L’Europa e “i conti in ordine” dell’Italia

Volerelaluna.it

27/06/2022 di:

In Europa (Commissione e BCE) è ripreso lo scontro fra falchi e colombe. Lo scontro è abbastanza aspro da trasparire sui media, il che evidenzia tra l’altro come le diverse posizioni sono anche, probabilmente soprattutto, determinate dalle questioni di politica interna dei vari paesi. Nella attuale difficile situazione, destinata inevitabilmente a diventare ancora più difficile, una parte della maggioranza che sostiene il governo italiano ha bisogno di far vedere che l’Europa è buona. Invece in altri paesi, come da recenti dichiarazioni di personalità olandesi, tedesche e austriache, bisogna far vedere che non si è più disposti a tollerare gli sprechi dell’Italia: è prioritario, si dice, che l’Italia “metta in ordine i suoi conti”. È possibile raggiungere un compromesso? Forse; ma credo che sia difficile, perché lo spazio per “mettere in ordine i conti” senza traumi politici eccessivi per l’Italia è molto piccolo. Vediamo perché.

La spesa pubblica in Italia era il 48,6% del PIL, un valore poco superiore alla media non ponderata dei paesi OCDE europei (46,6%) ma inferiore a quello (nell’ordine) di Francia, Finlandia, Belgio, Norvegia, Svezia e Danimarca ed eguale a quello dell’Austria. Possiamo dire che se rispetto alla media la spesa pubblica è “eccessiva”, lo è di molto poco. Ma da dove deriva questo “eccesso”? In altri termini, perché l’Italia spende di più? L’importanza di questa domanda sta in questo: se la spesa pubblica è in buona parte elastica, se cioè può essere ridotta senza troppi traumi (“eliminare gli sprechi” è un mantra diffuso quanto “fare le riforme”, e entrambi non significano nulla se non si specifica quali sono gli sprechi e quali sono le riforme), allora lo spazio per un compromesso può essere probabilmente trovato; se invece è rigida, cioè se non può essere ridotta senza grossi traumi economici, o politici, o sociali, o insieme economici, politici e sociali (come di solito è il caso) allora questo spazio è molto ridotto. Come dovrebbe essere noto, la situazione reale è molto più vicina al secondo caso che non al primo.

Le due voci “anomale” della spesa pubblica italiana tradizionalmente chiamate in causa sono la spesa per interessi sul debito pubblico (3,2% del PIL, il valore più alto dell’OCDE dopo il 3,5% degli USA, contro una media dei paesi OCDE europei dell’1,4%); e la spesa pensionistica. Quest’ultima, contrariamente a quanto comunemente si ritiene, non è poi così elevata rispetto alla media europea (21,1% del PIL contro 19,3% in media; in Francia è il 23,9%, in Germania il 19,7%). Supponendo che entrambe le spese siano ridotte al livello medio OCDE-UE, il risparmio sarebbe del 3,6% del PIL, e la spesa pubblica italiana scenderebbe al 44,8% del PIL, un valore inferiore a quello medio (46,6%, come abbiamo visto) e a quello di due dei tre paesi frugali, Germania (45,2%) e Austria (48,6%), anche se non dei Paesi Bassi (42,0%). Questo rozzo calcolo suggerisce che se si escludono queste “anomalie” la spesa pubblica italiana è normale, forse anzi un po’ più bassa del normale; il che a sua volta suggerisce che ridurre la spesa pubblica operando su altri fattori sia molto difficile. E infatti è così.

La spesa per il personale è molto bassa, a conseguenza del numero bassissimo di pubblici dipendenti; e naturalmente la necessità di avere dovuto pagare per più di venti anni in media più del 3% del PIL in interessi ha fatto sì che lo Stato abbia speso ogni anno al servizio della comunità meno di quanto abbia incassato (da circa 40 a circa 70 miliardi a seconda degli anni), il che costituisce una delle cause della inefficienza della nostra macchina amministrativa (e della disaffezione per la politica, condivisa da chi afferma che “per i servizi che ottengo voglio pagare meno tasse” e da chi afferma che “per le tasse che pago voglio più servizi”). L’altra causa, naturalmente, è quella politica di austerità che ha fatto sì che in Italia il PIL sia ancora inferiore a quello del 2008, la quale politica ha causato una grande riduzione nell’offerta di servizi.

Stando così le cose (e in realtà stanno peggio, perché ci saranno le conseguenze della guerra e della crisi climatica), cosa può fare lo stato italiano per accontentare i ministri olandesi e austriaci? Ben poco. Ridurre le spese per il personale o ridurre i servizi pubblici avrebbe deleteri effetti su tutti e tre i piani, economico (a causa delle conseguenze deflattive), sociali (a causa dell’ulteriore degrado delle prestazioni sociali) e politiche (a causa dell’acuirsi della sfiducia nei confronti dei partiti e del governo). Ridurre le pensioni, che sono già mediamente molto basse, è improponibile (per fortuna) sul piano politico; la riduzione della spesa per interessi è impossibile stante l’inevitabile allentamento dell’acquisto di titoli da parte della BCE (ben inteso: inevitabile per motivi politici, non tecnici o economici, come vedremo).

Il compromesso che verrà cercato sarà probabilmente “meno tagli alla spesa pubblica di quanto si dovrebbe fare secondo i Frugali”, e si cercherà di presentare questo risultato come “una vittoria dell’Italia e di Draghi”. Ma abbiamo visto che una politica siffatta è destinata a causare inconvenienti molto seri. E quindi dovremo prepararci a uno scontro probabilmente duro con l’Europa. Uso il plurale, e quindi devo chiarire a chi mi riferisco. Mi riferisco alla sinistra. Occorre avere chiaro che lo scontro con l’Europa è inevitabile; ma anche che la teoria economica non è dalla parte dei frugali. La politica suggerita dalla teoria, da Keynes in poi, è che il debito può essere neutralizzato; e da Piketty in poi sappiamo che la divaricazione fra la ricchezza di una piccola minoranza e quella dei cittadini normali deve essere ridotta, a scanso di esiti tragici. Ora, la ricchezza finanziaria in Italia è molto alta e molto concentrata; è da lì quindi che vanno ricavate le risorse per il necessario aumento della spesa pubblica, necessario sia per porre rimedio a decenni di distruzione dello stato sociale sia per avviare le politiche espansive di cui l’Italia ha estremo bisogno. (Non si faccia troppo affidamento sul PNRR: a seguito di esso si prevedeva prima della guerra una crescita del PIL fra il 2019 e il 2024 intorno all’1% in media all’anno, il che ci avrebbe condotto a un livello appena superiore a quello del 2007, che ormai non sarà possibile raggiungere).

Abbiamo allora quanto segue: la sinistra deve fare proposte che siano basate su due principi chiari e non negoziabili, e cioè: 1) la neutralizzazione del pagamento degli interessi sul debito (via cancellazione, o trasformazione in debito perpetuo infruttifero – ci sono varie modalità); 2) un aumento delle entrate fiscali operando sui patrimoni (preferibilmente su quelli finanziari) dei ricchi, onde potere sostenere lo Stato sociale e avviare politiche espansive non a debito. Proposte basate su questi punti potrebbero rafforzare la sinistra all’interno della compagine del (prossimo) governo, e quindi la posizione contrattuale dell’Italia nei confronti con l’Europa. Viceversa, in assenza di esse sarebbe molto difficile opporsi alle politiche padronali europee, perché non è possibile proporre politiche realistiche e di sinistra senza affrontare quei nodi. E non basta assumere quei punti come slogan: bisogna che sulla base di essi si costruisca un programma realistico. Sappiamo che è possibile: non ci sono impedimenti tecnici, ma solo politici. È interessante notare che coloro che ci chiedono di “fare i compiti” insistono molto sulla riduzione delle spese, mentre trascurano la possibilità di un aumento delle entrate. La procedura teoricamente più corretta e più umana sarebbe tassare i grandi patrimoni; ma questo contrasterebbe con quello che è un fondamentale obbiettivo dei falchi, e cioè la riduzione del ruolo dello Stato. Anche la lotta all’evasione fiscale è poco enfatizzata, probabilmente per motivi in parte ideologici e in parte loschi; ma forse anche perché tale lotta è uno strumento delicato. Il mancato versamento dei grandi contribuenti è più elusione che evasione, e quella dei piccoli contribuenti è sistemica, una sua drastica riduzione avrebbe effetti deflattivi molto seri, che sarebbero ancora più seri se i proventi non venissero immessi nell’economia reale ma andassero a ridurre il debito – a conferma del fatto, che dovrebbe essere ben noto agli economisti, che le grandi riforme si fanno nei periodi di espansione dell’economia, non in quelli di stagnazione o recessione.

Un ultima considerazione. È ovvio (ma si tende a dimenticarlo) che l’Italia in Europa ha un potere contrattuale enorme, perché un suo eventuale default, o l’uscita dall’Euro, avrebbero conseguenze devastanti. Perché non lo usa? Il motivo principale, credo, è che in Italia sono in molti a lavorare contro gli interessi del popolo italiano. Austerità vuol dire meno tutela dei lavoratori e più privatizzazioni (oltre che più corruzione e più spazio all’economia criminale). Chi è favorito da ciò preferisce che la disoccupazione e la precarietà siano elevate. Proposte forti sull’Europa sono quindi cruciali anche per la lotta politica interna: se non si affronta il nodo dell’Europa proposte corrette diventano facilmente velleitarie. È assolutamente giusto pretendere (per esempio) meno precarietà sul lavoro; ma senza una maggiore occupazione, e quindi una maggiore forza dei lavoratori, è molto difficile ottenere vittorie significative su questo terreno. Però una maggiore occupazione richiede quella politica espansiva che molti in Europa (e in Italia) non vogliono. In sostanza ancora una volta, come cento e centocinquanta anni fa, la sinistra per essere tale deve proporre la redistribuzione dai ricchi ai poveri e un maggiore ruolo dello Stato, anche se questo implica un conflitto con l’Europa. Entrambe le cose sono tecnicamente possibili. Avrà la capacità e il coraggio di accorgersene? Temo di no. Però nonostante tutto spero di si.

Nota: tutti i dati non di previsione sono di fonte OCDE e si riferiscono al 2019, cioè all’ultimo anno “normale”.