Occorre un’imposta di solidarietà

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Al Presidente della Repubblica e ai Presidenti del Consiglio dei Ministri, del Senato della Repubblica e della Camera dei Deputati

A 76 anni dalla nascita della Repubblica non siamo in guerra; forse non siamo ancora in guerra. Ciò che è sicuro, anche perché espressamente dichiarato dal Capo del nostro Governo, è che siamo in un’economia di guerra. La risorsa principale cui si deve attingere in un’economia di guerra è la solidarietà. Senza provvedimenti straordinari di solidarietà si aprirà inevitabilmente una profonda crisi sociale e politica, in effetti si sta già aprendo. Le conseguenze potranno essere molto gravi: ma non va dimenticato che il vero problema è quello umanitario, anzi, umano. La disoccupazione, la precarietà e l’inflazione potranno portare a rivolgimenti sociali e politici; ma il vero problema non sono i rivolgimenti, sono gli effetti della precarietà, della disoccupazione e dell’inflazione.

Come attuare la solidarietà? Come fare sì che i ricchi aiutino i poveri? Lo strumento migliore è un’imposta straordinaria di solidarietà sulla ricchezza finanziaria. La ricchezza finanziaria delle famiglie italiane sfiora oggi i 5000 miliardi; un’imposta dell’1% consentirebbe di ottenere 50 miliardi. Questa ricchezza è anche molto concentrata; secondo recenti stime un’imposta con aliquote progressive e quota esente di 200.000 euro consentirebbe di raggiungere 30 miliardi senza che nemmeno i più ricchi debbano pagare più dell’1%. I costi di esazione sono nulli e l’evasione praticamente impossibile, a meno di non portare quella ricchezza in clandestinità (ma chi non lo ha ancora fatto difficilmente lo farebbe per evitare un’imposta dell’1%). E del resto crediamo che chi dispone di (per esempio) 300.000 euro in banca sarebbe lieto di versare fino a 1000 per aiutare chi non arriva a fine mese, e in molti casi neanche a metà del medesimo; purché naturalmente vi fosse garanzia che i fondi vengano effettivamente impiegati in tal senso. C’è qualcosa di moralmente indecente, Primo Levi avrebbe probabilmente usato il termine osceno, in una politica che accetta che la povertà dilaghi incontrollata pur di evitare che i ricchi contribuiscano col loro patrimonio alla sua riduzione.

Chiediamo quindi: a) che venga introdotta un’imposta di solidarietà sulla ricchezza finanziaria, con aliquote progressive e quota esente; b) che il gettito di tale imposta venga interamente destinato al sollievo delle situazioni sociali più critiche, o con sostegno diretto o mediante il miglioramento di servizi pubblici come la sanità e assistenza ai disabili; c) che tale imposta rimanga in vigore fino all’uscita dall’economia di guerra.

Nicola Acocella, Università di Roma
Giorgio Ardito, già segretario provinciale torinese del PCI
Filippo Barbera, Università di Torino
Paolo Candelari, Centro Studi Sereno Regis
Giuseppe Cassini, Ambasciatore
Alessandro Cavalli, Università di Pavia
Federico Dolce, Direttore, Centro Studi Argo, Torino
Guglielmo Forges Davanzati, Università del Salento
Giampiero Leo, Vicepresidente del Comitato per i Diritti Umani della Regione Piemonte
Riccardo Leoni, Università di Bergamo
Giovanni Levi, Università di Venezia
Gian Giacomo Migone, Università di Torino
Guido Ortona, Università del Piemonte Orientale
Francesco Pallante, Università di Torino
Enrico Peyretti, Centro Studi Sereno Regis, Torino
Roberto Schiattarella, Università di Roma
Antonella Stirati, Università di Roma3
Mario Tiberi, Università di Roma
Leonello Tronti, Università di Roma3
Marinella Venegoni, Direttrice Responsabile, “L’Indice dei Libri del Mese”

È il testo della petizione lanciata dai firmatari che può essere sottoscritta sul sito https://chng.it/ZjvXv75SkL

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