Cambiamento della società e “lotta delle idee”

Volerelaluna.it

24/11/2020 di:

La presentazione dell’ultimo libro di Thomas Piketty (Capitale e Ideologia, La nave di Teseo, 2020: cfr. https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2020/11/09/sostiene-piketty-ovvero-cambiare-si-puo/) nell’ambito del ciclo di incontri promosso da “Volere la luna” denominato “Libri, libri, libri!” (visibile su youtube: https://youtu.be/VSRrexBu9VE) è stata molto utile ai fini di una ripresa della riflessione sul rapporto tra struttura economica e rapporti reali nella società da un lato e costruzioni ideologiche dall’altro, ovvero sul carattere storico e transitorio delle formazioni sociali, come peraltro la stessa storia dimostra.

Un vecchio tema. È la struttura che determina le sovrastrutture o c’è un rapporto dialettico tra queste due sfere? Marx nella lettura deterministica del suo pensiero o Max Weber che individua le cause dello sviluppo del capitalismo in Occidente nell’“etica protestante”? Oppure, cosa succede quando costruzioni ideologiche di parte finiscono per diventare “senso comune”, egemonizzando l’accademia, i centri di produzione culturale e i più alti livelli del potere? Diciamolo con Gramsci, non potendolo dire meglio: «Ogni gruppo sociale, nascendo sul terreno originario di una funzione essenziale nel mondo della produzione economica, si crea insieme, organicamente, uno o più ceti di intellettuali che gli danno omogeneità e consapevolezza della propria funzione non solo nel campo economico, ma anche in quello sociale e politico: l’imprenditore capitalistico crea con sé il tecnico dell’industria, lo scienziato dell’economia politica, l’organizzatore di una nuova cultura, di un nuovo diritto» (Gli intellettuali e l’organizzazione della cultura, Editori Riuniti, 1996, p. 3). In questo senso, “egemonia” è l’elevazione di concezioni particolaristiche, dei gruppi sociali dominati, al rango di teorie oggettive, scientifiche, universali, assolute.

Nella “teoria economica” quest’ultima circostanza è oltremodo perniciosa. Perché la teoria economica è lo strumento più potente che le classi dominanti hanno a disposizione per giustificare il carattere oggettivo del loro ordine sociale fondato sulla proprietà privata dei mezzi di produzione, sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e sul lavoro alienato. Non a caso di quelle “egemoni” si dice che abbiano basi scientifiche. Invero, non di scientificità si tratta, bensì di perfezionamento tecnico e matematico delle stesse. Con il risultato che la loro “veridicità” non è dimostrata attraverso la «rappresentazione che danno del mondo reale ma in relazione alla loro logica interna e alla competenza teorica e matematica che viene fatta valere nella loro esposizione» (J.K. Galbraith, Storia dell’economia, Rizzoli, 1990, p. 315). Sarebbero innumerevoli gli esempi a sostegno di questo assunto. Per attinenza con l’attualità, si può però accennare al caso sollevato nei giorni scorsi dall’intervista del presidente del Parlamento europeo, David Sassoli, al quotidiano la Repubblica. Di colpo, un altro tema scabroso, tra quelli afferenti all’universo della finanza pubblica e alla natura della moneta moderna, è stato sdoganato nel dibattito politico nazionale: il debito degli Stati, o parte di esso, può essere cancellato.

Facile immaginare il commento dell’amico incontrato al bar (o del segretario del PD Zingaretti, che ha bollato l’idea del suo collega di partito come “una sparata”): suvvia, sarebbe come se una famiglia decidesse a piacimento come e quando liberarsi dai debiti contratti per comprare la casa o l’automobile, per far studiare i figli! Un chiaro esempio di narrazione di parte divenuta “senso comune”. Peccato però che lo Stato non è come una famiglia. Per esempio, a una famiglia non è concesso di stamparsi i soldi a casa per fare la spesa. Lo Stato invece può finanziare la sua spesa stampandosi i soldi che vuole (ovviamente, nei limiti imposti da alcuni indicatori macroeconomici, in primo luogo l’inflazione). Ma no, dirà il noto economista del talk show della sera, sono leggende, niente di più falso, «i soldi non nascono sotto i cavoli». Sì, ma nemmeno da misteriosi meccanismi che sfuggono alla comprensione degli umani. Non esiste una «metafisica del denaro», per quanto affascinante sia il concetto. «Non c’è nulla che riguardi la moneta che non possa essere alla portata di una persona mediamente curiosa, diligente e intelligente», avrebbe ammonito J.K. Galbraith (Soldi, Rizzoli, 2017, p. 9), tra i più importanti economisti del secolo che ci siamo lasciati alle spalle.

All’economista mainstream, infatti, bisognerebbe ricordare che durante la “rivoluzione americana” furono i biglietti verdi stampati perfino nei retrobottega dei negozi a finanziare la spesa bellica dei coloni, lo stesso lavoro che in Francia fecero gli assignats dopo il 1789, come lo stesso Thomas Piketty ricorda nell’altro suo ponderoso e precedente volume, Il capitale nel XXI secolo (1). Oppure che per i primi vent’anni del Secondo dopoguerra la politica monetaria è stata sostanzialmente assoggettata a quella fiscale, con le banche centrali in posizione passiva nei confronti dei governi. Fino a quando il monetarismo, nella sua forma più affinata (2), non ha riconquistato le vette del potere politico, diventando una vera e propria religione da una sponda all’altra dell’Atlantico, tanto da imporsi come teoria «politicamente e socialmente neutra». Ecco, il “monetarismo”, teoria economica che, censurando l’intervento dello Stato in economia, considera la politica monetaria l’unica leva utilizzabile ‒ da parte di banche centrali indipendenti dal potere politico ‒ per tenere in equilibrio un’economia concorrenziale, senza alcun riguardo per i livelli occupazionali e l’equa distribuzione della ricchezza. Questione di “egemonia”, come nel caso del keynesismo negli anni Cinquanta e Sessanta, negli Stati Uniti come in Europa.

In Europa ne sappiamo qualcosa, abbiamo subìto l’austerità, affidando le nostre vite alle virtù taumaturgiche della politica monetaria anche in presenza di recessione, stagnazione e deflazione. Tassi bassi e un mare di soldi incanalati nel settore bancario che non hanno fatto bene né all’economia né alla società (l’economia può andare bene senza che la società stia meglio). Finché non è arrivato il virus. E con esso la vecchia fissa keynesiana che quando l’economia va male non basta aumentare l’offerta di moneta, ma c’è bisogno innanzitutto che la moneta venga spesa. Via il patto di stabilità, più spesa in deficit, la stessa Europa che raccoglie i soldi sul mercato per finanziare gli investimenti nei Paesi membri. Fantastico! Ma nessuno finora ha spiegato perché nella crisi precedente il pareggio di bilancio è stato imposto anche ai Paesi in recessione e, soprattutto, perché alcuni Paesi del sud, con il caso estremo della Grecia, sono stati costretti a sacrifici inenarrabili per il loro salvataggio finanziario. Nessuno ha chiesto scusa finora. E in Italia, uno degli artefici di quelle politiche, Mario Draghi, è considerato addirittura una “riserva della Repubblica”, buono per tutti i ruoli apicali della Repubblica.

Ma tant’è. Adesso siamo al presidente del Parlamento europeo che, a proposito della cancellazione di una parte del debito degli Stati, in particolare di quello contratto per la pandemia, parla di «un’ipotesi interessante», una strada percorribile. E alla presidente della Banca Centrale Europea, Christine Lagarde, che si limita a ricordare che una simile ipotesi sarebbe «contraria ai Trattati». Attenzione: contraria ai Trattati, non impossibile. Ogni tanto qualche crepa si apre anche nei dogmi più granitici.

Ma come si concretizzerebbe questa operazione? Torniamo all’obiezione dell’amico incontrato al bar. Dove li prende i soldi Bankitalia per acquistare, nell’ambito del quantitative easing e del «programma di acquisto per l’emergenza pandemica» (PEPP), i nostri titoli del Tesoro che prima erano stati acquistati dalla banche commerciali? Dalla BCE, dirà il nostro amico. Ma la BCE, a sua volta, da dove li prende questi soldi? No, non li stampa in qualche tipografia di Francoforte. Non c’è bisogno nemmeno della carta (riferimento alla funzione della cartamoneta nello sviluppo dell’economia moderna). Scrive direttamente la cifra, crea il denaro dal nulla (3). Siamo al dunque. Con denaro creato dal nulla vengono liquidate le banche che hanno acquistato i titoli in asta o sul mercato obbligazionario e questi titoli finiscono in pancia alle banche centrali. A questo punto lo Stato non paga più gli interessi alla banca commerciale ma alla “sua” banca centrale, che poi li gira di nuovo allo Stato sotto forma di diritto di signoraggio. Una partita di giro. Ma cosa succederebbe se la banca centrale trasformasse questi titoli in “titoli perpetui”, senza scadenza? Di fatto sarebbe una cancellazione del debito. E, per tranquillizzare il nostro amico al bar, Bankitalia e la BCE non rischierebbero certamente di fallire.

C’è una morale in questa storia: l’economia è una “scienza” nella misura in cui lo sono le scienze umane. Con la differenza che le classi dominanti non si avvalgono ‒ o si avvalgono solo marginalmente ‒ della letteratura e della filosofia per tutelare i propri interessi e far crescere i propri guadagni. Il che rende comprensibile quanto importante, insieme al conflitto sociale, sia la “lotta delle idee” per la trasformazione dell’esistente.

 

NOTE:

(1) «Alla fine del 1789, i governi rivoluzionari emettono i famosi “assegnati”, destinati a diventare, nel 1790-91, una vera e propria moneta circolante e di scambio (una delle prime banconote cartacee della storia)», in Th. Piketty, Il capitale nel XX secolo, Bompiani, 2014, p. 164.

(2) Il riferimento è all’opera di Milton Friedman (New York, 1912 – San Francisco, 2006).

(3) Interessante, al riguardo, l’ammissione di Mario Draghi a margine di una conferenza stampa svoltasi il 9 novembre del 2014: quando il giornalista gli chiese se la Bce potesse mai finire i soldi, con un certo imbarazzo, fu costretto a rispondere con queste parole: «No. Non possiamo mai finire i soldi e possiamo fare fronte a qualsiasi emergenza».