Il contratto di governo e la parodia dell’uguaglianza

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Il contratto di governo sul quale è stata cementata l’alleanza tra M5S e Lega contiene delle proposte in grado di sconfiggere, o almeno contrastare, l’aumento senza precedenti delle disuguaglianze economiche, sociali, geografiche, di genere, culturali, che nel nostro paese continuano a crescere come non è mai avvenuto prima? Il contratto mette finalmente in discussione le politiche di austerità come annunciato in campagna elettorale? Il contratto introduce finalmente per la prima volta una forma di reddito di cittadinanza? Nel contratto ci sono misure in grado di contrastare la forza e il ricatto delle mafie che grazie all’aumento della povertà hanno aumentato il loro potere e la loro capacità di penetrazione culturale ed economica? Nel contratto ci sono finalmente misure chiare per rilanciare e indirizzare al meglio la spesa pubblica così da garantire i diritti sociali a milioni di cittadini a cui sono stati violati in questi dieci anni? Nel contratto ci sono politiche fiscali in grado di migliorare la distribuzione della ricchezza che non è mai stata dal ’48 a oggi così a vantaggio dei più ricchi (basterebbe pensare che i miliardari sono triplicati nel paese, 342: a dimostrazione che il problema non è di certo l’assenza di ricchezza o di risorse)?

In questi ultimi sei anni con centinaia e centinaia di realtà sociali e del volontariato e con decine di istituzioni locali di diverso colore, da nord a sud abbiamo portato avanti proposte, risoluzioni, progetti e iniziative di mutualismo molto concrete, con l’unico obiettivo di garantire la dignità a quanti sono rimasti indietro. E sono ormai troppi: 18,6 milioni a rischio esclusione sociale, 5 in povertà assoluta, 12 che non si possono più curare, 9,3 in povertà relativa. Perché per noi la politica è agire insieme con l’obiettivo di migliorare la condizione di chi sta peggio, non per buonismo ma perché è quanto prevede la nostra Costituzione per garantire la coesione sociale.

Di chi sono dunque le responsabilità di questa apocalisse umanitaria, perché siamo diventati quasi tutti più poveri e precari? Le responsabilità sono delle scelte fatta in questi anni dalla politica. Ne ricordiamo alcune, per chiarezza e allo stesso tempo per capire se il nuovo governo si muoverà in continuità con queste: azzeramento del fondo nazionale politiche sociali (dai 3,2 miliardi del governo Prodi ai 99 milioni attuali); politiche fiscali regressive (i ricchi pagano sempre meno ed evadono il fisco sempre di più); nessuna misura congrua di sostegno al reddito in grado di liberare l’autonomia della persona e rilanciare la domanda aggregata, come avviene in quasi tutto il resto d’Europa; la modifica della nostra Costituzione che ha inserito all’art. 81 il pareggio di bilancio, tagliando di conseguenza miliardi di trasferimenti ai Comuni, nonostante incidano sul debito solo per il 5 per cento; la precarizzazione dei diritti dei lavoratori causata da riforme come il Job Act che hanno reso più povero, ricattabile e insicuro il lavoro (200 miliardi si sono spostati dal lavoro ai profitti: circa il 10 per cento del PIL); l’incapacità di comprendere la natura strutturale e sistemica della crisi, così da investire su soluzioni alternative e preparare il paese; la non comprensione dei processi di automazione e digitalizzazione dell’economia e il loro impatto sulla perdita di posti di lavoro (la cosiddetta gig economy); l’assenza di forze politiche che avessero al centro della propria agenda la lotta contro le disuguaglianze.

Se queste sono le politiche che hanno determinato l’esplosione delle disuguaglianze, il contratto del governo M5S-Lega va nella stessa direzione? Andiamo rapidamente per ordine.

Nel contratto non si parla di ricapitalizzazione del fondo nazionale politiche sociali ma di ulteriore razionalizzazione della spesa pubblica che in maniera sbagliata e ipocrita si dipinge come un costo da ridurre, ignorando che compito prioritario del governo è garantire i diritti sociali previsti dalla Costituzione (poi eventualmente il rientro sul debito). Sulle politiche fiscali, la Flat tax proposta dal governo avrà come unico impatto quello di regalare tra i 50 e gli 80 miliardi ai ricchi, tagliando di conseguenza risorse per la spesa sociale, per il sostegno al reddito, per le politiche attive sul lavoro, per l’utilizzo sociale dei beni confiscati. Troviamo incredibile che un ministro nell’esercizio delle sue funzioni dica senza un minimo di imbarazzo che trova giusto che chi guadagna di più paghi di meno. Più che di giustizia si tratta di furto di risorse, destinate a garantire i diritti di molti, a vantaggio di una piccola elite. Il sud esce penalizzato anche dalla Flat tax. Le dichiarazioni dei redditi inferiori ai 26.000 euro nelle città del sud sono circa il 73 per cento, contro una percentuale di dieci punti più bassa in quelle del nord. Si trattano le regioni del sud ancora una volta in maniera discriminatoria, invece di operare misure di riequilibrio come sarebbe invece la defiscalizzazione dei redditi più bassi. Anche sulle misure da mettere in campo al sud, dove si concentrano i due terzi della povertà, non vi è nulla nel contratto a conferma dell’assenza di una visione strategica.

Per quanto riguarda il reddito di cittadinanza, nel contratto il governo propone una classica misura di workfare, condizionata all’accettazione obbligatoria di qualsiasi lavoro. Siamo lontani anni luce da quello che l’Europa definisce Reddito minimo garantito. Nonostante il M5S avesse sostenuto per anni la nostra proposta di introdurre anche in Italia un “reddito di dignità” sulla base dei princìpi europei, la misura proposta nel contratto assomiglia moltissimo al Rei (reddito di inclusione sociale), portata avanti dal governo Renzi-Gentiloni e aspramente criticata insieme a noi proprio dal M5S, perché ritenuta una misura sbagliata, sottofinanziata, che viola i principi stabiliti in materia dal Parlamento europeo: dall’individualità della misura, alla condizionalità, alla temporalità, alla cifra erogata e alle forme di reddito indiretto previste (i pilastri sociali europei affiancano al RMG la garanzia del diritto all’abitare e un’offerta di servizi essenziali di qualità). Uno strumento che invece di liberare l’autonomia della persona e garantirne la dignità, questo è lo scopo del RMG, diventa una odiosa misura di ricatto, controllo e sfruttamento dei più poveri.

Su come contrastare le politiche di austerità il contratto non contiene nulla. Non vi è traccia di lotta all’austerità e di misure puntuali. Eppure anche qui il M5S ha sostenuto la nostra campagna del 2016, (im)Patto sociale, in cui chiedevamo la modifica dell’articolo 81 e, soprattutto, che i servizi sociali fossero messi subito fuori del patto di stabilità, così da garantire l’azione dei Comuni nel contrasto alla povertà. Prima i diritti delle persone, e poi i diritti della finanza speculativa dicevamo anni fa. Il contratto e la nuova squadra di governo sono invece la garanzia offerta ai mercati internazionali di continuare con le stesse politiche di austerità, con il conseguente aumento delle disuguaglianze.

Sull’utilizzo sociale dell’enorme patrimonio sequestrato e confiscato alle mafie e sull’utilizzo dei beni pubblici dismessi per generare nuove forme di welfare e rispondere all’emergenza abitativa esplosa nelle città proprio per l’aumento della povertà, il contratto non dice nulla. Anzi, dalle parole del ministro Salvini abbiamo capito la sua idea: vendere i beni confiscati per fare cassa, tradendo lo spirito della legge 109 del 1996 che tanto impegno e tante vite sono costate nella guerra alle mafie.

Siamo da oltre dieci anni immersi nella più grande crisi del modello economico capitalista, dalla quale ci stanno facendo uscire con meno diritti, meno cultura e meno democrazia per garantire i profitti e le rendite delle élites economiche e finanziarie. Questo il cuore del problema, su questo vogliamo confrontarci, al di là dello story telling che ha sostituito la politica e punta invece sulle emozioni, cercando di trovare le parole giuste, piuttosto che le soluzioni. Lo story telling implica la sospensione del giudizio, escludendo riflessione e discussione. Il pregiudizio, in assenza di capacità di giudizio, è l’unica cosa che vale. Così mentre ci fanno credere di essere in un’epoca post-ideologica, dove destra e sinistra non ci sono più, e le emozioni sostituiscono le idee, sono invece le diverse opzioni interne alle destre che comandano e si disputano il terreno dell’egemonia.

Questo contratto di governo, dunque, si pone in continuità con tutte le altre misure che hanno determinato la crisi e lascia inalterati i meccanismi che dilatano le disuguaglianze.

L’articolo è stato pubblicato anche su “Il Fatto Quotidiano.it” del 15 giugno 2018

About Giuseppe De Marzo

Giuseppe De Marzo, attivista, economista, giornalista e scrittore, lavora da anni nelle reti sociali, nei movimenti italiani e in America Latina. È attualmente responsabile nazionale delle politiche sociali di Libera e coordinatore nazionale della Rete dei Numeri pari.

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