Recovery: i soldi ci sono, manca la “svolta”

14/12/2020 di:

Dopo le incertezze e i veti delle settimane scorse, il pacchetto di risorse che l’Unione europea ha messo a disposizione dei Paesi membri per il rilancio dell’economia ha ricevuto, finalmente, il definitivo via libera. La Germania ha fatto valere nella trattativa tutto il suo peso politico, ma per le condizionalità sul rispetto dello Stato di diritto – questione sulla quale si erano messi di traverso Polonia e Ungheria – la partita è stata chiusa con classico bizantinismo: le clausole non decadono, ma saranno accompagnate da una “dichiarazione interpretativa” nella quale tutti potranno riconoscersi, buoni e cattivi.

Ora è il tempo dei soldi, non si può fare “filosofia” sui diritti.

I soldi, infatti, sono un bel po’, «mai così tanti» si è detto da più parti: 1800 miliardi tra Next Generation UE e bilancio dell’Unione 2021-2027. E la novità sta nel fatto che i 750 miliardi del cosiddetto Recovery fund saranno raccolti sul mercato con l’emissione di obbligazioni europee. Non è la “rivoluzione”, ma certamente un passo avanti nel processo di integrazione. Una situazione nuova rispetto alla gestione della crisi precedente, con la BCE che sta svolgendo con più coerenza il proprio lavoro per la stabilità delle finanze pubbliche, tenuto conto anche della loro sensibile quanto necessaria dilatazione in questa fase. Il prossimo passo? Dovrebbe essere quello della sterilizzazione da parte di Francoforte del debito contratto dai Paesi membri per la pandemia, trasformando i titoli acquistati sul mercato secondario in perpetuals bonds. Cosa bisognerebbe invece buttare nella spazzatura? Certamente il MES, perché nell’epoca del denaro creato “dal nulla” è inammissibile che gli Stati debbano accettare ipoteche sui diritti dei cittadini per il loro approvvigionamento finanziario. Ma questa storia meriterebbe una trattazione a parte.

Torniamo al cosiddetto Recovery fund.

Per l’Italia il plafond, nella sua dimensione massima ammissibile, dovrebbe essere di 193 miliardi di euro, di cui 65,4 miliardi di euro di sovvenzioni e 127,6 miliardi di euro di prestiti (con altre risorse specifiche di bilancio si arriva a un totale di 208,6 miliardi, in pratica i famosi «209 miliardi» di cui si parla dall’inizio di questa partita), che il Governo dice di voler «utilizzare appieno». Ma a che punto stiamo con la programmazione? C’è una bozza di piano (Piano nazionale per la ripresa e la resilienza), ma non è quella definitiva sulla quale Bruxelles dovrà fare il suo lavoro di “limatura” prima della pronuncia definitiva dell’Ecofin, il Consiglio dei ministri dell’economia e delle finanze di tutti gli Stati membri. I tempi? Se tutto andrà bene, ma proprio bene, i primi soldi potrebbero arrivare nella seconda metà del 2021. Non proprio «tempi europei», per usare una nota espressione riferita alla durata degli interventi nei consessi dell’Unione.

Ma cosa c’è dentro la bozza preparata dal Governo? Innanzitutto che il Paese deve correre di più, perché «la crescita economica dell’Italia negli ultimi vent’anni è stata nettamente inferiore alla media europea e, più in generale, a quella delle altre economie avanzate». Quindi, più investimenti e meno tasse (riforme di contesto). Ma meno tasse a chi? A chi guadagna da 40 a 60 mila euro lordi all’anno e, naturalmente, alle imprese. E per i disoccupati, i precari, i poveri assoluti, per la lotta alle disuguaglianze, per tutti quelli che non hanno il problema delle tasse perché non hanno reddito o non ne hanno a sufficienza?

Per rendere l’idea delle proporzioni, basta dire che la parola «disuguaglianza» è presente soltanto due volte in un testo di 125 pagine, e solo con riferimento alla «disuguaglianza di genere». La parola «povertà» sette volte, «assunzioni» una sola volta, ma a tempo determinato e solo nel capitolo sulla giustizia, «precari» e «precarietà» non pervenuti. Diversamente, la parola «competitività» è presente quaranta volte e l’aggettivo «fiscale» (riferito a Irpef, sgravi, tassazione sulle imprese) venti. Potremmo fermarci qui, per quanto riguarda la filosofia di fondo: il problema rimane la “resilienza” del sistema, senza cambiamenti significativi dei paradigmi socioeconomici dominanti. Crescita della ricchezza nazionale, ma guai a sindacare sulla sua distribuzione sociale, che richiederebbe interventi diretti dello Stato e specifiche “riforme di contesto” con finalità redistributive. Questione ben più importante del “chi gestirà” l’attuazione di questi programmi. Bello e romantico richiamare il “primato della politica”, del Parlamento, dei vertici politici dei ministeri. Ma questa politica, questo Parlamento, che idee hanno sul futuro del Paese, diverse, si intende, da quelle che anonimi poteri tecnocratici, lobby economiche ed “esperti” mainstream ci propinano da anni? La verità è che tra gli “esperti” non abbiamo un Paolo Sylos Labini o un Pasquale Saraceno (l’autore del famoso “Rapporto” che aprì la strada alla programmazione economica dei primi anni Sessanta) e tra i “politici” non c’è nessun Riccardo Lombardi o Antonio Giolitti, o anche un Ugo La Malfa. Ci vorrebbe una mobilitazione dal basso, ma dove sono le forze?

Qualche numero: su 193 miliardi di euro, alle politiche occupazionali sono riservati 3,2 miliardi (l’1,6%), dai quali vanno comunque tolte quelle per le politiche “giovanili” tout court. Non va meglio per l’inclusione sociale, 5,9 miliardi (il 3%), e nel plafond è calcolata anche la quota spettante al terzo settore. E per la sanità e il Sud? Rispettivamente, 9 e 3,8 miliardi. Mancano all’appello oltre 170 miliardi di euro, qual è il loro impiego? Oltre 120 miliardi sono destinati alla transizione verde e digitale, il resto alle infrastrutture, alla manutenzione stradale, alla ricerca e all’istruzione («Dall’istruzione all’impresa» è il titolo associato a questa missione).

Beninteso, gli interventi destinati alle transizioni verde e digitale, la cui ampiezza, in termini monetari, è espressamente stabilita dall’Europa, sono importanti per la modernizzazione del Paese e nell’ottica del contrasto ai cambiamenti climatici, ma «semplificazione» da un lato e riduzione degli impatti ambientali dall’altro non implicano di per sé la transizione verso una società più giusta e umana, a misura d’uomo anche per quanto riguarda l’accesso al benessere, ai servizi essenziali, a un lavoro dignitoso e adeguatamente retribuito, alle cure. Chiariamo meglio questo concetto. Il digitale può servire (soltanto) a migliorare la “competitività” delle imprese, ma può anche favorire la riduzione e la distribuzione dei tempi di lavoro. La profezia di J.M. Keynes: «Nel giro di pochissimi anni, intendo dire nell’arco della nostra vita, potremmo essere in grado di compiere tutte le opera­zioni dei settori agricolo, minerario, manifatturiero con un quarto dell’energia umana che eravamo abituati a impegnarvi». Stesso discorso per la gli interventi green. Perché sia un vero Green New Deal l’idea della sostenibilità ambientale deve essere coniugata con quella di sostenibilità sociale, elevando tutte le condizioni di benessere delle persone, nel campo della sicurezza sociale, della salute, dell’istruzione, della democrazia.

Solo in questo modo si uscirebbe da questa crisi in maniera diversa da come ci siamo entrati. Diversamente, avremo più computer, più banda larga, (forse) cieli più puliti, ma continueremo a dividerci tra chi ha tutto, chi ha poco e i troppi, ormai, che non hanno niente.