La vita e il mercato

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Nel nostro Paese si avverte sempre più uno scarto insopportabile tra il discorso pubblico della politica e la realtà delle cose. I segni della pandemia sulla società sono già profondi, ma nonostante un cambio di governo, non si intravede alcun cambiamento nell’approccio a questi problemi. Semmai, si percepisce soltanto una sorta di preoccupazione per la stabilità del sistema, per la sua capacità di “resilienza” e rigenerazione. Il tema è come l’economia di mercato possa superare questa fase di inedita difficoltà, non come uscire dalla pandemia in modo diverso da come ci siamo entrati.

C’è molta retorica ‒ e ignoranza ‒ anche sulle nuove risorse europee, sulle due transizioni, quella “verde” e quella “digitale”, che, in mancanza di cambiamenti di paradigma nei rapporti di lavoro e nelle relazioni industriali, potranno anche far conseguire al Paese apprezzabili obiettivi macroeconomici, ma senza che agli stessi si accompagnino risultati altrettanto apprezzabili dal lato delle condizioni materiali di vita delle persone. Una volta si diceva che «l’ambientalismo senza lotta di classe è solo giardinaggio». Oggi non è più così. L’ambientalismo è entrato nel linguaggio e negli obiettivi di medio termine del capitale. Può costituire la nuova frontiera della sua rigenerazione, come lo furono in passato alcune scoperte tecniche ed innovazioni tecnologiche, la conquista di nuovi mercati e una maggiore accessibilità alle materie prime, la stessa versatilità del denaro dematerializzato. Quel che conta, nel capitalismo, è il profitto, non importa se lo stesso viene realizzato immettendo CO2 nell’atmosfera o producendo beni e servizi con le rinnovabili. Per dirla con Giorgio Lunghini: «la capacità di mutare forma per conservare la propria sostanza è la caratteristica principale del capitalismo» (Sul capitalismo contemporaneo, Bollati Boringhieri, 2001, p. 77). Un Paese più verde e più diseguale? Allo stato è una prospettiva molto realistica, se non parte una forte iniziativa dal basso.

Ma cosa si deve intendere per «condizioni materiali di vita delle persone»? In primo luogo quelle che discendono dai livelli di reddito dei singoli o delle famiglie. Situazione abitativa, mangiare e vestirsi, accesso alle cure e all’istruzione, dipendono da quanto si guadagna. Ovviamente, conta molto se si lavora o se si è disoccupati. Rimanendo su questo piano, la situazione che in Italia si presenta davanti ai nostri occhi è a dir poco drammatica. Siamo entrati nella pandemia con un quadro di “fragilità sociali” già più grave di quello dei principali Paesi europei (un confronto era possibile solo con i Paesi dell’ex blocco sovietico e con quelli dell’area balcanica), ora questo quadro è diventato una vetrina dell’orrore sociale, dove si intravedono milioni di persone in mezzo ad una strada o terrorizzati all’idea di poterci finire, anche tra ciò che rimane del “mitico” ceto medio.

Secondo le ultime stime dell’Istat, da un anno a questa parte ci sono un milione di poveri assoluti in più nel nostro Paese. 12 mesi hanno cancellato i timidi risultati conseguiti sul versante del contrasto alla povertà in un lustro intero. Numeri da brivido. Su una popolazione di 60 milioni di abitanti, ci sono 5,6 milioni di poveri assoluti. Il 10% degli italiani, in pratica, non può permettersi le spese minime per condurre una vita accettabile. Pesa l’ecatombe di posti di lavoro che c’è stata nell’ultimo anno (456 mila nel 2020 secondo l’Istituto di statistica), che ha colpito soprattutto donne e precari. Una situazione fuori controllo che si innesta su un tessuto sociale sfibrato dalle politiche di austerità, di contenimento salariale e di “flessibilizzazione” del mercato del lavoro degli ultimi decenni, aggravata, per di più, dall’erosione del welfare state, soprattutto nei settori del sociale e della sanità. C’è chi parla di una “specificità italiana” a tal proposito. Negli ultimi vent’anni, il nostro Paese ha adottato misure molto forti di contenimento della spesa sociale senza “ricalibrare” le prestazioni del welfare sui nuovi bisogni. In questo modo ha lasciato senza ombrello di protezione milioni di individui e famiglie (il reddito di cittadinanza, misura recente, attualmente è del tutto insufficiente). È nuovo proletariato, figlio del lavoro frantumato, precarizzato, iper-sfruttato, digitale, post-fordista.

Le «condizioni di vita delle persone» si qualificano però anche a un altro livello. Ammettiamo che nei prossimi mesi una forte iniezione di investimenti pubblici faccia crescere il numero degli occupati, svuotando per gran parte anche il bacino dei cosiddetti inattivi (sfiduciati che il lavoro manco lo cercano, tantissimi in questo periodo). Più domanda, più consumi, più occupazione e, naturalmente, più profitti. Meglio della situazione attuale, non c’è dubbio. Ma per “stare meglio” basta solo consumare un po’ di più? Avere un lavoro saltuario o non averlo affatto fa la differenza per quanto attiene all’accesso alle merci, anche ai beni di prima necessità. Ma dopo più di due secoli dall’avvento della società industriale/salariale, come se il Novecento non fosse mai esistito, possibile che il problema delle nostre economie rimanga quello di assicurare un salario di sussistenza ai lavoratori, che consenta agli stessi, in regime di insicurezza permanente, soltanto di riprodursi e di consumare? È del tutto evidente che ci troviamo su una speciale linea di faglia. Dalla crisi si potrà uscire con l’economia in equilibrio (e più verde) e la società a pezzi, oppure con una nuova economia in cui piena occupazione e dignità/stabilità/libertà del lavoro possano camminare di pari passo. Non è solo una questione di salario. Riguarda la qualità dei rapporti di lavoro e la funzione che il lavoro dovrebbe avere nella ricostruzione post-pandemica. Invero, un vecchio tema, quello di un nuovo rapporto tra «processo di produzione» e «processo di riproduzione», tra economia e società. Il capitalismo contemporaneo ha accentuato una vecchia dicotomia, quella, per dirla con Claudio Napoleoni, «tra lavoro e bisogni», con il mercato che ha progressivamente «annullato l’uomo e la sua soggettività». Bisogni intesi ben oltre il vestirsi, il bere, il mangiare, il possedere lo smartphone. Bisogno di riprendersi la vita (nel concetto è inclusa anche la salute), riconciliandola con la produzione della vita materiale.

La crisi pandemica ha reso molto più stringenti queste questioni. Per questo il tema non può essere soltanto “quanti soldi abbiamo”, ma anche come gli investimenti nell’innovazione tecnologica e nella riconversione verde dell’economia possano contribuire al benessere sociale, riducendo e redistribuendo il lavoro, contrastando la pervasività del mercato e della sua logica, che ora tutto informa, tutto plasma, tutto subordina a se stessa. Non è semplice. La lotta di classe alla rovescia ha dato i suoi frutti, come pure la sussunzione delle istituzioni democratiche nei nuovi piani del capitale, nella sua forma monopolistica e finanziaria. Ma il tema non è più eludibile. Soprattutto a sinistra, dove la mancata elaborazione ‒ o la mancanza di un’elaborazione adeguata ‒ della sconfitta subita nel secolo scorso continua a produrre ritrosia intellettuale, conformismo, internità ai paradigmi dominanti. O, all’opposto, la riproposizione di schemi inservibili nel tempo presente. Molto più avanti, su questo terreno, si è portata «l’economia di Francesco», che alla logica della «massimizzazione del profitto» contrappone un’«ecologia integrale che comprenda chiaramente le dimensioni umane e sociali» (Lettera Enciclica Laudato sì del Santo Padre Francesco sulla cura della Casa comune, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano, 2015, p. 127).

Oggi come ieri, nondimeno, non può che essere lo Stato a condurre l’economia e la società su una strada nuova. L’alternativa alla voracità e al cinismo del mercato è il ritorno di uno Stato che non solo investe, ma pianifica, legifera per eliminare gli squilibri di potere nel mercato del lavoro e per ridurre l’orario dello stesso, sottrae i lavoratori al ricatto del capitale investendo risorse adeguate nel reddito di base universale, usa la leva fiscale per redistribuire la ricchezza prodotta nel Paese, riprende il controllo di settori strategici e ripubblicizza servizi essenziali, si fa imprenditore e concorre con il settore privato alla crescita complessiva dell’economia, favorisce la partecipazione dei lavoratori e dei cittadini alla vita nazionale attraverso la promozione di organismi di autogoverno, di valutazione, di indirizzo e di controllo ad ogni livello. Non è il socialismo. Quello presupporrebbe la fine dei rapporti di produzione capitalistici, mentre oggi, purtroppo, non si intravede altro che una loro recrudescenza.

Luigi Pandolfi

Luigi Pandolfi, laureato in scienze politiche, giornalista pubblicista, scrive di politica ed economia su vari giornali, riviste e web magazine, tra cui "Il Manifesto", "Micromega", "Economia e Politica". Tra i suoi libri più recenti: "Metamorfosi del denaro" (manifestolibri, 2020).

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2 Comments on “La vita e il mercato”

  1. La specificità italica, è non solo la Mediterranea Attitudine Alla Furbizia e Pigrizia, ma sono le 4 Criminalità Organizzate, con le quali non solo i Partiti ma Perfino lo Stato fu ed è colluso.
    Solo la Scandinavia, grazie ai Governi Socialdemocratici anni 1950-1985,si differenzia oggi dal resto del Capitalismo.
    La Mania Consumistica è però anche cola’ la stessa.
    Non credo sarà possibile cambiare Paradigmi senza una reale Catastrofe, il COVID è uno zuccherino a confronto.

  2. cito: “favorisce la partecipazione dei lavoratori e dei cittadini alla vita nazionale attraverso la promozione di organismi di autogoverno, di valutazione, di indirizzo e di controllo ad ogni livello.”

    sarebbe favoloso e auspicabile.

    l’individualismo sfrenato, il consumismo, la mercificazione di tutto incluse le relazione sociali, la precarizzazione del lavoro e la dipendenza e le insicurezze che ne conseguono, la virtualizzazione dei rapporti umani, l esprimersi sempre piu con emoticon, pollici sollevati e zero parole sono tutti elementi che interferiscono e vanno nella direzione opposta.

    mettere un like su un post o su una proposta di legge presuppone che chi dá una valutazione sia in grado
    di comprendere quello specifico argomento.

    se si mettesse ai voti “riapriamo tutto?”, la maggioranza voterebbe si. la gente cerca soluzioni facili, la rappresentazione oggettiva dei loro desideri immediati.

    il credere che tutti possano fare tutto e valutare tutto discende dalla massima “uno vale uno”, per cui
    anche un bibitaro che non parla una parola in inglese puo fare il ministro degli esteri, in quanto
    onesto e volenteroso.

    anch io sono onesto e volenteroso, ma non ho mai pilotato un aereo in vita mia.
    chi verrebbe a bordo di un aereo che piloto io? nessuno dotato di un minimo di ragionevolezza
    (e io non mi sognerei mai di pilotarlo, anche per il mio bene..).

    la gente sa tutto, e se non lo sa cerca su google e si “informa”.

    questi assunti fanno solo danni, danneggia il sapere e le competenze, appiattisce la qualita,
    spiana la strada al populismo, regalando farse parvenze di controllo democratico.

    si aggiunga che l agenda viene dettata dai social . i social ci “informano” che il clima é importante
    e adolescenti di tutto il mondo scendono in piazza ripedendo esattamente quanto apprendono dai social.

    tutti liberi di pensare, tutti informatissimi.

    guardacaso tutti la pensano allo stesso modo sul clima, per esempio. nel modo propinato dai social, che indicano chi sono i nemici del clima (adulti, politici, corporation cattive).

    ci fosse un media che spiega che i consumi dannosi al clima sono anche usare lo smartphone, cambiarlo ogni paio d anni, comprare vestiti che durano una stagione, stare con 26 gradi in casa in inverno, fare il week end a ibiza, passare pomeriggi in un centro commerciale, ordinare online dall altra parte del mondo.

    che questi consumi siano di un adulto o di un adolescente per il clima é dannoso uguale.

    sono consumi che 50 anni fa non esistevano e che caratterizzano prevalentemente le giovani generazioni,
    convinte di aiutare il clima scendendo in piazza e mettendo un like su un post.

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