Crisi della globalizzazione e scelte di politica economica

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 Dani Rodrik, economista turco, che insegna negli USA alla Harvard University, ha aperto le giornate del Festival dell’economia, che si sono tenute a Torino nei primi giorni del mese di giugno, con una lezione sul tema della attuale crisi della globalizzazione.

Rodrik è famoso in tutto il mondo per aver elaborato una sorta di trilemma. Sosteneva, infatti, nel libro La globalizzazione intelligente (l’edizione italiana è del 2015) che fosse impossibile avere contemporaneamente, insieme alla globalizzazione, anche un regime democratico e l’autodeterminazione nazionale in campo economico: «Se vogliamo far progredire la globalizzazione dobbiamo rinunciare o allo Stato-nazione o alla democrazia politica. Se vogliamo difendere ed estendere la democrazia, dovremo scegliere fra lo Stato-nazione e l’integrazione economica internazionale. E se vogliamo conservare lo Stato-nazione e l’autodeterminazione dovremo scegliere fra potenziare la democrazia e potenziare la globalizzazione». Era una posizione critica verso un processo di globalizzazione dell’economia affrettato e senza regole che ha aperto nel giro di pochi anni profonde contraddizioni tra il cosiddetto mondo occidentale (USA, Giappone, UE, UK e i resti del Commonwealth anglofono) e gran parte delle altre economie, a cominciare dai BRICS, e ha inasprito la polarizzazione socioeconomica all’interno di ogni singolo paese. Queste contraddizioni iniziano oggi, a partire dalla guerra in Ucraina, a determinare contrapposizioni politiche e militari sempre più minacciose e pericolose per l’intera umanità, anche perché i rapporti di forza sul piano economico stanno mutando: nel 1982 il PIL dei paesi del G7 costituiva il 50% circa del PIL mondiale, a parità di potere d’acquisto, mentre quello dei BRICS era solo poco più del 10%; nel 2022 i paesi del G7 con il loro 30% sono stati superati dai BRICS che sono arrivati oltre il 31% .

Di fronte alla mutata situazione economica e geopolitica, ci si aspettava da Rodrik un approfondimento di quell’analisi critica che aveva elaborato quasi dieci anni fa: e invece nel suo intervento al Festival dell’economia, l’economista turco ha precisato che non condivide posizioni di critica radicale alla globalizzazione. Ha proposto piuttosto un ritorno allo spirito di Bretton Woods e una ripresa di politiche economiche keynesiane da parte degli stati: in quest’ottica ha interpretato anche gli atti dell’amministrazione Biden, tesi ad attrarre investimenti nelle tecnologie “verdi”. A chi nel breve dibattito successivo al suo intervento, gli obiettava che i provvedimenti del Governo americano hanno piuttosto il sentore di misure protezioniste, si è limitato ad affermare che finanziare la ricerca tecnologica va nell’interesse di tutti e non solo degli Stati Uniti.

Al di là dell’evidente intenzione attuale americana di salvaguardare l’industria nazionale, almeno nei settori più avanzati tecnologicamente e strategici dal punto di vista militare, in contrapposizione con gli stessi alleati come l’Europa, e come il Giappone e la Corea del sud, il riferimento a Bretton Woods appare quasi esoterico: nel 1944 gli USA si apprestavano a svolgere il nuovo ruolo di leader dell’economia capitalista, proponendo la loro moneta come mezzo di scambio a livello mondiale. E tuttavia quegli accordi ancoravano il dollaro all’oro (35 dollari per oncia), secondo le radicate tradizioni del commercio internazionale. Come sappiamo a partire dagli anni ’70 del secolo scorso gli USA hanno invece imboccato tutt’altra strada, favoriti dal loro ruolo di leader economico, politico e soprattutto militare. Non solo il dollaro è stato sganciato dall’oro (1971 presidenza Nixon), ma progressivamente è diventato la moneta esclusiva del commercio mondiale dei combustibili fossili (1973 petrodollaro); gli USA, poi, hanno imposto ai concorrenti commerciali (Giappone e Germania) riallineamenti del valore delle loro monete per garantirsi un saldo positivo della bilancia dei pagamenti. Soprattutto a partire dagli anni ’80, con la politica neoliberista e monetarista inaugurata da Reagan (Plaza accord 1985) e proseguita da Clinton (reverse Plaza accord 1995) e Bush, non solo il dollaro si è sganciato da ogni valore reale, ma è diventato sostanzialmente la valuta protagonista della finanziarizzazione selvaggia dell’economia americana, in primo luogo, e dell’area atlantica in generale. Questi provvedimenti, come scrisse Robert Brenner, «misero in libertà un torrente di liquidità dal Giappone, dall’Oriente asiatico e in generale dall’estero che si riversò sui mercati finanziari americani, provocando una brusca riduzione dei tassi di interesse che spianò la via a una forte crescita dell’indebitamento delle grandi società che prendevano a prestito per comprare azioni in borsa». Il processo di finanziarizzazione dell’economia americana è stato voluto e ricercato con sistematicità: per questo gli USA hanno abolito la loro severa legge bancaria (Glass Steagal Act) che era stata varata nel 1933 a seguito della grave crisi del 1929. Decadendo quella legge è cessata anche la separazione tra le banche commerciali e quelle d’affari e, con essa, la limitazione per le banche nella produzione di denaro.

È evidente, quindi, che non ha senso parlare di ritorno allo spirito di Bretton Woods senza al tempo stesso riconsiderare tutte le scelte che negli ultimi cinquant’anni sono state fatte dalle classi dirigenti degli Stati Uniti e degli altri grandi paesi capitalisti.

Se proviamo a metterci dal punto di vista della Cina è indubbio che gli Stati Uniti «hanno influenzato il mondo con due grandi tecnologie, quella finanziaria e quella dell’informazione. E la prima, con l’aiuto della seconda, ha promosso la globalizzazione del dollaro statunitense e ha costruito un impero finanziario estremamente vasto, trasformando così l’intero pianeta in una colonia economica americana». È quanto scrive Liang Qiao ne L’arco dell’impero. Eppure, oggi questo impero, costruito sulla finanza e sul dollaro, sembra traballare sotto una massa enorme di debito: nell’anno fiscale 2022 il Governo federale americano ha incassato 4.900 miliardi di dollari e ne ha spesi 6.270 con un disavanzo netto di 1.380 miliardi, il più alto dall’inizio del secolo. Dal 2000 al 2022 il bilancio federale americano è sempre stato in deficit con l’eccezione del 2001; dalla crisi finanziaria del 2008 il deficit è triplicato anche a causa dei tagli alle tasse voluti dalle amministrazioni repubblicane (Bush e Trump). In conclusione, il debito pubblico federale supera ormai il 130% del PIL: gli USA, dopo Giappone, Venezuela, Grecia e Italia sono il quinto stato più indebitato al mondo.

Nelle scorse settimane si è assistito allo scontro tra i repubblicani e i democratici a proposito dell’innalzamento del tetto del debito federale: naturalmente il confronto tra gli esponenti dei due partiti americani non verteva sulla necessità di cambiare le scelte complessive di politica economica, ma solo sulla revisione delle voci di spesa federale che i repubblicani volevano limitare soprattutto in campo sociale. Il default statale è stato così evitato. Tuttavia, tra gli economisti americani c’è chi ha sostenuto che si sarebbe potuto arrivare al default, proprio per cambiare almeno alcune scelte di politica economica: è la posizione di James K. Galbraith, economista dell’Università di Austin in Texas, figlio del noto economista omonimo. Nell’editoriale del mese di giugno della rivista The Nation, intitolato appunto “Next time, default”, sostiene questa posizione e polemizza con la leadership democratica: «Perché i democratici hanno ceduto? Temevano un mostro chiamato “default”. Questo orrore, ci viene detto, affonderebbe il nostro credo nazionale, farebbe salire i tassi di interesse, distruggerebbe il dollaro, distruggerebbe l’economia e minerebbe la nostra sicurezza nazionale. Vladimir Putin e Xi Jinping, ci ha detto Hillary Clinton, sarebbero stati i veri vincitori se l’accordo fosse fallito. È una tipica storia di paura di Washington…». E argomenta così la sua tesi: «Il tetto del debito esiste per una sola ragione: autorizzare il Tesoro a emettere obbligazioni. Contrariamente a quanto molti sostengono, il superamento del massimale non avrebbe impedito alcun controllo».

Quali sarebbero le conseguenze economiche di un default federale? Secondo Galbraith «le banche globali si ridurrebbero; alcune potrebbero dover essere riorganizzate per concentrarsi sulla concessione di prestiti alle imprese in patria. Wall Street ne soffrirebbe; Main Street [nel senso del commercio nazionale, ndr] ci guadagnerebbe. In breve: la posizione degli Stati Uniti nell’economia mondiale cambierebbe. E questa potrebbe essere una buona cosa». Quello che queste posizioni di Galbraith lasciano intendere, al di là della questione contingente sul limite al deficit federale, è che anche dal punto di vista americano non sia più possibile riproporre la globalizzazione così come essa è stata negli ultimi 20 anni.

Galbraith è un democratico con posizioni progressiste in politica e keynesiane in economia, ma anche i sostenitori del liberismo stanno rivedendo le loro proposte in politica economica. È il caso di Jake Sullivan, consigliere per la sicurezza nazionale che ha spiegato recentemente il New Washington consensus, cioè il nuovo decalogo di politica economica che dovrà essere attuato non solo dagli USA, ma dai paesi del G7 e da quelli che aderiscono al Patto atlantico e alla sua estensione verso l’est asiatico. Il precedente Washington consensus, elaborato negli anni ’80 in piena esplosione neoliberista, si fondava sul rifiuto di una politica pubblica interventista in campo economico e, in contrapposizione con le proposte keynesiane sulla domanda, sulla supply-side economics, cioè sulla politica economica dal lato dell’offerta, centrata sull’aumento della produttività interna e del commercio internazionale.

Il mondo globalizzato è stato orientato per circa quarant’anni in questa direzione dalla FED, dalla Banca mondiale e dal Fondo monetario internazionale: anche l’Europa, con al centro la Germania, si è allineata su questa linea di politica economica, come sappiamo bene e soprattutto come sanno i Greci, che ne hanno subito le conseguenze più drastiche. Oggi di fronte alla crisi del processo di globalizzazione e all’emergere di diverse aree egemoniche, oltre a quella americana, si propone un New Washington Consensus, come ha chiarito Janet Yellen, attuale segretaria al Tesoro ed ex presidente della FED. Questo nuovo decalogo per l’area economica e politica che accetta l’egemonia americana si fonda su una Modern supply-side economics: «La moderna economia dell’offerta […] dà priorità all’offerta di lavoro, al capitale umano, alle infrastrutture pubbliche, alla R&S e agli investimenti in un ambiente sostenibile. Queste aree di interesse sono tutte finalizzate ad aumentare la crescita economica e ad affrontare i problemi strutturali a lungo termine, in particolare la disuguaglianza». Naturalmente queste idee, sostanzialmente protezioniste rispetto all’economia americana, sono ispirate anche dalla necessità di affrontare le elezioni presidenziali del prossimo anno con una maggiore base di consenso. Eppure, non sembra così facile dirottare i capitali americani e mondiali dagli investimenti in Cina e nei paesi in sviluppo verso l’economia americana.

E quindi cosa significa il New Washington consensus per i paesi alleati degli americani, come quelli europei? Sicuramente che gli USA cercheranno di attrarre molti capitali per coprire non solo il debito, ma anche per finanziare i nuovi investimenti interni, come quelli che hanno già avviato con le agevolazioni decise dall’amministrazione Biden. Probabilmente questa nuova politica economica – dalla globalizzazione al sostegno dell’economia americana – non potrà che accompagnarsi a un crescente conflitto con le altre aree economiche, quella dei BRICS allargati, in primo luogo, e a un ulteriore sviluppo di tensioni militari.

Le conseguenze sull’Europa, in particolare, potrebbero essere devastanti: sia perché essa è coinvolta, sul piano finanziario oltre che militare, sempre più massicciamente nella guerra in Ucraina, sia perché il suo motore produttivo (la Germania) è fortemente impegnato in poderosi investimenti in Cina e ha già dovuto subire un taglio “drastico” fino al sabotaggio delle forniture energetiche russe. Intanto le prime conseguenze si stanno registrando in campo monetario. È la stessa BCE a darne conto: l’euro come moneta di scambio internazionale ha coperto nel 2022 circa il 20% del commercio mondiale, ma più recentemente, come moneta di pagamento nel circuito Swift, è scesa dal 40% al 30% in favore del dollaro. La Russia ha ridotto l’uso dell’euro negli scambi internazionali dal 35% al 13% in favore del rublo e del renmimbi cinese.