Per un nuovo inizio: l’informatica

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Una politica che non ha fatto scuola

Oggi la politica potrebbe sapere come fare punto e a capo se, a partire dai primi anni Ottanta, l’informatica non avesse scelto di cancellare la memoria delle proprie origini.

Durante gli anni Sessanta si era manifestata l’esigenza di “gestire le relazioni” tra la ricerca dei fisici europei e un’informatica a quei tempi accessibile solo a pochi, perché costosa, difficile da usare e non ancora oggetto di studi accademici. La “politica universitaria”, adottata in risposta a quell’esigenza, aveva permesso di iniziare a “imparare a recuperare errori”.

Il “non sapere come” affrontare un nuovo inizio, in quella circostanza, aveva evidenziato la necessità di tutelarsi da un rischio: la frammentazione delle “risorse”, acquisibili da gruppi di ricercatori che partecipavano a esperimenti condotti nei laboratori del CERN, avrebbe ostacolato “l’evoluzione di un processo cognitivo” alimentato dai contributi dei membri di una “comunità distribuita”.

Se gli aspetti sociali della politica, adottata per gestire la relazione tra una comunità distribuita di utenti e il calcolo elettronico, fossero stati colti come “strategici”, per “l’adeguamento operativo di una piattaforma tecnologica” alla “condivisione di un obiettivo comune”, l’industria informatica europea e i governi degli Stati Membri della UE avrebbero potuto “assumere un ruolo politicamente attivo” per:

  1. la progressiva entrata in servizio di Internet e Web, con l’evoluzione dell’IT in ICT [Tecnologia dell’Informazione e della Comunicazione], a partire dai primi anni ’80
  2. l’armonizzazione dell’approvvigionamento di strumenti dell’ICT, da parte delle Pubbliche Amministrazioni nazionali degli Stati Membri della UE, a valle di uno studio ed indagine dei primi anni ’90, denominato OSE [Open System Environment] e promosso dalla Commissione Europea tramite uno scomparso EWOS [European Workshop for Open Systems].
“Sistema operativo” e “Dialogo operativo”

Quanto sopra scritto merita attenzione e approfondimenti?

Si può scrivere un contributo sul tema “un nuovo inizio della politica”, che indirizzi la questione “relazione tra sistema e dialogo operativo”, senza averne prima discusso?

Potrebbero gli autori di saggi contemporanei su “dialogo” e “relazioni”, sottoscrivere l’intento di un tal contributo, magari intervenendo per discuterne e/o adeguarne la comprensione?

Esempio di saggi da valutare come riferimenti ad hoc:

  • Non solo di cose d’amore: Noi, Socrate e la ricerca della felicitàPietro Del Soldà – Marsilio Editori 2018
  • Un altro mondo è possibileMarc Augé – Codice edizioni 2017
  • Cambio di paradigma: Uscire dalla crisi pensando il futuroMauro Magatti – Feltrinelli 2017
  • Al Cineca: 50 anni da protagonisti nell’informatica italianaMarco Lanzarini – Pendragon 2017
Gestione di “esigenze relazionali attuali”

L’inadeguatezza delle attuali piattaforme tecnologiche [Rousseau compresa], per il bisogno reale di partecipazione attiva alla vita politica, è un messaggio di errore del “sistema tecnico” o del “sistema sociale”?
Nel 1993, quando il Web era agli inizi, la partecipazione ai lavori degli Enti per gli Standard Internazionali dell’ICT era incontrastabilmente condizionata da interessi industriali non europei.

L’eventuale riconoscimento dell’errore di sistema sopra accennato, permetterebbe di risalire a una sua causa come, ad esempio, l’indisponibilità [allora come ora] di una relazione gestita tra politiche “universitaria”, “industriale” e “di governo”? 

Un caso “scuola di adeguamento”

Da scrivere, come risultato progressivo di una ricerca di risposte a domande, tipo quelle sopra azzardate.

3 Comments on “Per un nuovo inizio: l’informatica”

  1. Questo contributo è stato scritto, entro il limite editoriale di due cartelle, con l’intenzione di farlo evolvere, grazie a un dialogo con chi si sentisse motivato a farlo, come “documento di istruzioni” [Terms of Reference] per un gruppo di lavoro incaricato di ricercare e valutare. ad esempio, “il modus operandi più adeguato per una determinata attività, entro determinati limiti” [Scope and Objectives].

  2. per quanto le classi esistano ancora, il discorso politico non dovrebbe svilupparsi su queste, mutate in consistenza e configurazione, ma proporre un sistema di giustizia che di conseguenza interverrebbe poi sulle classi. Stando coi piedi “nell’umido”, riscontriamo, se non il mutamento delle classi, quello della politica che prospetta anche dei vantaggi: la facilità di movimento del voto. Ovviamente ci sono metodi semplici per appropriarsene ma questi sono già stati “presi”, bisogna pensare a qualcosa di meglio. Una considerazione interessante è come costruire il leader. Allo stato delle cose sembra che non si possa farne a meno: l’uomo convinto e sicuro delle idee che esprime trasmette efficacemente il messaggio. È però difficile identificare la persona che possieda le idee e il carisma ma è possibile il gost-leader cioè l’ideologo dietro le quinte e il divulgatore in pubblico. È ciò che è successo fin dai tempi di “non è la RAI”. Un lavoro meticoloso sarebbe quello di ricostruire le reti che una volta c’erano, le reti culturali: artisti, intellettuali, attività sociali, tutto ciò che può formare uno strato fertile. L’informatica è lo strumento idoneo e deve gestire la rete, le reti, un punto in cui convergono e partono le istanze. Tutti questi interventi tramite il web ne sono una conferma, occorre che qualcuno che possiede una buona competenza informatica, decida di diventare il punto cruciale dal quale si potrebbe orientare una consistente parte dell’elettorato. Un punto di partenza per dare significato a questo brulichio di idee e proposte. Chi lo vuol fare?

    1. Per immaginare, come suggerisce Alberto, “un punto in cui convergono e partono le istanze”, e per poter tradurre ciò che s’immagina in un’iniziativa comprensibile e condivisibile, serve un sistema culturale. Lo si dovrebbe dedurre da un aspetto [trascurato] della storia dell’evoluzione dell’informatica.

      I giovani [nativi digitali] non sanno che è esistita un’informatica nativa.

      L’informatica nativa ha preso il via sviluppando “sistemi” che potevano “gestire risorse [di calcolo e/o elaborazione dati]” in modo inizialmente del tutto inadeguato alle necessità di “classi di utenza di quei sistemi” [dedite alla Ricerca Scientifica] che, per prime, si proposero di acquisire quelle risorse come strumenti.
      Per almeno un paio di decenni si rese necessario creare degli ambienti [sociali] destinati al progressivo adeguamento della gestione di quel tipo di risorse, cioè del sistema, in termini di ottimizzazione funzionale ed economica del loro accesso e fruibilità.
      Nacquero così, negli anni 60 e 70, prima
      la Divisione Elaborazione Dati [Data Handling Division] del CERN, a Ginevra, poi
      il Centro di Calcolo Interuniversitario dell’Italia Nord Orientale [CINECA], fuori Bologna, quindi
      il Dipartimento Operativo [Operations Department] del Centro Europeo per le Previsioni Meteo a Medio Termine [ECMWF], che si sta trasferendo a Bologna dall’Inghilterra.

      La prima e più importante risorsa di quegli ambienti è stata [ed è] la gestione della relazione tra utente e informatica.
      Il Web è nato da quella relazione, in un ambiente sociale organizzato per abilitare il dialogo [paritetico] tra partner che concorrono, con le loro diverse competenze, al raggiungimento di un obiettivo comunitario.
      Il padre del Web è l’utente [inteso come sua comunità di appartenenza].
      La madre del Web è l’informatica [intesa come strumento di adeguamento del sistema agli obiettivi della comunità].
      Fuori da quegli ambienti ciò che è nato dopo il Web, cioè l’internet delle reti sociali, ha come padre il mercato.

      Gli ambienti sopra citati sono ancora vivi e vegeti. Ciascuno di essi ha saputo essere leader dell’evoluzione delle propia comunità, intesa come utente del sistema tecnico adottato come strumento.
      Mi sembra che da questo titpo di considerazioni, se ampliate ed approfondite in modo adeguato, si possano estrarre indicazioni utili per rispondere alla domanda di Alberto, sul chi e sul come delle creazione di un “un punto in cui convergono e partono le istanze”.

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