Democratizzare le banche centrali

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Le banche centrali servono i mercati, non il benessere sociale

Le banche centrali sono delle creature ibride che hanno una doppia natura. Da un lato sono organi dello Stato che devono svolgere un servizio pubblico a favore della società nazionale (o dell’economia regionale, nel caso della BCE) con funzioni di stabilità dei prezzi al consumo e di regolazione macroeconomica. Dall’altro, come fornitori di liquidità di ultima istanza, devono salvaguardare il buon funzionamento del sistema privato delle banche commerciali e del mercato finanziario in generale. Il problema è che esse dovrebbero limitarsi a “salvare” solo le banche di deposito, quelle in cui i risparmiatori conservano i loro soldi: il loro scopo dovrebbe essere quello di salvare i risparmi e non le banche che speculano. Tuttavia recentemente sono diventate il Pronto soccorso di tutti gli enti finanziari sistemici e dei mercati finanziari. Nel corso della Grande crisi finanziaria la FED, per esempio, è intervenuta per salvare tutte le maggiori banche d’affari (eccetto la Lehman Brothers, come noto) anche se queste erano chiaramente fuori dalla sua “giurisdizione”. La FED recentemente ha addirittura aperto una nuova struttura permanente, la Standing Repo Facility, per intervenire nel mercato monetario all’ingrosso pronti contro termine (Repurchase Agreement, Repo) dove operano le maggiori società finanziarie, tra cui i famigerati fondi speculativi (hedge funds).

La doppia natura pubblica-privata delle banche centrali si riflette anche nell’assetto proprietario. Le banche centrali possono avere come azionista lo Stato (come la Banca di Francia e la Banca di Inghilterra) o fare capo invece alle banche, cioè agli azionisti privati (come la Federal Reserve, la Banca d’Italia e la stessa BCE). Esse sono quindi “indipendenti” dalle politiche dettate dai governi. A maggior ragione questo ragionamento vale per la Banca Centrale Europea, un organismo previsto solo dai trattati intergovernativi: la BCE – dal momento che gli azionisti sono le 19 banche centrali – non è responsabile di fronte a qualsiasi governo nazionale, e non lo è neppure di fronte al Parlamento europeo o alla Commissione europea. Questa situazione non rappresenta, come si afferma spesso, un “deficit democratico”. È ben di più: un gravissimo vulnus alla democrazia. Con essa, infatti, si sancisce la dittatura della moneta privata bancaria sulla società.

In realtà l’indipendenza delle banche centrali è un fenomeno relativamente recente. Solo a partire dagli anni Ottanta si è verificata una svolta di 180 gradi in forza della quale le banche centrali nel mondo occidentale sono diventate “indipendenti” dai governi e dalla politica, secondo il modello della Bundesbank tedesca. Prima esse operavano in stretta collaborazione e subordinazione rispetto alle politiche economiche dettate dai governi e dal ministero del Tesoro. Dagli anni Ottanta in poi l’indipendenza della banca centrale è stata promossa dai governi Reagan e Thatcher con l’obiettivo di combattere l’inflazione e, sul piano politico, di togliere potere di condizionamento alle sinistre, ai sindacati e ai movimenti di contestazione che erano stati molto forti negli anni Settanta. Fu fatta passare l’idea che l’inflazione fosse causata da eccessi di spesa pubblica e dai forti incrementi salariali ottenuti dai lavoratori, mentre, in realtà, l’aumento dei prezzi era dovuto soprattutto alle spese militari sostenute per la guerra nel Vietnam, al forte aumento del costo del petrolio legato alle guerre in Medio Oriente (crescita da sei a dieci volte rispetto al prezzo iniziale) e alla forte svalutazione del dollaro. La controrivoluzione reaganiana e thatcheriana degli anni Ottanta produsse la deregolamentazione dei capitali nazionali e la globalizzazione finanziaria. In questo contesto le politiche neoliberali mirarono a “riformare” il ruolo delle banche centrali togliendo alla politica la possibilità di finanziare per il loro tramite servizi pubblici considerati troppo onerosi (per es. pensioni, sanità, istruzione).

Lo strumento ritenuto più idoneo per tenere a bada il deficit pubblico e l’inflazione fu l’“indipendenza” delle banche centrali, ovvero la proibizione per esse di “monetizzare” i deficit pubblici sul mercato primario, cioè di comprare all’emissione i titoli di debito pubblico emessi dai governi per finanziare le spese e gli investimenti in deficit. In parole povere, grazie alla non monetizzazione, gli Stati non potevano più finanziarsi con la loro moneta (quella emessa dalla loro banca centrale, calmierando i prezzi del debito) ma dovevano finanziarsi solo sui mercati finanziari ai prezzi dettati dagli operatori finanziari. Nel nome della lotta all’inflazione si attuò una sorta di “colpo di Stato”: gli Stati persero di fatto, in misura minore o maggiore, la loro sovranità monetaria. Da allora, per finanziare i loro investimenti, gli Stati devono rivolgersi ai mercati, alle grandi banche nazionali e internazionali e alla big finance. I mercati però chiedono alti interessi e questi pesano sul bilancio pubblico e provocano la contrazione degli investimenti pubblici. Da allora il mondo occidentale ha iniziato la sua crisi: la liberalizzazione e la globalizzazione finanziaria si accompagnano all’aumento insostenibile dei debiti pubblici e simmetricamente all’aumento e alla forte concentrazione della ricchezza finanziaria, alla diminuzione degli investimenti e della crescita del PIL e alla crescente diseguaglianza sociale. L’indipendenza delle banche centrali è ormai diventata l’emblema del potere dominante del capitale finanziario sulla politica e sulla democrazia.

Questa falsa indipendenza è tuttavia sempre più messa in discussione, anche perché le banche centrali hanno assunto un ruolo “politico”. Dopo lo scoppio della crisi finanziaria del 2008 esse hanno stampato migliaia di miliardi di nuova moneta a favore della finanza ma hanno ignorato i gravissimi problemi della gente comune e delle medie e piccole imprese che più soffrono per la crisi. Anche oggi le banche centrali promuovono politiche restrittive di austerità. L’opinione pubblica, a destra come a sinistra – dal Tea Party e Donald Trump a Occupy Wall Street –, ha cominciato a criticare aspramente le politiche bancarie e a diffidare delle banche in generale. Un numero sempre maggiore di economisti – tra i quali il premio Nobel Joseph Stiglitz – considera l’indipendenza assoluta della Banca Centrale un tabù dannoso e da superare. Tra l’altro, le politiche delle banche centrali sono sempre più inefficaci: infatti dopo la Grande crisi finanziaria esse non sono riuscite a combattere le tendenze deflazionistiche e neppure a raggiungere il tetto del 2% di crescita annua di inflazione; poi, da quando l’inflazione è nuovamente scoppiata con l’invasione russa dell’Ucraina, non sono riuscite neppure a frenare l’aumento dei prezzi, arrivato al 10% e oltre. Le banche centrali subordinate alle caotiche dinamiche di mercato non sono più utili ed efficaci per superare davvero le crisi.

Riformare il sistema delle banche centrali

In linea di principio le Costituzioni dei paesi democratici dovrebbero codificare severamente il ruolo, i compiti e i limiti degli organi preposti al governo della moneta. Al di fuori di chiare regole costituzionali è infatti quasi inevitabile che il sistema bancario, con le sue lobby e il suo enorme potere, “catturi” il bene pubblico della moneta e volga a suo esclusivo vantaggio le politiche delle banche centrali. La questione cruciale è: quale nuovo rapporto tra le banche centrali, la società e la politica? Come bilanciare il potere delle banche centrali? Come introdurre la democrazia e il controllo pubblico nel settore bancario e nelle banche centrali?

Attualmente la moneta è in prevalenza moneta bancaria, ovvero moneta privata. Le banche creano il denaro quando concedono dei crediti, quando le famiglie accendono dei mutui per comprare una casa o un’automobile, quando le aziende o gli enti pubblici prendono a prestito i soldi per pagare i fornitori e i dipendenti o per acquistare un macchinario. Le banche creano moneta dal nulla, cioè a costi tendenzialmente pari a zero (il costo dei bit) e da ciò traggono enormi profitti (https://volerelaluna.it/economie/2023/10/26/il-sistema-monetario-e-la-falsa-indipendenza-delle-banche-centrali/). Non si tratta né di un complotto né di manovre particolarmente sofisticate. Il meccanismo di creazione del denaro è di una semplicità disarmante. Quando concede un prestito, nel suo bilancio la banca segna al passivo la moneta che crea dal nulla a favore del cliente e all’attivo la stessa cifra prestata al cliente, cifra che questi dovrà restituire con gli interessi.

Di fronte al predominio di soggetti privati sul bene pubblico della moneta potrebbe essere facile proporre una soluzione apparentemente opposta, ma anch’essa sbagliata e squilibrata: la statalizzazione della moneta. È una soluzione sbagliata perché non è auspicabile che lo Stato, tramite il potere esecutivo, ottenga il controllo centralizzato sulla moneta e sul credito: in tale modo si produrrebbe uno squilibrio di poteri, un’estensione indebita del potere statale sull’economia e sulla società. Lo Stato gestisce già le entrate fiscali e la spesa pubblica. Se i governi gestissero la moneta, e quindi anche le banche centrali e a cascata il sistema bancario, si formerebbe un sistema centralizzato, autoritario, burocratico, clientelare, inefficiente e prevedibilmente corrotto: si produrrebbero allora nuove distorsioni allocative e nuove crisi.

La nostra proposta è che siano la società civile e le sue organizzazioni a gestire il sistema monetario. Il problema centrale odierno è infatti che storicamente la società civile e le parti economiche sono state completamente tagliati fuori dal processo di creazione della moneta che non è neppure regolamentato a livello costituzionale. In tale modo la moneta di banca centrale – che è la più sicura di tutte perché è garantita dallo Stato e dalle sue entrate fiscali – è riservata solo al sistema bancario e, come abbiamo visto (https://volerelaluna.it/economie/2023/10/26/il-sistema-monetario-e-la-falsa-indipendenza-delle-banche-centrali/), il 95% della moneta è moneta bancaria, moneta-debito creata per il profitto delle banche. Alla radice, il problema consiste nel fatto che il sistema monetario è un “affare privato” tra le banche centrali “indipendenti” e il sistema bancario. La società civile è completamente esclusa dal processo di produzione e distribuzione della moneta ma paga la moneta-debito. La moneta privatizzata diventa money for profit. Tuttavia il sistema monetario è per sua natura un bene pubblico, un bene “non esclusivo e non rivale”. Il sistema monetario infatti riguarda tutti i cittadini senza esclusione e può, e deve, essere utilizzato da tutti senza mai “consumarsi”. Le banche centrali dovrebbero aprirsi e essere partecipate dalla società, prima di tutto dalle organizzazioni dei lavoratori, degli imprenditori e dei consumatori; e dovrebbero coordinarsi strettamente con le politiche dei governi democraticamente eletti. Solo la democrazia e la partecipazione diretta delle organizzazioni della società civile alla politica monetaria possono farci uscire dalla crisi economica e difendere e arricchire le istituzioni democratiche.

L’occasione propizia per democratizzare la moneta potrebbe essere l’introduzione delle monete digitali di banca centrale, le Central Bank Digital Currencies. L’introduzione delle CBDCs potrebbe finalmente concedere ai cittadini, alle imprese e agli enti pubblici il diritto (che attualmente hanno solo le banche commerciali) di aprire dei conti correnti presso la banca centrale e di ottenere così moneta legale digitale di prima emissione, ovvero la moneta più sicura perché garantita dallo Stato. In tale modo le banche commerciali farebbero un solo mestiere, quello di concedere credito, senza più potere creare moneta dal nulla. L’attuale assetto basato sulla moneta bancaria privata si trasformerebbe radicalmente e la moneta diventerebbe finalmente pubblica e trasparente, ovvero uno strumento gestito della società civile per il benessere comune. La banca centrale governata dalla società civile, dalle parti economiche e sociali direttamente interessate gestirebbe l’emissione monetaria mentre le banche, private e pubbliche gestirebbero l’attività creditizia e di intermediazione tra risparmio e investimenti. L’amministrazione della moneta diventerebbe, come è giusto, un “affare pubblico” trasparente e partecipato. Le crisi diventerebbero rare e circoscritte.

La prima parte dell’articolo è stata pubblicata il 26 ottobre

Gli autori

Enrico Grazzini

Enrico Grazzini, giornalista economico, è autore di saggi di economia, già consulente strategico di impresa. Ha collaborato con diverse testate, tra cui il “Corriere della Sera”, “MicroMega”, “il Fatto Quotidiano”. Come consulente aziendale ha operato con primarie società internazionali e nazionali. Ha pubblicato da ultimo con Fazi Editore "Il fallimento della Moneta. Banche, Debito e Crisi. Perché bisogna emettere una moneta pubblica libera dal debito".

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One Comment on “Democratizzare le banche centrali”

  1. Non sono d’accordo.. ciò che Lei propone renderebbe il cittadino dipendente te in tutto da una entità.. la BCE non statale e non controllata democraticamente.
    Ci sono altre soluzioni.. la moneta positiva ad esempio, in concorrenza con la moneta da credito e soprattutto il ritorno a banche di investimento controllate solo dallo stato

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