Nel nome dei figli

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Quello che più mi ha colpito nel rilancio della campagna contro rom e sinti a opera del ministro dell’interno, più delle minacce di sgomberi, chiusura campi, espulsioni e quant’altro potesse solleticare il rancore di una popolazione martellata per dieci anni con il pericolo dell’invasione dei migranti e dello “zingaro” ladro, è stata la dichiarazione: lo facciamo per tutelare i bambini, perché abbandonati ai loro genitori crescono solo alla scuola del furto.
Qualche mese fa un assessore leghista della regione Veneto ha proposto di sottrarre ai genitori rom e sinti tutti i bambini da 0 a 6 anni per avviarli a un’educazione perbene e farne dei buoni cittadini. Ricordo che lo stesso fu fatto alla fine del 1700 nell’impero austroungarico quando migliaia di bambini vennero strappati ai genitori e rinchiusi in istituti per “rieducarli”. Più tardi, i nazisti si proposero lo stesso obiettivo ma rinunciarono presto preferendo una soluzione più radicale per estirpare la “piaga zingara”.
Ma neppure quello sterminio di innocenti e inconsapevoli sembra sia bastato. Oggi per perseguitarci si ricomincia dai nostri figli ai quali solo lo Stato evidentemente può provvedere essendo noi madri e padri ignoranti e crudeli dediti solo allo sfruttamento dei nostri bambini.
Noi non dobbiamo spiegare ad altri quali sia il modo con il quale viviamo il rapporto con i nostri figli, il modo con il quale soffriamo per come si sentono quando entrano in una classe dove i compagni li evitano e dove, troppo spesso, gli stessi insegnanti li mettono in un angolo, il modo con il quale cerchiamo di sdrammatizzare le umiliazioni quotidiane del sentirsi considerare solo “zingari”.
Ci rendiamo conto che le costanti, scientifiche campagne di odio condotte da una politica che vuole il consenso della paura hanno in qualche modo sradicato il sentimento naturale, istintivo che fa di ogni essere umano il fratello, il soccorritore del suo simile. Oggi il migrante non ha il volto smarrito di chi si è appena, per sua fortuna, salvato dal naufragio, il rom non ha il volto dei nostri bambini curiosi e felici di un giocattolo rotto. Gli uni e gli altri sono solo etichette, la classificazione di qualcosa, non di qualcuno, che dà fastidio, che non si vuole vedere per quello che è perché pone un problema umano a una umanità resa indifferente e ostile dalla cultura dell’odio e dell’egoismo.
Allora penso ai bambini di Salvini, quelli che lui cita spesso e mi domando che pensieri avranno per i propri simili meno fortunati, per i poveri, per gli immigrati, per gli “zingari”. Con quali sentimenti cresceranno questi bambini, quanto rimarrà a loro dell’umanità che ogni essere, soprattutto nei suoi primi anni, sente spontaneamente di solidarietà e vicinanza per chi si trova a fianco, bianco, nero o “zingaro” che sia.
Mio figlio ha 8 anni e l’altro giorno mi ha detto: quando sarò grande farò una legge che condanna a tre anni i ricchi che non aiutano i poveri, così ci saranno meno poveri.
Io so che crescendo con queste idee non sarà felice, non avrà una vita facile, ma so che sarà un essere umano, che manterrà viva la propria umanità e non sarà un vestito vuoto che cammina indifferente al dolore altrui.

About Dijana Pavlovic

Dijana Pavlović è ​attrice, attivista e politica serba, di origine Rom, naturalizzata italiana

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