Non c’è pace senza diritti

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Quando parliamo di guerra la prima cosa da fare è ripulire il linguaggio da incrostazioni ed eufemismi (guerra “umanitaria” fu, negli anni Novanta, tra i più indecenti). Ripulirlo perché quando la “cosa” non è più la stessa, anche i nomi e i concetti sono da ripensare, se vogliamo che il linguaggio sia un veicolo di verità e non di impostura e di potere.

La prima cosa da dire, allora, è quella che il Papa ha detto nel 2014 e ribadito più volte: il mondo è in guerra e quella che si sta combattendo è, appunto, una terza guerra mondiale che a differenza dalle precedenti viene combattuta «a pezzi, a capitoli». Basta considerare alcuni elementi per dargli ragione. Sono 47 i Paesi attualmente coinvolti in conflitti; 4150 le armi nucleari operative; 66 milioni circa i profughi in fuga; tra il 90 e il 95 per cento la percentuale dei civili fra le vittime (nelle precedenti guerre mondiali non superava il 50 per cento). Non si tratta insomma di uno scenario propriamente di pace, eppure la realtà viene per lo più ignorata (le guerre “fanno notizia” solo quando toccano interessi e vittime occidentali) oppure giustificata (come fa chi parla di guerre dichiarate per “difendere” o “esportare” la democrazia, altri odiosi eufemismi).

Così come sono rare le voci disposte a denunciare l’aspetto più indecente di questa carneficina, ossia la convenienza economica dei conflitti armati. Una convenienza che ha sempre accompagnato l’espansionismo bellico, ma che tocca oggi picchi inediti. Anche qui bastano alcuni dati. Nel 2017 (secondo l’autorevole SIPRI, l’istituto di ricerca internazionale di pace di Stoccolma), la spesa militare mondiale è salita alla cifra stratosferica di 1739 miliardi di dollari. Stati Uniti (715 miliardi), Cina, Arabia Saudita e India guidano la classifica, ma anche il nostro Paese si “difende” con un dodicesimo posto (29,2 miliardi) e un ottavo nel campo delle esportazioni: il commercio di armi ci frutta 14,6 miliardi di euro, denaro in buona parte illecito perché le nostre armi sono anche vendute a Paesi responsabili di gravi violazioni dei diritti umani come la Turchia e l’Arabia Saudita, in aperta deroga alla legge 185 del 1990. Si combatte e uccide, dunque, anche perché la guerra rappresenta per molti Paesi un affare, un formidabile volano economico, e questo la dice lunga sul perché i conflitti tendano oggi a una durata illimitata (vedi l’Afghanistan, teatro da diciassette anni di una guerra che ha smesso di fare notizia in un misto di inerzia e di rassegnazione) e sul perché non si può oggi più parlare di guerra senza chiamare in causa la profonda commistione tra le guerre propriamente dette e quelle combattute con armi economiche. Se un tempo si diceva che la guerra è il proseguimento della politica con altri mezzi, oggi bisogna dire che l’economia – questa economia – è un mezzo per fare la guerra senza dichiararla.

Ancora in questo caso chi ha levato con maggiore forza e puntualità la propria voce è stato il Papa. È Francesco che ha parlato di un «sistema ingiusto alla radice», lui che ha denunciato lo scandalo di «un mondo fratturato dalle guerre e divorato dal profitto». Accanto alle guerre che rispondono (in parte) ai criteri tradizionali, assistiamo infatti a una guerra ai poveri attuata da un sistema che produce povertà e poi cerca di eliminarne le vittime, così come l’assassino cerca di far sparire le tracce dal luogo del delitto. Un sistema che facilita – in certi casi legittima – lo sfruttamento delle persone e dell’ambiente piegando la natura al diktat del profitto e uccidendo, con la biodiversità, la sorgente stessa della vita. Un sistema che degrada il lavoro, dunque la dignità, e penalizza la cultura, perché condizione del suo funzionamento è che le persone non pensino, siano ridotte a una massa anonima e acritica di “sudditi involontari”, sviluppino verso il “mercato” atteggiamenti di culto e di dipendenza: i profughi e gli immigrati ci ricordano le ingiustizie del nostro tempo, ma appena viene messo in vendita un nuovo modello di telefonino si formano le code davanti ai negozi… Ecco allora che per contrastare un sistema così potente e capillare occorre innanzitutto una rivoluzione culturale, occorre quella che il Papa nell’enciclica “Laudato sì” chiama «conversione ecologica», ossia un pensiero che sappia riconoscere le relazioni tra le forme di vita – le relazioni che costituiscono la vita – e che affronti la crisi sociale e quella ambientale come facce di una stessa medaglia. Occorre, in altre parole, una politica di nuovo degna di questo nome.

Ma se è vero che la qualità della politica rispecchia quella del contesto sociale, occorre anche un maggiore impegno di ciascuno di noi, una maggiore consapevolezza delle responsabilità che ci caratterizzano come cittadini resi liberi da una Costituzione scritta per archiviare le guerre, i fascismi, i razzismi, una Costituzione tanto citata ma mai abbastanza vissuta e realizzata. Un impegno che deve partire dal basso ma, prima ancora, “da dentro”, dall’inquietudine e dalla ribellione delle coscienze, da un cambiamento non solo richiesto ma testimoniato dalle scelte e convalidato da un’etica. E che riguardi anche linguaggi e strumenti datati, non più consoni alla situazione attuale, dove il discorso contro le guerre non può più restare prigioniero di quello che Tonino Bello chiamava «monoteismo della pace», ma sappia calarsi in un più ampio discorso di promozione dei diritti umani, sociali e civili, in impegno per la dignità e la libertà delle persone. È da lì che dobbiamo ripartire per costruire la pace. Consapevoli di dover procedere uniti – perché solo insieme il desiderio di cambiamento diventa forza di cambiamento – e di non dover mai perdere la speranza perché, come diceva Martin Luther King, «è solo nel buio che si possono vedere le stelle».

Luigi Ciotti

Luigi Ciotti, prete cattolico, è fondatore e presidente del Gruppo Abele e di Libera - associazioni, nomi e numeri contro le mafie. È da sempre impegnato nel sociale, sui temi della legalità e dei diritti e in difesa della pace.

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