Il deficit non basta per cambiare la società

16/10/2020 di:

«Le misure di distanziamento sociale e di chiusura di settori produttivi attuate da metà marzo ai primi di maggio in risposta all’epidemia COVID-19 hanno causato una caduta dell’attività economica senza precedenti». Sono le parole che aprono la Nota di Aggiornamento al Def 2020 appena approvata dal Governo. Per questo nella premessa il ministro dell’Economia Gualtieri correttamente rimarca la necessità «di rilanciare la crescita del nostro Paese in chiave di sostenibilità ambientale e sociale», cogliendo anche l’opportunità di «sciogliere nodi strutturali, disparità sociali e territoriali che si trascinano da lungo tempo». Intenzioni lodevoli, parole molto condivisibili. Il problema è capire, nondimeno, se le scelte di politica economica anticipate nel documento sono coerenti con questi obiettivi. E qui le cose un po’ si complicano.

Ma andiamo con ordine. Se guardiamo al quadro programmatico di finanza pubblica, elaborato tenendo conto anche degli strumenti finanziari del Recovery Plan europeo (Next Generation EU), non c’è dubbio che le novità rispetto al passato sono tante. La prima cosa che balza agli occhi è la dilatazione dell’indebitamento netto (deficit), che nel 2020 supera addirittura il 10%, e il ritorno, dopo 27 anni, del segno meno davanti al saldo primario. Non è solo una questione di PIL che si contrae (il Fondo Monetario Internazionale stima che la caduta quest’anno sarà del 10,6% contro il 9% del Governo). Dopo molti anni torniamo a spendere più di quanto incassiamo con le tasse, al netto degli interessi che paghiamo sul debito. Non solo. Spendiamo di più e non abbiamo, per ora, i mercati contro. Anzi, chi ci presta i soldi deve accontentarsi di tassi di interesse prossimi allo zero: garantisce la BCE con la sua politica monetaria molto generosa.

Per adesso, insomma, il vincolo esterno è saltato (non del tutto per quanto riguarda l’utilizzo dei nuovi fondi europei, più pressante nel caso di accesso al MES). Ed è tutta un’altra musica rispetto al 2011-2012, quando alla grave crisi economica importata dagli USA l’Europa rispose mettendo il catenaccio ai bilanci degli Stati membri. È stato, finalmente, preso sul serio l’ammonimento di Lord Keynes, secondo il quale «il momento giusto per l’austerità al Tesoro è l’espansione, non la recessione». Rimane, però, una grande incognita per quanto riguarda il futuro.

Allo stato non c’è nessun progetto di revisione o cancellazione delle attuali regole di bilancio europee, che, stando anche agli impegni che gli Stati membri stanno assumendo nei loro documenti finanziari (in Italia anche nella Nota di Aggiornamento), potrebbero tornare più minacciose di prima dopo la fine della pandemia. Non è una questione di poco conto. C’è il rischio che il maggiore indebitamento di oggi venga messo domani sul conto delle classi popolari, com’è accaduto in circostanze similari nel recente passato, vanificando gli stessi sforzi che si stanno facendo in questa fase per riportare l’economia sul giusto sentiero. Su questo punto la Nadef è comunque prudente, più prudente del precedente Documento di Economia e Finanza di aprile. Adesso il “riassorbimento” del maggiore debito in rapporto al PIL viene legato alla «ripresa dell’economia nei prossimi anni», fidando sugli effetti degli investimenti che si dovranno fare e sul ruolo proattivo della Banca Centrale Europea. La speranza è che proprio l’eccezionalità della situazione attuale possa aprire la strada al superamento del Fiscal compact, per una gestione più elastica anche dei nuovi cicli economici con cui saremo chiamati a fare i conti. Mai come adesso è apparso chiaro che l’assoluta indipendenza della Banca centrale e, per usare un’espressione di J.K. Galbraith, la «radicata moralità fiscale del bilancio in pareggio» non saranno più sostenibili nel prossimo futuro. Peraltro, la momentanea sospensione del patto di stabilità non ha reso meno insopportabile il mancato finanziamento monetario di una quota di spesa pubblica, vista la gravità e l’eccezionalità della situazione in cui siamo immersi. Parliamo di un altro tabù, figlio della controrivoluzione monetarista, che fa a pugni con la storia e l’estrema versatilità della moneta moderna.

Ma torniamo alla Nota. Come abbiamo visto, la “spinta fiscale”, per quanto ancora insufficiente, c’è (potremmo scontare però gli effetti dell’erogazione ritardata delle nuove risorse Ue). Non è detto però che la crescita si accompagni a una maggiore equità sociale. Analizzando gli strumenti di politica economica enunciati nel documento del Governo non si può stare molto tranquilli da questo punto di vista. Per il triennio 2021-2023, infatti, accanto al rifinanziamento degli ammortizzatori sociali e alla politica di “sgravi” fiscali e contributivi per le imprese (segnatamente nel Mezzogiorno), la misura presentata enfaticamente come «componente di rilievo della programmazione triennale», come misura chiave, è la cosiddetta «riforma ampia del fisco». Dalle anticipazioni circolate sulla stampa, si tratterebbe di una nuova rivisitazione delle aliquote Irpef (e della disciplina degli assegni) a beneficio delle classi medie, per i redditi intorno ai 50 mila euro annui. Chiediamoci: se gli effetti negativi della crisi pandemica si registrano sui settori più deboli e vulnerabili della società (lavoratori a tempo determinato, atipici, intermittenti, disoccupati di lunga durata, famiglie monoreddito ecc.), che senso ha ridurre le tasse a un platea ristretta di soggetti che rientrano tra le categorie meno esposte ai rischi immediati della crisi stessa? Non sarebbe meglio puntare sulla rimodulazione del reddito di cittadinanza e su un aumento rimarchevole del tasso di occupazione, anche attraverso un piano straordinario di assunzioni nel settore pubblico, per rilanciare la domanda interna, che a sua volta ripagherebbe in parte la spesa sostenuta? D’altro canto è facile prevedere che nell’attuale contesto economico, col crollo dei redditi che già si registra, nessun imprenditore sarà disposto ad assumere solo perché lo Stato gli paga una parte dei contributi e gli abbuona un po’ di tasse. E infatti la pressione di Confindustria oggi è per farla finita col blocco dei licenziamenti, non per poter assumere di più.

Un po’ di ossigeno al mercato del lavoro potrebbe venire dall’incremento degli investimenti per la «digitalizzazione e la riconversione dell’economia in chiave di sostenibilità ambientale», grazie alle risorse del Recovery fund europeo. Ma non bisogna farsi illusioni. L’impatto di queste risorse sul PIL, come è stato da più parti stimato (Bankitalia, Fitch, FMI), sarà, cumulativamente, dell’1,5-3% nel quinquennio 2021-2025. Nella migliore delle ipotesi, poco sopra il mezzo punto all’anno. E poi pesa l’incertezza sui tempi e lo stesso quantum. Non solo. Senza “riforme di contesto” che perlomeno contribuiscano a mitigare i danni che certe politiche hanno cagionato alla condizione del lavoro in questi anni (Jobs Act, moderazione salariale), c’è il rischio che anche la frontiera verde sia solo un’altra occasione di business per il capitale, come la rivoluzione del vapore nell’Ottocento e quella informatica nel secolo che ci siamo da poco lasciati alle spalle.

Per questo, i nuovi spazi fiscali che si sono aperti andrebbero utilizzati diversamente, accompagnando alla più robusta politica economica in deficit una raccolta di risorse aggiuntive mediante un prelievo straordinario sui grandi patrimoni e il varo di nuove norme per la promozione dei diritti sociali sanciti dalla Costituzione. Siamo in un tempo nuovo, sarebbe intellettualmente disonesto negarlo. Ma la faglia che si è aperta in Europa non è detto che si chiuda con l’avvento di una società più giusta e umana. Non bastano i deficit per fare la rivoluzione.