Draghi e il fisco: uno spunto e una contraddizione

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Uno spunto da sviluppare e una contraddizione da sciogliere: è quel che emerge dal passaggio sul fisco del discorso programmatico pronunciato dal Presidente del Consiglio Mario Draghi innanzi all’aula del Senato.

Lo spunto viene dalla consapevolezza dell’impossibilità di interventi di riforma settoriale in materia tributaria. «Non bisogna dimenticare – queste le parole di Draghi – che il sistema tributario è un meccanismo complesso, le cui parti si legano una all’altra. Non è una buona idea cambiare le tasse una alla volta. Un intervento complessivo rende anche più difficile che specifici gruppi di pressione riescano a spingere il Governo ad adottare misure scritte per avvantaggiarli». È esattamente così. A furia di interventi settoriali, il sistema tributario attuale si è trasformato in una ragnatela di rendite di posizione vischiosa al punto da soffocare qualsiasi intervento riformatore improntato a visioni d’interesse generale.

Questo significa, però, che il riferimento alla necessità d’intervenire sull’Imposta sui redditi delle persone fisiche (Irpef), fatto dal Presidente del Consiglio, è sì necessario, ma di certo non sufficiente.

I mali del sistema tributario sono tanti e ben noti: (a) un’enorme evasione fiscale (per un valore di oltre 100 miliardi all’anno), cui va aggiunta un’elusione ancora maggiore; (b) una giungla di esenzioni, detrazioni, agevolazioni, deduzioni, regimi sostitutivi ecc., che costa oltre 60 miliardi euro all’anno; (c) una pletora di tassazioni separate, quasi tutte proporzionali, che erode la base imponibile dell’Irpef per un valore di almeno 10 miliardi annui; (d) il rattrappimento della progressività fiscale, a tutto vantaggio dei contribuenti più ricchi, al punto che, secondo l’Ordine dei Commercialisti, di fatto le aliquote effettive sono ridotte a due; (e) l’assenza di una seria imposizione fiscale sui patrimoni e sulle successioni (queste ultime un vero e proprio tabù, che fanno dell’Italia la pecora nera d’Europa: basti pensare che l’aliquota più elevata dell’imposta di successione italiana è inferiore alla più bassa aliquota della corrispondente imposta tedesca); (f) la mancata revisione del catasto, di cui si parla da decenni senza che nulla mai effettivamente cambi; (g) la presenza di aliquote Iva eccessivamente alte sui beni di largo consumo, anziché sui beni di lusso.

Un intervento complessivo sul sistema tributario, come quello evocato da Draghi, richiede dunque nel contempo: lotta all’evasione fiscale, drastica riduzione della normativa derogatoria, eliminazione delle tassazioni separate, ristrutturazione secondo progressività dell’imposizione su redditi, tassazione progressiva dei patrimoni e delle successioni, aggiornamento dei valori catastali degli immobili, rimodulazione dell’Iva a favore dei prodotti di largo consumo e a discapito dei beni di lusso. Con l’obiettivo – chiaramente indicato dagli artt. 3, comma 2, e 53 Costituzione – della redistribuzione del carico fiscale: dai redditi e dai patrimoni bassi e medi a quelli alti; dal lavoro al capitale; dal prelievo indiretto a quello diretto; dalla tassazione reale a quella personale.

E proprio qui sta la contraddizione che indebolisce il discorso del Presidente del Consiglio, che, nel contempo, addita a riferimento il principio della progressività fiscale ed evoca una generalizzata diminuzione delle imposte sul modello danese («va studiata una revisione profonda dell’Irpef con il duplice obiettivo di semplificare e razionalizzare la struttura del prelievo, riducendo gradualmente il carico fiscale e preservando la progressività»).

Che le tasse siano troppo alte è affermazione, nel contempo, vera e falsa: perché se è vero che le tasse sono troppo alte, è falso che lo siano per tutti. La realtà è che per i più benestanti la pressione fiscale si è, negli ultimi decenni, alleggerita oltre ogni ragionevolezza e, se ciò è potuto accadere, è proprio perché il peso del sistema è stato spostato in misura oppressiva sulle classi sociali inferiori. Draghi ha giustamente evocato nel suo discorso la riforma del fisco delineata dalla Commissione Visentini negli anni Settanta del Novecento. Quel che il Presidente del Consiglio ha, però, omesso di ricordare è che dai lavori della Commissione Visentini scaturì un’imposta sui redditi delle persone fisiche articolata in 32 scaglioni, tra i 2 e i 500 milioni di lire di reddito annuo, con aliquote crescenti dal 10 al 72 per cento. Una misura che oggi farebbe gridare alla sovietizzazione, ma che allora fu decisa da un esponente del Partito repubblicano, il più filo-americano tra i partiti politici italiani. Successivamente, nel corso degli anni Ottanta gli scaglioni dell’Irpef furono drasticamente ridotti dapprima a nove (nel 1982) e poi a sette (nel 1989), in entrambi i casi diminuendo l’aliquota più alta e aumentando quella più bassa; sino a che, nel 1997, il primo governo dell’Ulivo, con Vincenzo Visco al ministero delle Finanze, inflisse il colpo – per ora – finale alla progressività fiscale, limitando gli scaglioni dell’Irpef ad appena cinque. Ciò che più rileva è che, in esito a questo processo, l’aliquota minima è salita dal 10 al 23 per cento, mentre quella massima è scesa dal 72 al 43 per cento. Insomma, si è tolto ai poveri, per poter dare ai ricchi: ecco la ragione per cui è sbagliato denunciare la pressione fiscale come indistintamente eccessiva.

La realtà è che le tasse sono troppo alte per i redditi bassi e medi (e persino per quelli medio-alti: basti pensare che l’equivalente di 135 milioni di lire avrebbe, ai tempi di Visentini, fatto scattare l’aliquota marginale del 33 per cento, mentre nel 1997 era tassato al 45,5 per cento); e sono troppo basse per i redditi alti e altissimi.

È per questo motivo che, per la gran parte dei contribuenti, il risultato di un abbassamento indiscriminato delle tasse sarebbe comunque negativo: perché se anche le tasse fossero ridotte, lo sarebbero tanto a loro, quanto ai più ricchi, facendo così venir meno le risorse necessarie all’attuazione dei diritti costituzionali (in questo senso, Draghi giustamente definisce la riforma fiscale l’«architrave della politica di bilancio»: perché è dal fisco che vengono le entrate con cui dare attuazione ai diritti costituzionali). Ma, mentre i ricchi potrebbero comunque soddisfare i propri bisogni acquistando sul mercato i beni e i servizi loro necessari, per tutti gli altri diverrebbe complicatissimo, e in molti casi impossibile, far fronte all’insieme delle esigenze della vita: basti pensare ai costi elevatissimi delle prestazioni sanitarie.

Saper distinguere le posizioni dei singoli contribuenti è fondamentale. Anche se in misura differente, essendo tutti soggetti all’imposizione fiscale, tutti possiamo soggettivamente nutrire motivi d’insoddisfazione. Formulare un giudizio politico sull’assetto del sistema tributario richiede, però, la capacità di considerarlo nel suo insieme, scriminando le rivendicazioni dettate da calcoli di egoismo individuale da quelle animate da aspirazioni di giustizia sociale. Esattamente quel che ci si aspetta da un Governo che volesse, finalmente, proporsi di agire nell’interesse generale e non in quello particolare dei soliti noti.

Francesco Pallante

Francesco Pallante è professore associato di Diritto costituzionale nell’Università di Torino. Tra i suoi temi di ricerca: il fondamento di validità delle costituzioni, il rapporto tra diritti sociali e vincoli finanziari, l’autonomia regionale. In vista del referendum costituzionale del 2016 ha collaborato con Gustavo Zagrebelsky alla scrittura di "Loro diranno, noi diciamo. Vademecum sulle riforme istituzionali" (Laterza 2016). Da ultimo, ha pubblicato "Contro la democrazia diretta" (Einaudi 2020) e "Elogio delle tasse" (Edizioni Gruppo Abele 2021). Collabora con «il manifesto».

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