Le bugie del neoliberismo

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Il mercato rende liberi (e altre bugie del neoliberismo) [LUISS University Press, 2021, pp. 126, 16 euro] di Mauro Gallegati (professore di Macroeconomia avanzata all’Università Politecnica delle Marche) è un libro che vale la pena leggere. Il testo si compone di due parti. La prima consiste in una critica del paradigma economico dominante; la seconda nel suggerimento di quali potrebbero essere le basi di un nuovo paradigma. Entrambe le parti sono mirabilmente chiare, e del tutto comprensibili anche per i non economisti; questi ultimi apprezzeranno i riferimenti, molto opportuni, alla letteratura propria della disciplina.

1.

Il termine “paradigma” ha molti significati, ed è spesso abusato. Qui lo userò nella definizione adottata dai filosofi della scienza, vale a dire (secondo il dizionario Treccani) «quel complesso di regole metodologiche, modelli esplicativi, criterî di soluzione di problemi che caratterizza una comunità di scienziati in una fase determinata dell’evoluzione storica della loro disciplina». Secondo Gallegati (che in effetti lo dimostra) questo paradigma è sbagliato, un po’ come era sbagliata la concezione tolemaica dell’Universo. La sua è quindi una critica molto pesante: mette inevitabilmente in discussione le fondamenta della scienza economica dell’ultimo secolo e mezzo, e quindi anche i risultati teorici da esse dedotti (anche se, ovviamente, non necessariamente quelli empirici). E soprattutto nega la validità delle politiche che nell’ultimo mezzo secolo su quelle fondamenta hanno basato la loro giustificazione teorica.

La critica di Gallegati si basa su due punti. Entrambi sono esposti con molta chiarezza, ed entrambi possono essere riassunti in una frase. Il primo è la mancanza della storia, e in questo ricorda Piketty (ma anche l’ormai dimenticato Antiequilibrium di Kornai): i modelli di equilibrio, generale o parziale, su cui si fonda la scienza economica (o meglio, la scienza macroeconomica) balzano dalle condizioni di partenza a quelle di arrivo, trascurando il fatto che ciò richiede tempo, e nel corso del tempo i valori e la rilevanza delle variabili, soprattutto di quelle che si riferiscono alla tecnologia, possono cambiare; e oggi di solito lo fanno, e anche molto in fretta. La seconda critica di Gallegati al paradigma dell’economia mainstream riguarda la matematica, sempre più sofisticata, su cui esso si basa. Per quanto essa si sofistichi sempre di più, se applicata all’economia non può sfuggire a un difetto di fondo, cioè il fatto che i soggetti studiati interagiscono fra di loro: dati i soggetti rappresentativi, che sono i protagonisti dell’economia, il comportamento aggregato non è né può essere la somma dei loro comportamenti, perché essi appunto interagiscono. È interessante notare, e infatti Gallegati lo nota, che le scienze hard, cui l’economia ama paragonarsi, hanno da tempo abbandonato – a differenza dell’economia tradizionale – l’approccio riduzionistico per cui il comportamento di un aggregato è una combinazione lineare dei comportamenti delle unità che lo compongono.

Il fatto che le critiche di Gallegati (e non solo le sue) siano così evidentemente fondate, e distruttive, solleva una serie di problemi che i filosofi, gli storici e i sociologi della scienza dovranno prima o poi studiare con attenzione. Come mai a un paradigma così palesemente errato è stato concesso di dominare il mondo della cultura economica per così tanto tempo – più o meno una cinquantina d’anni, ma anche qualche decennio a cavallo della precedente grande crisi – e di propiziare le catastrofi in termini di distruzione dell’ambiente, di diseguaglianza, di povertà (e anche di inefficienza) di questi ultimi anni? La spiegazione secondo cui “gli economisti sono al servizio dei padroni” è probabilmente nella sostanza esatta, ma quali sono i meccanismi tramite i quali questo rapporto viene implementato? Ho insegnato economia per 50 anni, e per altrettanti ho frequentato economisti, anche e soprattutto mainstream. La maggior parte (non tutti) era (ed è) fatta di persone oneste, studiosi seri e in buona fede. Credo che più che di controllo del grande capitale sulla cultura economica si debba parlare di egemonia; e che in quest’ottica vada studiato il rapporto fra capitale e scienza.

2.

Siamo andati un po’ fuori tema. La seconda parte del libro riguarda la base su cui può essere costruito il nuovo paradigma. Che potrebbe essere finalmente un paradigma veramente scientifico per l’economia (e per le scienze umane in generale). Alla sua base, in piena coerenza con l’idea marxiana che alla base di qualsiasi struttura sociale ci sia lo stato delle forze produttive (oggi diremmo della tecnologia in senso lato), c’è una condizione tecnologica non esistente fino a poco tempo fa, e cioè la disponibilità di un’enorme massa di dati e di un’enorme capacità di calcolo. Il suggerimento di Gallegati e della sua “scuola di Ancona” (e non solo suo: a Torino Pietro Terna ha creato un gruppo di ricerca che lavorava nella stessa direzione) è che la base empirica sia la simulazione ad agenti, che può incorporare le caratteristiche reali ritenute più rilevanti, e lo strumento di analisi sia la teoria della complessità. Ciò rimetterebbe la scienza economica nella posizione giusta: ricavare delle indicazioni da una base sperimentale e analizzarne le regolarità attraverso opportuni modelli, fino (eventualmente, ma non necessariamente) a formulare delle leggi. Le “leggi” dell’economia supposte dall’economia mainstream (in primis, l’efficienza dei mercati e l’esistenza di un equilibrio stabile) si sono rivelate sbagliate. È necessario quindi ripartire dall’osservazione dei dati e delle regolarità che risultano dal comportamento dei soggetti sperimentali, in un ambiente dinamico e in cui gli agenti interagiscono: un ambiente cioè in cui non sono più presenti i due limiti di fondo dell’approccio tradizionale. La strada suggerita da Gallegati sembra molto promettente. Siamo solo all’inizio, ma questa strada si inoltra in un territorio in cui i progressi sono molto rapidi.

3.

Vengo adesso alle critiche. Sono solo due; della prima l’autore è molto probabilmente innocente, e la seconda è più un suggerimento che una critica. Primo. Il testo ha un po’ troppi errori di stampa. Essi non ne ostacolano la comprensione, però se non ci fossero sarebbe meglio. Secondo. Gallegati ritiene (p. 37) che «il comportamento non razionale è di pari importanza rispetto a quello razionale». Personalmente ritengo invece che se includiamo nell’analisi del comportamento le caratteristiche biologiche e antropologiche dei soggetti, allora potremmo espandere in modo molto proficuo l’ipotesi di razionalità per spiegare comportamenti apparentemente irrazionali. Questo approccio è ancora nella sua infanzia, ma appare molto promettente; e forse gli agenti virtuali di Gallegati potrebbero utilmente tenerne conto.

Infine, mi permetto una nota personale. Il gruppo di Gallegati, ad Ancona, ha deciso di chiamare il suo modello “ABmodellaccio”. AB sta per agent-based; ma perché “modellaccio”? Perché questo è il nome che Giorgio Fuà diede al primo (credo) modello econometrico dell’economia italiana. Ho avuto la fortuna di essere allievo di Fuà, ad Ancona, quasi cinquanta anni fa: era allo stesso tempo un grande umanista e un grande innovatore. Posso ragionevolmente supporre che la scelta del nome “ABmodellaccio” non sia solo un tributo a un grandissimo studioso, ma stia anche a indicare che ci si vuole muovere in questa tradizione; e ne sono contento.

Guido Ortona

Guido Ortona, economista, è stato professore di Politica economica presso l’Università del Piemonte orientale. Le sue ricerche hanno riguardato soprattutto le economie di tipo sovietico, l’economia del lavoro e l’economia comportamentale. Tra i suoi libri, da ultimo, I buoni del tesoro contro i cattivi del tesoro (Robin, 2016)

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One Comment on “Le bugie del neoliberismo”

  1. La strada indicata da Mauro Gallegati (perlomeno così come descritta dal suo collega economista Guido Ortone, non avendo io ancora letto il libro) sembra assai sensata e percorribile. Ovvio che ci sono tanti, troppi piedi da pestare per poter fare emergere la linea proposta, non solo assai assennata, ma persino logica. Gli interessi sono tanti e la mancanza di coscienza per i “danni collaterali” causati da questo perseverare nel mondo tolemaico dell’economia neoliberista aiuta la cecità del mainstream degli economisti della scuola di Chicago, congolante nella sua pretesa “grande visione” da ipovedenti. Espandere la razionalità dell’irrazionalità mi sembra però un po’ ottimistico. La fisica della meccanica celeste ha oramai ceduto di fronte alla fisica quantistica, piena di elementi imponderabili, e così dovrebbe fare a mio avviso l’economia, rassegnandosi all’idea di non poter essere razionale neppure nel razionalizzare l’irrazionale. Non è facile spiegarsi e forse neppure io ho inteso bene la posizione di Guido Ortone (che ringrazio per quanto ha scritto), ma di fatto il nostro essere “umani” non si compone di sola razionalità. Infatti, così come abbiamo tanto un cervello encefalico “logico” assieme ad uno enterico “istintivo” (perdonatemi l’estrema semplificazione), parimenti abbiamo un’umanità pervasa di umanesimo non scientifico. In sostanza, vorrei tornare indietro a Mc Closekey e a chi come lui sosteneva che non possiamo trattare l’economia come una scienza esatta per il semplico motivo che è una “scienza” (virgolettata perchè secondo me NON è una scienza, ma pretende solo di esserla) assai più umana della fisica. Troppe le variabili, troppi gli umori, troppe le ansie e le paure e gli amori che influiscono nella gestione della nostra casa (appunto il significato di “economia”, dovremmo ricordarcelo più spesso). Il denaro è un insieme di numeri astratti e può essere trattato come matematica, ma l’economia non è finanza. L’economia serve per far vivere gli uomini in un mondo fisico e biologico, la finanza è solo una trasposizione forzata di tali valori in un mondo prettametne numerico e asettico. Anzi, mi correggo, non asettico, bensì assai tossico.

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