotato di una notevole carica falsificante. Non c’è infatti nulla né nel contratto di governo né nei programmi elettorali e, tantomeno, nei primi atti normativi che garantisca il benché minimo cambiamento nei rapporti tra amministrati e amministratori. Per ora c’è stata la corsa agli avvicendamenti nelle poltrone più importanti.
Le idee sulla democrazia diretta sono pura demagogia proposta in forma di slogan per favorire il meccanismo identificativo: «Sono uno di voi, vittima come voi».

Due messaggi, un identico programma

Questi dunque i due messaggi vincenti: noi italiani siamo vittime di un assedio incombente in danno di una terra che non ha risorse sufficienti neppure per noi; noi italiani siamo vittime di élite politiche che hanno operato solo per il loro tornaconto.
Le due componenti si sono assegnate con precisa delimitazione di competenze i due ruoli e i due messaggi: l’una ha aizzato la folla contro lo straniero, l’altra l’ha invitata a un banchetto al quale finora non era stata invitata. Non sono ruoli intercambiabili per ovvie ragioni: l’una perderebbe troppi voti nella lotta allo straniero; l’altra non è credibile nel messaggio del ribaltamento, per le responsabilità di governo che ha avuto a lungo nel passato.
Ma entrambi convergono nel proporre uno schema vittimario e una perfetta identificazione con la massa nell’aderire a quello schema.
Nello schema vittimario – che si parli di migranti, di ponti che crollano, di un polo siderurgico devastato dal dilemma tra disastro ambientale e occupazionale – non hanno molta importanza le cause, l’accertamento dei fattori che determinano i flussi migratori o l’usura delle infrastrutture, l’analisi dei costi e dei benefici sottesi a ogni scelta politica o economica. L’importante nella scelta vittimaria, sempre animata da un’ansia persecutoria, è l’individuazione dei responsabili a qualunque costo e nel più breve tempo possibile per pacificare il senso d’impotenza che connota ogni vittimismo.

Il vittimismo

L’individuazione del responsabile a prescindere da ogni attenta valutazione dei fatti consente alla vittima di fondare il proprio risentimento.
Da tempo questo meccanismo è utilizzato in modo sempre più spettacolare quanto infantile dai “nuovi governanti”: ma è certo che la nuova classe dirigente italiana appena insediata sta superando tutte le precedenti nell’uso spregiudicato di questa risorsa.
Daniele Giglioli ha colto perfettamente questa deriva vittimaria del potente quando ci spiega come «ai suoi gregari, il leader che si atteggia a vittima propone un implicito e a volte esplicito patto affettivo, un’identificazione attraverso la leva potente del risentimento. È la chiave di qualunque populismo».
Le due componenti governative italiane sono profondamente diverse tra loro per interessi che curano, per ceti sociali che rappresentano, per le aree territoriali nelle quali hanno ottenuto consenso. Queste profonde diversità trovano però un punto d’incontro nella trasformazione – potrei dire trasfigurazione – delle differenti istanze che promanano dalla cittadinanza attraverso la loro accettazione della proposta elettorale offerta dai nuovi potenti: le loro legittime richieste (di occupazione, di sicurezza, di benessere), in realtà, non sarebbero soddisfatte – questo è il meccanismo – “per colpa di qualcuno” di cui essi non sono altro che vittime.
È così che questo “qualcuno” – lo straniero, i precedenti governi, i notabili della UE – diventa il nemico che accomuna distinte categorie di interessi. «Nel populismo – dice ancora Giglioli – non c’è amore [in politica forse basta qualcosa di meno, convergenza d’interessi, aggiungo io] senza nemico, e nessuno individua un nemico senza sentirsene vittima reale e potenziale».
Quando i politici si atteggiano a vittime e, per questa via, cercano l’identificazione vittimaria con gli elettori di cui chiedono il consenso cadono, invariabilmente, negli ingranaggi di un meccanismo, potremmo definirlo così, fusionale.

In nome delle vittime

Poiché il potente s’identifica con le vittime, reali, presunte o immaginarie che siano, parla in loro nome e non si perita di interpellarle.
A distanza di qualche giorno dal crollo del ponte Morandi, la società concessionaria ha dato la propria disponibilità a stanziare una cifra non indifferente per il risarcimento delle persone danneggiate. Uno dei due viceministri ha respinto sdegnosamente l’offerta definendola “un’elemosina”. Nello schema vittimario del potente non è prevista un’interlocuzione con le vittime reali. Le vittime reali non hanno parola perché ormai sono perfettamente rappresentate da chi ne cura gli interessi. Il populismo vive di questa falsificazione di ruoli e delle realtà. Fin quando si scoprirà che il potente ha sempre avuto profonde interessenze con il nemico. Con quello reale non con quello “costruito” a suo vantaggio.

Vittime e oppressi

Lo schema vittimario ha completamente scalzato lo schema dell’oppressione. Entrambi operano in ragione di un nemico che si contrappone alle sorti della vittima e dell’oppresso. Tutta la storia del movimento operaio e della sinistra storica è stata connotata dalla ribellione nei confronti del nemico, sia esso il capitale, il padrone, lo Stato fascista e, purtroppo non infrequentemente è stato individuato, al proprio interno, tra “i compagni che sbagliavano”. Nella prospettiva dell’oppressione il nemico, però, è ben definito; nella prospettiva vittimaria il nemico è generico, volatile, mutabile.

Il perseguitato

Da ultimo, nelle parole del capo della Lega ha, però, preso corpo il simbolo per antonomasia del vittimismo del potente: quello del perseguitato. Nel braccio di ferro che si è consumato sullo sfondo del pattugliatore Diciotti attraccato al porto di Catania, il destino di 177 eritrei in fuga da una delle peggiori dittature del mondo si è rovesciato in quello del Ministro degli Interni accusato di averli sequestrati. Non aspettava altro – dicono – di ricoprire i panni della vittima perseguitata. Non aspettava altro – ha detto testualmente l’interessato – perché «ogni denuncia è una medaglia al valore». D’altra parte, mentre i veri perseguitati in una dittatura sono potenzialmente tutte le voci non allineate (secondo il regime), in una democrazia liberale come la nostra il potente si definisce come perseguitato solo quando infrange la legge (da Berlusconi in poi) e il nemico è sempre e soltanto la magistratura. Per essere precisi il persecutore è sempre il singolo accusatore, definito di sinistra anche quando le sue convinzioni sono diametralmente opposte: il magistrato persecutore, in quanto tale, si differenzia dalla maggioranza dei colleghi definiti bravi e onesti lavoratori solo perché non sono coinvolti nell’affare.
La posizione del potente perseguitato fa leva, ancora una volta, su sentimenti profondi. Al buonismo verso gli eritrei in fuga si contrappone la richiesta di compassione per il capo ferito in battaglia, nella giusta battaglia contro l’orda straniera.

La vittima: l’eroe moderno

Una psicanalista e un avvocato di rango, qualche anno fa, hanno scritto un libro in terra francese, “Le temps des victimes”: vi si dice a chiare lettere che la vittima, tanto più se potente e affermata, è il nuovo “eroe moderno”. All’eroe tradizionale che s’impone per abilità, forza, intelligenza, astuzia e bontà d’animo (secondo uno schema che regge ancora in certa cinematografia) si contrappone l’eroe che porta le stigmate dell’ingiustizia. Il terreno della persecuzione giudiziaria si presenta, però, inevitabilmente impervio perché la giurisdizione (altro discorso sono le carriere dei magistrati) in una democrazia liberale non è asservita al potere. È divisiva per definizione, dà torto all’uno e ragione all’altro secondo diritto, non è unificante. Pronuncia sentenze in nome del popolo tutto per esprimere, in realtà, non tanto la sua volontà quanto quella della legge quale unico potere cui si sottopone.

Vittime e diritti

È possibile rompere e superare questo perverso schema vittimario?
Credo che sarebbe un errore confondere lo schema vittimario e il vittimismo di cui è figlio dal ruolo che le “vittime” hanno conquistato nella nostra società. L’importanza ottenuta dalle vittime è, infatti, una filiazione della società dei diritti e della loro espansione. Certamente il termine “vittima” ha riguardo alla dimensione penalistica della vita associata: si è vittima, innanzitutto, perché è stato commesso un crimine. Eppure è proprio la Direttiva europea del 2012 a mettere in stretta correlazione vittime e diritti. Il reato non è solo un torto alla società – è scritto – ma soprattutto una violazione dei diritti delle vittime. In un mondo dove ogni aspetto della nostra vita, anche quelli più superflui e intimi, è scandito dal diritto a da correlativi obblighi la posizione della vittima emerge anche quando non sono in gioco dei crimini. Per questo la vittima ha scalzato l’oppresso. L’oppresso ha scritto la storia della conquista dei diritti, la vittima – nella società dell’incertezza e della crisi delle identità – sta scrivendo la storia della paura di perderli.

La paura di perdere diritti

Occorre però evitare che la paura della perdita di diritti – qualunque essi siano – attraverso il vittimismo alteri la gerarchia dei valori e dei beni da proteggere. Occorre cioè evitare – come sta accadendo – che la paura della perdita dei diritti giustifichi la prevalenza degli interessi più forti in danno di quelli più deboli: la proprietà del più forte contro la vita del più debole; il benessere conquistato contro il malessere del disgraziato; l’appartenenza territoriale contro il bisogno di rifugio.
Abbiamo bisogno di un concetto che non stigmatizzi la paura, reale, di perdere i diritti, anche se espressa da ceti e gruppi privilegiati rispetto ad altri, ma che – al tempo stesso – sappia conservare una corretta gerarchia di valori e di beni da proteggere in nome di princìpi comuni all’umanità.
Trovo estremamente interessante il concetto di vulnerabilità che si sta diffondendo in tutte le aree del sapere e delle attività umane.

La parola alla vulnerabilità

Il concetto di vulnerabilità è stato estremamente utile per individuare, sulla base di valutazioni concernenti l’esposizione a rischio e la capacità di farvi fronte, quei gruppi vulnerabili che presentano una più elevata probabilità di subire un danno. Si tratta di una nozione che ha avuto e ha successo, tra le diverse discipline e attività umane, in medicina, in psicologia, in geologia e, non da ultimo, in informatica. Applicata ai rischi di essere offesi dall’azione volontaria o involontaria di persone fisiche o di enti, o, addirittura da politiche economiche o sociali, questa nozione presenta, a sua volta, rischi di “stereotipizzazione e di stigmatizzazione” con riflessi negativi sulle capacità e sull’autonomia personale delle componenti umane di quei gruppi. Con parole semplici: riservare una tutela specifica e distinta alle donne, ai minori, agli anziani, ai rifugiati – per fare alcuni esempi – per quanto garantisca alle vittime delle salvaguardie prioritarie per il solo fatto di appartenere a una categoria considerata vulnerabile, conferma – d’altro lato – la condizione “minorata”, deficitaria e dipendente del tutelato.
Il difetto principale di una concezione parcellizzata ed etichettante della vulnerabilità sta, però, nel presupporre che tutti gli esseri siano – astrattamente – uguali, pienamente capaci di agire in autonomia, salvo, appunto, alcune categorie che, a causa della loro ontologica vulnerabilità, necessitano di particolari protezioni. L’intensità e l’efficacia della protezione dipende però dalle risorse reali che i sistemi sociali ed economici – fondati sul libero mercato – riescono a mettere a disposizione a favore degli svantaggiati. Sullo sfondo dell’uguaglianza formale e della piena autonomia e capacità degli individui le categorie vulnerabili, in realtà, rischiano di ricevere poco più di un’elemosina. Quando il Ministro degli Interni afferma che l’Italia ha accolto 700.000 migranti (“erranti” li definisce Etienne Balibar) dice esattamente questo: è esclusa qualsiasi valutazione della vulnerabilità, sia pure nel rispetto dei diritti fondamentali, perché il benessere raggiunto nel nostro territorio, pur con tutte le disuguaglianze che lo caratterizzano, non ammette che sia elargita ai più vulnerabili in assoluto neppure l’elemosina.

Uno Stato responsabile

In realtà da più parti è in corso un tentativo di dare agli stessi diritti umani un fondamento rivolto più al soggetto “di carne” – per usare un’espressione di Stefano Rodotà – che al soggetto di diritto. In questa prospettiva il denominatore comune a tutta l’umanità non sarebbe tanto la titolarità di diritti ma l’esperienza della sua vulnerabilità. La cura della vulnerabilità o il momento della vulnerabilità non sarebbero più l’oggetto di un intervento d’eccezione rispetto alla regola della piena autonomia e capacità ma il paradigma su cui costruire uno Stato “responsabile” come lo definisce Martha Albertson Fineman. La vulnerabilità definirebbe la condizione umana universale da cui prendere le mosse non solo nell’organizzare la cura in generale delle persone ma anche per stabilire i bisogni in concreto da soddisfare per gli individui. La vulnerabilità perderebbe i suoi risvolti stigmatizzanti a favore di un approccio – anche in materia di offese criminali – fondato sull’analisi concreta e individuale delle esigenze delle vittime.
Ciò non significa negare che vi siano persone per età, condizione, sesso, religione, provenienza territoriale maggiormente esposte a rischio di altre: al contrario, questa prospettiva garantisce, attraverso la valutazione individualizzata delle persone o quella specifica delle situazioni, la massima attenzione alla vulnerabilità in concreto come alla capacità e all’autonomia in concreto dei vulnerabili.
Lo schema della vulnerabilità potrebbe fondare al meglio il principio di uguaglianza sostanziale come base per la ricostruzione di uno stato sociale “responsabile” anziché riservare agli “avanzi” del libero mercato la soddisfazione dei bisogni essenziali degli ultimi.
La stessa funzione sociale dell’iniziativa economica privata oltre che gli investimenti pubblici non dovrebbero prescindere dalla gerarchia dei valori della vulnerabilità, non solo a garanzia della sopravvivenza degli inoccupati o degli inabili (il reddito di cittadinanza) ma soprattutto a fondamento di politiche premiali della capacità e dell’autonomia delle persone fin dal primo ingresso nella vita attiva.

About Marco Bouchard

Marco Bouchard, magistrato, è attualmente presidente di sezione penale al Tribunale di Firenze. Si occupa da sempre di vittime, di mediazione e di riconciliazione. Ha scritto, tra l’altro, i volumi “Le vittime del reato” (Utet), “Offesa e riparazione” (Bruno Mondadori) e “Storia del perdono” (Bruno Mondadori).

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