Siamo noi la moltitudine di cavallette che invade il mondo distruggendo ogni cosa?

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Alcuni film di fantascienza raccontano tentativi di invasione della Terra da parte di popolazioni aliene, immaginando che gli aggressori, in numero sterminato, avendo consumato ogni risorsa sui propri pianeti, vengano qui per mangiare tutto ciò che trovano di commestibile, compresi i poveri umani. Non di rado, l’aspetto degli alieni ricorda, ingigantito, quello delle cavallette, richiamando così i flagelli di biblica memoria e le migrazioni di massa di questi ortotteri che periodicamente distruggono ogni coltura al loro passaggio. In sostanza, si tratta di esempi, drammatizzati o drammatici, di ciò che succede quando si è in troppi per le risorse disponibili nell’ambiente che ci dovrebbe sostenere e che quindi viene depredato senza sosta, fino alla desertificazione.

Nella varietà, ormai amplissima, di interventi e prese di posizione sui temi ecologici, il problema del sovrappopolamento viene per lo più tenuto a margine, anche da parte di chi sostiene di avere un approccio scientifico. La domanda al centro dei primi allarmi, oltre cinquant’anni fa, sulla sostenibilità dello sviluppo riguardava proprio il rapporto tra la forte crescita demografica, allora chiamata “la bomba demografica”, e le risorse disponibili. Nel frattempo, siamo passati da meno di 4 miliardi di individui agli 8 miliardi di oggi, con proiezioni che indicano un ulteriore incremento, fino a 10 miliardi verso fine secolo, concentrato soprattutto in Africa e in vari Paesi poveri. Se queste valutazioni sono corrette, vuol dire che la popolazione mondiale sarà aumentata di oltre 10 volte nell’arco di 250 anni. Se ci limitiamo a considerare la possibilità di sfamare tutte queste persone, senza tener conto degli altri consumi in continuo aumento, i più ottimisti sostengono che la produzione alimentare, purché gestita in modo ottimale, ha ancora un margine di incremento. Poi essi sottolineano l’enorme quantità di sprechi attuale (quasi un terzo del totale) e la possibilità di considerare commestibili altri prodotti del mondo vegetale e animale.

Senza voler stroncare le posizioni ottimistiche, sarebbero opportuni alcuni chiarimenti da parte di scienziati ed esperti. Quali tipi di agricoltura e di allevamento sono idonei a produrre tutto il cibo necessario? Quelli intensivi e industrializzati, che tanto contribuiscono alle emissioni climalteranti, o quelli auspicabili, decisamente più sostenibili, ma con minore produttività? La desertificazione di intere regioni e l’avvelenamento dei mari, ormai in corso a livelli macroscopici, sono compatibili con la produzione di maggiori quantità di cibo? Quanto immaginiamo di poter ridurre lo spreco per soddisfare i nuovi bisogni, tenendo conto, oltre che delle resistenze da parte dei privilegiati, anche dei problemi di conservazione e distribuzione dei prodotti deperibili? Davvero pensiamo di poterci cibare di grilli, formiche e larve, mentre ormai siamo abituati a scartare verdure e frutti non perfetti esteticamente e a cucinare solo le parti più pregiate degli animali macellati?

Naturalmente, chi ha a cuore giustizia e bene comune non può esimersi dal cercare soluzioni per la salvaguardia dell’ambiente e battersi per queste. Si possono prevedere interventi su tanti consumi non necessari, che comportano enormi emissioni e sprechi. Si possono razionalizzare i sistemi di produzione e ridurre i danni della globalizzazione sfrenata e il suo conseguente flusso continuo di trasporti terrestri e navali in giro per il mondo. Si può diffondere l’impiego delle energie rinnovabili… Ma su cibo, acqua e aria non abbiamo tante alternative: ne occorrono a sufficienza e a disposizione di tutta l’umanità.

C’è ancora un’area sulla quale si può operare nel rispetto dei diritti universali, sostituendo al concetto della vita come valore assoluto quello della qualità della vita stessa: ciò per cui vale la pena di essere al mondo. In questa direzione si possono diffondere campagne di informazione per le donne di tanti Paesi poveri che sono costrette, da una deforme idea della virilità maschile, a proliferare molto più di quanto è augurabile per la loro salute e per quella dei nuovi nati, spesso destinati a una vita di drammatici stenti. Si può abbandonare l’idea di trascinare sempre di più le vite degli anziani nei Paesi ricchi, col risultato di prolungare le loro sofferenze, invece di permettere un tranquillo abbandono di questa Terra da parte di chi ha ormai esaurito ogni aspettativa.

Ma, per capire davvero in quale direzione si sta muovendo l’umanità, è indispensabile cercare di interpretare le posizioni e gli orientamenti di coloro che detengono le maggiori leve del potere. Si tratta ormai di poche centinaia di persone in tutto il mondo, tra i super ricchi finanzcapitalisti e i loro alleati: dittatori o governanti pseudo democratici, che spadroneggiano in ogni continente. Mascherati o meno da proclami a favore del bene comune, i ragionamenti del capitalista tipo sono piuttosto semplici, nel loro pragmatismo brutale e amorale. Essi si muovono tra due possibilità, da seguire nell’ordine. La prima, per la quale si potrebbe prendere a modello il defunto Berlusconi, indica: «Se posso arricchirmi alle spalle di tutti gli altri fregandoli e al contempo ottenere simpatia e ammirazione, tanto meglio!». Ecco il riccastro sorridente o addirittura capace di qualche iniziativa benefica (v. Nicoletta Dentico,“Ricchi e buoni? Le trame oscure del filantrocapitalismo, ed. EMI). La seconda modalità interviene quando la scelta tra il bene proprio e quello altrui diventa più drastica: ecco allora che il capitalista si trova a mostrare il suo vero volto, malamente mascherato da accenni di populismo. Mors tua vita mea diventa il criterio guida, traducibile in vari effetti pratici: io decido, voi subite; io straricco, voi tutti poveri; io libero di fare tutto quello che voglio, voi controllati e sottomessi; io al sicuro e protetto dai miei mercenari, voi fuori a scannarvi tra derelitti. Chissà perché mi viene in mente il faccione rabbioso di Trump, ma è di sicuro in buona compagnia…

Se applichiamo questi criteri agli orientamenti recenti dei governi cosiddetti democratici dell’Occidente, troviamo preoccupanti conferme. I discorsi sul riarmo generale non sono mai stati così sfacciati dal secondo dopoguerra a oggi; persino il ricorso alla guerra atomica non è più un tabù. Le guerre sono sempre state occasione di enormi guadagni per le lobby imprenditoriali, ma ormai sono, senza ritegno, anche una buona opportunità per liberarci da un po’ di sovrappeso demografico: alcune agenzie d’informazione ne calcolano oltre 50, di diversa intensità, attualmente in corso nel mondo. Nelle guerre dei secoli passati morivano soprattutto gli uomini combattenti; adesso il conto di donne e bambini sacrificati, con l’eufemismo del danno collaterale, è impressionante. Tornano d’attualità le parole che Rosa Luxemburg scolpiva col suo Socialismo o barbarie in riferimento alla Prima Guerra mondiale: «Noi ci troviamo oggi dunque […] davanti alla scelta: o trionfo dell’imperialismo e crollo di tutta la civiltà […] spopolamento, distruzione, degenerazione, un grande cimitero, oppure vittoria del socialismo […] contro l’imperialismo e il suo metodo: la guerra».

A sfrondare un bel po’ il numero di bocche da sfamare possono dare il loro contributo varie pratiche capitalistiche e neocolonialiste sempre più diffuse: dal modo con cui si affrontano le emergenze sanitarie, alla non-gestione dei flussi migratori, lasciati in balia della criminalità privata o istituzionale, con una spaventosa scia di morti. Intanto i cambiamenti climatici incominciano a produrre effetti vistosi, i cui danni si riversano, tanto per cambiare, soprattutto sul sud del mondo. Per queste e altre cause consimili, il cimitero terrestre è sempre più affollato, con andamenti in ulteriore crescita. Intanto Elon Musk, in buona compagnia, incomincia a progettare stazioni lunari e soluzioni tecnologiche tanto strampalate, quanto minacciose. Anche in questo caso, la fantascienza aiuta la nostra immaginazione: più di un film del genere catastrofico mostra la rapida reazione del ristretto club dei potenti di fronte a eventi di enorme potenzialità distruttiva. Gli eletti vengono portati, con la protezione dell’esercito, in grandi rifugi super sicuri, mentre la gente normale è lasciata inerme, esposta alla furia degli elementi. Al sicuro, insieme ai governanti, ci sono i ricchi oltre a qualche intellettuale e scienziati particolarmente dotati, che potranno poi servire alla ricostruzione della civiltà umana. E non manca, naturalmente, un bel numero di donne giovani e belle, per dar vita a una nuova progenie di qualità migliorata. Tornando alle tendenze in atto, è ormai evidente che il cosiddetto progresso tecnologico, sempre più orientato allo sviluppo dell’intelligenza artificiale e della robotizzazione, permetterà di sostituire gran parte del lavoro umano nei livelli intermedi. Serviranno soltanto più i grandi capi e, all’altro estremo, gli esecutori di vari compiti fastidiosi, perfettamente riducibili al livello di schiavi. Chi non avrà più niente da fare sarà tenuto in condizione di non disturbare, offrendogli rifugio nella realtà virtuale, dove il suo avatar se la potrà spassare, anche senza mangiare.

Questo sguardo al futuro prossimo è eccessivamente pessimistico? Lo dobbiamo sperare, ma intanto si vis pacem… no, non serve prepararsi alla guerra combattuta con fucili, cannoni e missili (che perderemmo miseramente), ma di guerra comunque si tratta. Non possiamo restare in attesa degli eventi, in direzione di una possibile catastrofe, con atteggiamento passivo o sperando di cavarcela in qualche modo: bisogna lottare creando la mobilitazione più vasta, con gli strumenti della politica, della conoscenza e della comunicazione efficace.

La strada del contenimento dei consumi sembra quantomai ardua, perché dietro ai grandi capitalisti si accodano intere popolazioni dei Paesi ricchi, che non hanno nessuna intenzione di limitare i loro privilegi. In riferimento agli Stati Uniti, con consumi pro capite ai massimi livelli, due esempi ci dimostrano che non c’è la minima volontà di metterli in discussione. Primo. Oliver Stone, un buon regista di stampo liberal, ha realizzato recentemente un documentario dal titolo Nuclear Now, nel quale valuta preferibile il rischio potenziale costituito delle centrali nucleari a confronto con la certezza dei danni provocati dai cambiamenti climatici. È un ragionamento più o meno condivisibile, ma l’aspetto sorprendente sta nel fatto che Stone non prende nemmeno in considerazione la possibilità di consumare meno energia, modificando in parte le abitudini dei suoi concittadini. Secondo. Un interessante articolo di Die Zeit, comparso su Internazionale n. 1548 di inizio febbraio 2024, col titolo “I soldi non ci salveranno”, spiega che i consistenti finanziamenti profusi dall’amministrazione Biden per la transizione verde si traducono soprattutto in grandi occasioni di business per l’imprenditoria privata più vivace: «Non si parla di abbassare le emissioni di anidride carbonica attraverso nuove linee guida e nuovi divieti. Si parla di soldi, investimenti e affari… È il capitalismo che ha permesso agli statunitensi di volare tanto, e di mangiare tutta quella carne. E sarà il capitalismo a permettergli di continuare così». Noi europei che, dopo averne combinate di tutti i colori nei secoli passati, credevamo di essere diventati un po’ più saggi, stiamo seguendo i nostri protettori / ispiratori sulla medesima strada: basti vedere le reazioni della Commissione Europea alle proteste di agricoltori e allevatori, subito seguite dalle raccapriccianti dichiarazioni sulle opportunità di riarmo e preparazione alla guerra.

Non possiamo più lasciare soli i giovani a beccarsi manganellate ogni volta che protestano in modo un poco più vistoso. La vita sulla Terra può ancora essere bella, ma vanno ridefiniti e condivisi gli elementi che la rendono tale. Con le minacce e con la forza si possono sottomettere le moltitudini, ma le si può convincere e rendere partecipi del cambiamento soltanto con prospettive credibili di maggiore benessere accessibile a tutti.

Gli autori

Franco Guaschino

Franco Guaschino, laureato in Scienze Politiche, ha lavorato soprattutto nella comunicazione visiva. Prima fotografo, poi regista e produttore, ha realizzato documentari, filmati promozionali e qualche opera di finzione. Negli ultimi dieci anni di attività si è dedicato alle montagne, nel quadro di quello che si chiamava “Laboratorio dello sviluppo sostenibile”. Da qualche anno in pensione, vive in una casa in mezzo ai boschi, sulla montagna sopra Torre Pellice.

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2 Comments on “Siamo noi la moltitudine di cavallette che invade il mondo distruggendo ogni cosa?”

  1. Sinceramente la sovrappopolazione mi sembra l’ultimo dei problemi, e che peraltro si sta risolvendo da solo, molto più vero, e inquietante, la tendenza ad usare il progresso tecnologico ad esclusivo vantaggio dei ricchi.

  2. Gentile Franco Guaschino, mi permetto di aggiungere alle sue interessanti note la seguente considerazione:sempre di più nell’attuale contesto di aspro confronto geopolitico la questione dei consumi (impronta) di un’area del pianeta va vista in termini di relazione alle risorse rinnovabili di cui dispone (biocapacita’). Sotto questo profilo è considerando il pro capite la Russia ha un ampio surplus ecologico, la Cina un’impronta medio bassa in crescita a fronte di una biocapacita molto bassa che le impone di commerciale per equilibrare i conti. L’Europa ( come gli USA) e’ debitore ecologico ma ha avviato un ampio e serio piano di decarbonizzazione e ripristino degli ecosistemi rispetto ai quali i recenti parziali retrofront si spera siano solo degli episodi. Cordiali saluti, fiorenzo martini-torino

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