Attenti ai taser

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Il nome di Robert Dziekanski salta fuori ogni volta che si parla del taser, la pistola elettrica stordente da maggio in via di sperimentazione anche in Italia. Dziekanski era un cittadino polacco quarantenne e perse la vita all’aeroporto di Vancouver a causa di almeno due colpi di taser, sparati dalla polizia canadese. La scioccante scena della morte di Dziekanski fu ripresa da un passeggero e diffusa in rete. Era il 2007, lo stesso anno in cui il taser fu dichiarato potenziale strumento di tortura dal Comitato dell’ONU che la tortura cerca di prevenirla.

Il taser naturalmente ha superato tutti gli esami di sicurezza ed è quindi considerato un legittimo strumento di lavoro, “un’arma di difesa”, secondo fonti interne ai corpi di polizia italiani, utile “a evitare colluttazioni con i fermati”. Amnesty International però mette in guardia sulla vulgata che considera il taser un’arma non letale: «In USA e Canada dal 2001 a oggi – avverte – il numero delle morti direttamente o indirettamente correlate alle taser è superiore al migliaio. Nel 90 per cento dei casi le vittime erano disarmate». 

I dubbi sull’arma sono quindi fondati. La scarica elettrica associata al doppio dardo lanciato dalla pistola (con una gittata di circa sette metri) dovrebbe bloccare per poco tempo i movimenti di chi viene colpito, ma in persone con problemi di cuore o alterate da sostanze o grande stress la scarica può interferire con l’attività cardiaca.

In aggiunta, l’uso che si è fatto finora del taser segnala un’ambiguità di fondo: nato per essere un’alternativa non letale (o meno letale) all’arma da fuoco, viene spesso usato in situazioni intermedie, nelle quali normalmente non si farebbe uso di pistole.

L’introduzione di uno strumento così delicato dovrebbe essere accompagnata da una severa opera di formazione degli agenti, al fine di prevenirne un uso improprio o eccessivo, e anche da una serie di garanzie circa la trasparenza dei comportamenti e delle responsabilità. Tutti elementi pressoché assenti nel caso italiano.

Negli anni scorsi di fronte ai dubbi sulle tecniche di arresto e la relativa formazione degli agenti, dubbi suscitati dai troppi casi di cittadini morti per soffocamento durante un fermo, la risposta delle forze di polizia è stata generica e insoddisfacente. Quanto a responsabilità e trasparenza, è impossibile dimenticare le vicende del G8 di Genova nel 2001. In quelle tragiche giornate furono usate in piazza dagli agenti armi improprie (bastoni e mazze non regolamentari) e alla Diaz è documentato l’uso di uno o più manganelli elettrici (illegali in Italia), senza che sia mai venuta dai corpi di polizia una spiegazione ufficiale o la notizia di un’inchiesta interna. A Genova fu anche sperimentato per la prima volta il micidiale manganello tonfa, indicato come un’arma potenzialmente letale dagli istruttori statunitensi che ne spiegarono l’uso ai colleghi italiani, ma poi utilizzato in maniera selvaggia e irresponsabile, a rischio della vita altrui – specie alla scuola Diaz – senza che qualcuno denunciasse la cosa o decidesse di sospendere la “sperimentazione”. 

Siamo un Paese nel quale i corpi di polizia premono – con successo – per ottenere la pistola stordente, ma rifiutano – con altrettanto successo – i codici di riconoscimento sulle divise, pur sapendo di violare il Codice etico europeo di polizia e le stesse prescrizioni contenute nelle sentenze di condanna per tortura subite dall’Italia davanti alla Corte europea per i diritti umani. È difficile, in queste condizioni, considerare l’avvento del taser una buona notizia.

L’articolo è stato pubblicato anche su Altreconomia

Lorenzo Guadagnucci

Lorenzo Guadagnucci, giornalista e blogger, lavora al “Quotidiano nazionale” (Resto del Carlino - La Nazione - Il Giorno). Durante il G8 di Genova del luglio 2001 fu tra i giovani percossi e arrestati nella suola Diaz. Fondatore e animatore del Comitato verità e giustizia per Genova ha scritto, con Vittorio Agnoletto, “L’eclisse della democrazia. Le verità nascoste sul G8 di Genova” (2011).

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