Le Olimpiadi invernali di nuovo a Torino? No grazie

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159.559 persone in povertà assoluta. 52.750 famiglie in povertà assoluta. Quasi il 20 per cento della popolazione compresa tra i 18 e 44 anni in povertà assoluta. Solo due anni fa le tetragone cifre sulla povertà a Torino, prodotte dalla Pastorale del lavoro dell’arcidiocesi, venivano utilizzate come una clava in campagna elettorale. Giustamente, perché erano – e sono – cifre che testimoniavano il plastico decadimento della riprogettazione torinese incardinata sui grandi eventi e quindi, ovviamente, sulle Olimpiadi 2006. Dispiace dirlo così brutalmente, almeno per chi scrive che, al tempo, ne fu sostenitore.

Oggi, in una condizione sociale uguale ad allora (se non peggiorata), si ripropongono i giochi olimpici quale sogno e visiondella città futura. Eppure a Torino il Prodotto interno lordo tra il 2006 e il 2017, quindi nel periodo di massima spinta turistica post grande evento (il cuore della nuova economia), è crollato del 10 per cento. Ovviamente era il decennio della grande crisi, e la scelta strategica di fondare l’intera (o buona parte della) economia cittadina su grandi eventi/grandi opere ha di fatto minato ogni resistenza.

Perché essere contrari, oggi, ai giochi olimpici (con molta amarezza, per il loro valore simbolico, ma con altrettanta risolutezza, per il piano inclinato economico che portano con sé)?

Le Olimpiadi, come le infrastrutture, sono da tempo state sequestrate dalla speculazione, dalla politica spettacolo e dalla criminalità organizzata. Fermarle, ovunque, non importa la città che organizza, significa liberarle e riportarle a una dimensione umana. Le città che hanno già detto no alla candidatura sono diverse: si pensi ai casi di Innsbruck (che per altro vanta già un parco olimpico funzionante), Stoccolma o Sion, che si appresta a votare un referendum il cui esito sarà una battaglia all’ultimo voto. Torino e la Val Susa, i territori che sarebbero più coinvolti, sono state soggette a ben due grandi opere. Il TAV Torino-Lione, ancora lontano dalla realizzazione ma già foriero di una spesa pari a 1,4 miliardi di euro, e le Olimpiadi di Torino 2006. Ebbene, delle seconde è possibile tracciare un quadro ormai preciso, a distanza di dodici anni dalla cerimonia di chiusura.

Il territorio è disseminato di enormi infrastrutture abbandonate: trampolino, bob, villaggio olimpico. Da sole hanno necessitato di non meno di duecento milioni di euro. L’investimento, circa tre miliardi di euro (in linea con il costo medio certificato da un noto studio oxfordiano), ha manifestato una notevole redistribuzione piramidale delle risorse investite: che sono state sia pubbliche che private. Sulle casse del Comune di Torino gravano ancora mutui contratti con istituti bancari di sistema, per circa ottocento milioni di euro. Ma, nella stravagante percezione patria, il denaro necessario a un grande evento come le Olimpiadi, o a una grande opera, se “prodotto” da un decreto governativo assume la sostanza dei soldi del Monopoli. Inutile dire che i fondi necessari per finanziare i prossimi giochi olimpici graverebbero in ogni caso sulle casse pubbliche, che sono direttamente collegate con i parametri di bilancio che dobbiamo rispettare a livello comunitario. A meno che il nuovo governo riesca a rompere la gabbia dei trattati, senza limiti di deficit, facendoci rimanere nella moneta unica. Sogni, o incubi, a seconda dei gusti. È un ragionamento squisitamente econometrico, la cui limitatezza è manifesta: ma l’ideologia ordoliberista, tipica espressione di ogni tempo che si proclama post ideologico, non lascia scampo.

Le Olimpiadi sono, in ogni caso, una scommessa di denaro pubblico che ha la certezza matematica di essere perdente: lo sono da decenni, da quando sono state sequestrate dalla speculazione. Da qui la ragione per cui sempre più città, in tutto il mondo, preferiscono non ospitarle. Organizzate da un ente privato, il CIO, il cui unico scopo è estrarre un profitto, sono al di fuori di ogni controllo da parte delle comunità che le ospitano.
Comunità che in cambio ricevono un ritorno d’immagine che dovrebbe attrarre turisti nel breve-lungo periodo. Le Olimpiadi vengono organizzate in base alle necessità degli sponsor: ed è risibile ascoltare l’amministrazione pentastellata di Torino asserire, come fa il vicesindaco Guido Montanari, che loro le organizzerebbero in maniera sostenibile. Non loro – ma chiunque – le organizzerà come il Ciodice di fare. Certo il CIO ha recentemente vergato nuovi indirizzi volti alla sostenibilità. Ma si tratta di retorica nota come green washing: gli sponsor globali sono attenti a non scontentare il pubblico sensibile al piano ambientale, una nicchia, ma vogliono un evento grandioso perché grandiosi sono i loro investimenti.

Lo studio di Oxford certifica che, di fronte alle reiterate promesse di sostenibilità che ogni amministrazione cittadina si premura di sostenere, gli sforamenti di spesa viaggiano nell’ordine del 156 per cento. Buoni ultimi a confermare questa costante arrivano gli organizzatori di Parigi 2024, che solo pochi mesi fa, a sei anni dalla cerimonia di apertura hanno annunciato che la curiosa locuzione “low cost” è da riporre nel cassetto dei ricordi, dato che i costi reali sono già aumentati di 600 milioni. Ripetiamo: mancano sei anni e, come noto, il picco delle variabili d’esercizio si ha negli ultimi dodici mesi. Accadde anche per Torino 2006 e, al tempo, si inventarono una lotteria, ovvero una tassa.

La grandeur pone dei vincoli sociali, di classe si sarebbe detto qualche tempo fa: i territori coinvolti fisicamente dai giochi sono sempre quelli più ricchi, in primis il centro della città. Oppure qualcuno può ragionevolmente pensare che le premiazioni possano essere fatte in qualche sperduta periferia, al fine di assecondare idee di eguaglianza tra ricchi e poveri? Torino 2006, contraendo debiti enormi, ha manifestato questa dinamica: il centro, dove è concentrata la ricchezza, è stato premiato da una profonda ristrutturazione. Le periferie non sono state nemmeno lambite. Tra i due territori il processo di gentrificazione post olimpico ha creato una frattura senza precedenti. Una forte spinta centrifuga ha interessato i valori immobiliari, che hanno prodotto l’espulsione di massa di intere fasce sociali e l’arricchimento ulteriore di chi era già benestante. La percolazione di capitale dal centro verso le periferie, in un contesto storico come quello di dodici anni fa (in una fase dove il costo del lavoro era meno schiacciato) ha prodotto i risultati citati all’inizio di questo articolo. Oggi buttare un bomba di denaro pubblico, nella speranza che qualcosa, attraverso la gig economy sempre più pervasiva, raggiunga le classi subalterne sarebbe follia: si riproporrebbe, estremizzato, lo schema del passato, e non per volontà degli amministratori che possono solo subirlo.

Quindi ci troveremmo di fronte all’ennesimo fallimento economico non percepito e riconosciuto come tale – quanto avvenuto a Torino è l’assoluta normalità – venduto come trionfo mediatico. Oggi il preventivo per l’organizzazione delle “Olimpiadi low cost” di Torino 2026, un’infelice locuzione che ricorda il “TAV low cost” di Graziano del Rio, è compreso tra uno e due miliardi. Ovvero il doppio, o il quadruplo di quanto preventivato nel 1999 per l’edizione del 2006. I proponenti, per evitare gaffe imbarazzanti, dovranno quindi rimanere al di sotto dei 550 milioni di euro che il Toroc preventivò nel 1999: impossibile.

Della somma oggi preventivata sappiamo che il Governo – cioè la Cassa depositi e prestiti? – metterebbe un miliardo. Ricordiamo sempre che non sono i soldi del Monopoli ma denaro pubblico che non è creato dal nulla ma spostato da un capitolo di spesa all’altro. Dai servizi e in particolare dalla sanità, il capitolo di spesa più tagliato negli ultimi dieci anni. Non a caso a Torino è prevista la sostituzione di un polo ospedaliero pubblico con la cosiddetta Città della Salute, costruita con capitale prevalentemente privato: la nuova struttura avrà 1000 posti letto, a fronte dei 2300 attuali. Il resto dei fondi necessari per un’Olimpiade è in capo al CIO che attraverso sponsor e diritti televisivi recupera denaro. L’incasso attraverso i biglietti ha valori trascurabili.

Di poche cose si ha certezza in Italia: una di queste è che un preventivo di spesa per un’opera pubblica registra sempre, inevitabilmente, in ogni parte del Paese, un aumento pari a tre volte. Oggi, il preventivo della ristrutturazione del trampolino di Pragelato, marcescente da anni, è pari a 11 milioni di euro: costò, nel 2006, 36 milioni di euro. Ogni conteggio successivo è superfluo. Sostenere che basterà una semplice ristrutturazione degli impianti già esistenti è abbellire la dura realtà con il rimmel della propaganda. Alcuni impianti come bob e trampolino necessitano di interventi al momento nemmeno quantificabili, mentre il villaggio olimpico è semplicemente da rifare. Senza dimenticare le infiltrazioni della criminalità organizzata, presente anche nell’edizione torinese dei giochi olimpici del 2006, come messo in luce dall’inchiesta Minotauro.

In un ordine teorico, si può pensare che un tocco magico possa bloccare questo saccheggio: improbabile, per non dire impossibile, eppure supponibile. Ma in ogni caso è certo che la spesa maggiore, e non preventivabile, è quella legata alla sicurezza dell’evento. Scrive il quotidiano The Guardian in una inchiesta sui costi di Londra 2012: «organizzare un’Olimpiade è come organizzare una guerra». È una spesa non comprimibile e soprattutto non ammortizzabile. E il contesto, per ovvie ragioni storiche, è in netto peggioramento. Oppure, dopo il disastro di piazza San Carlo, si può ipotizzare che vi possano essere delle misure di sicurezza low cost?

Ovviamente si può sostenere che l’investimento olimpico, come tutte le grandi opere, sia parte di una politica anticiclica. Torino 2006 ha attutito l’impatto sul duro della crisi del settore manifatturiero, che da quell’anno non si è più ripreso. Mirafiori, che dodici anni fa fu salvata dagli enti pubblici con la creazione della Torino New Economy – sessanta milioni dati alla Fiat di Marchionne, appena giunto, in cambio di alcuni terreni interni al grande stabilimento di corso Agnelli – oggi si trova nella fase finale della sua ultradecennale vita. Serve quindi un altro grande evento, che distragga e ammortizzi l’impatto, che dia fiato, perché l’annuncio dell’amministratore delegato di Fcaparla chiaro: «la produzione di auto Fiat piccole in Italia è terminata». Un presagio sinistro che riguarda tutta l’Italia, ma che di fatto relega l’immenso stabilimento torinese alla fase conclusiva delle sue convulsioni.

E dunque, a dodici anni di distanza da un grande evento che non ha cambiato la struttura sociale della città, che ha polarizzato la ricchezza, che ha separato fisicamente il centro sfavillante dalle periferie reiette e che ha mostrato plasticamente l’incapacità di sostituire il terziario avanzato al primario, è bene porsi seri dubbi sulla scelta di candidarsi a organizzare i giochi del 2026.

Si tratta di fermare una forma di neo keynesismo, laddove il keynesismo originario è solo una proiezione semantica, che favorisce gli investimenti ad alta intensità di capitali e a scarsa intensità di lavoro, di cui le Olimpiadi sono la punta di diamante. Solo piccoli investimenti nel campo, sul territorio e nei servizi sociali, hanno la capacità di esprimere fattori moltiplicativi adeguati e incrociare i bisogni delle classi “escluse”. Di fronte al progressivo smantellamento della sanità pubblica e dell’istruzione, di fronte al crollo del territorio, di fronte alla resa dei Comuni, di fronte allo strapotere del patto di stabilità, viene da domandarsi quale sia la priorità. A maggior ragione quando ciò che è stato esperito in passato altro non è che un fallimento scintillante.

Maurizio Pagliassotti

Maurizio Pagliassotti, scrittore e giornalista, scrive per “Il Manifesto”. Ha pubblicato, presso l’editore Castelvecchi, «Chi comanda Torino» (2012) e «Sistema Torino, sistema Italia» (2014).

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