La decrescita come risorsa nel pianeta post-Covid

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Covid-19 ha sfidato un’intera civiltà. Le sue conseguenze macroeconomiche si fanno già sentire con una grande recessione globale e vengono proposte molteplici soluzioni per invertire gli scarsi risultati economici. Ma Covid-19 è davvero il problema principale? Per capirlo, bisogna prestare attenzione alla natura stessa del virus. Il Sars-CoV-2 è il settimo coronavirus che ha infettato l’uomo e il terzo, dopo Sars-CoV e Mers-CoV, che ha un’origine zoonotica, cioè che è stato trasmesso da animali. Questo fenomeno non è casuale. Come esseri umani, stiamo generando trasformazioni negli ecosistemi planetari, al punto che la fauna è stata confinata in piccoli frammenti di biodiversità. Di conseguenza, negli ultimi decenni, le nostre interazioni con gli animali selvatici sono diventate sempre più frequenti, aumentando così la probabilità di contagio di più virus di origine zoonotica.

In questo scenario di crisi sanitaria e conseguente contrazione economica, il focus è stato posto sulla attivazione di strategie che ci permettano di tornare sulla strada della tanto attesa “crescita economica”. Ciò non è insignificante ai fini che qui rilevano, perché alimenta un sistema economico che concepisce il pianeta come dotato di “risorse” illimitate. Uomini d’affari e autorità si attivano in ogni modo per salvaguardare gli indicatori economici, in particolare il Prodotto Interno Lordo (PIL), dando per scontato il benessere socioeconomico che questo suggerisce e senza alcuna considerazione dei limiti planetari. È curioso, quasi ironico, quindi, che lo stesso Simon Kuznets, inventore della contabilità nazionale statunitense e dell’indicatore del PIL, abbia avvertito, già nel 1934, che «il benessere di una nazione può a malapena essere dedotto da una misurazione del reddito nazionale», aggiungendo che basare la situazione di un Paese su un indicatore che misura religiosamente l’attività economica del mercato, lascia da parte tre questioni essenziali: il benessere, l’ambiente e la felicità.

Per quanto riguarda il benessere, è stato dimostrato, ad esempio, che gli Stati Uniti, benché siano cresciuti costantemente nel loro PIL negli ultimi 50 anni, non hanno aumentato, dal 1978 a oggi, il benessere della loro popolazione, misurato attraverso l’Indicatore di Progresso Generale (IPG). A differenza del PIL, questo indice misura altre variabili, come la distribuzione del reddito, i costi ambientali, attività negative come la criminalità e l’inquinamento. In questo modo si evidenzia che l’aumento del PIL non implica necessariamente un maggior benessere della popolazione.

Per quanto riguarda l’ambiente, l’incremento della produzione di beni e servizi aumenta il flusso di materiali ed energie, generando sempre più degrado ambientale. Così, un’indagine pubblicata sulla prestigiosa rivista Conservation Letters, ha mostrato che con una maggiore crescita economica (misurata dal PIL) e un maggiore utilizzo di risorse ed emissioni inquinanti aumenta il cambiamento climatico, si riduce l’area degli habitat naturali e aumenta la propagazione di specie invasive (la seconda grande forza per la perdita di biodiversità a livello planetario). In altre parole, la crescita economica aumenta il degrado dell’ambiente.

Infine, il rapporto tra crescita economica e felicità è stato affrontato dall’economista americano Richard Easterlin. “Il paradosso di Easterlin” indica che l’espansione economica di un paese non si traduce necessariamente in una crescita della felicità dei suoi abitanti. Con uno studio pubblicato nel 2015, è stato dimostrato che la crescita in America Latina si è tradotta in una più o meno grande diminuzione della felicità. Ciò a causa della produzione di disuguaglianze, componente che inverte gli effetti della crescita economica. In altre parole, l’aumento del PIL non aumenta la felicità.

Sulla base di quanto precede, è rilevante guardare alla “decrescita”, un’alternativa radicale per raggiungere il benessere, intesa ‒ secondo Serge Latouche, che ne è uno dei suoi maggiori esponenti ‒ come «uno slogan politico con implicazioni teoriche». Nata nell’Europa degli anni ’70, l’idea ha preso forza a partire dagli anni 2000, con lo svolgimento di un congresso internazionale semestrale dal 2008. La decrescita non pretende di essere un modello rigido, con l’intenzione di espandersi a livello globale e di dettare fasi o regole che tutte le nazioni dovrebbero seguire, come fa il modello di sviluppo prevalente. Piuttosto, essa si pone come una critica ferrea alla religione della crescita economica, invitando a generare alternative più in linea con un pianeta con risorse limitate e riconoscendo le nostre differenze culturali. Il modello della decrescita propone di intraprendere stili di vita più semplici, di ridurre drasticamente i livelli di consumo, di ricollocare l’economia riducendo le distanze tra produzione e consumo, di compattare l’area urbana per dare maggiore importanza alla produzione agricola locale, di promuovere il lavoro condiviso riducendo il relativo orario (rendendo visibile, per esempio, il lavoro di cura). In questo senso, sono emerse contemporaneamente proposte latinoamericane in linea con la decrescita. Il Buen Vivir (noto anche come sumaq kawsay nella visione del mondo quechua, suma qamaña nella visione del mondo Aymara o küme mongen nella visione del mondo mapuche) è una di queste, un’alternativa che si fonda sulle relazioni tra gli esseri umani e l’ambiente anziché su quelle tra risorse e sfruttatori, con elementi pronti per essere sfruttati.

Queste alternative hanno molto più senso di fronte a una pandemia che, appunto, nasce come conseguenza del mancato rispetto delle condizioni limitate degli elementi e dei processi degli ecosistemi. È stato nel mercato di Wuhan che, a seguito del consumo di un animale selvatico, è iniziata la proliferazione della più grande pandemia degli ultimi 100 anni. Non solo, ma si prevede che questo tipo di malattia si manifesti più frequentemente proprio a causa dell’impatto che stiamo avendo sulla biodiversità.

La decrescita come opzione inizia a rimbalzare forte nei forum internazionali. Tanto che un gruppo di 174 scienziati ha scritto una lettera al Governo olandese con un chiaro riferimento alla decrescita come unica opzione in un mondo post-Covid. Questa nuova situazione rappresenta un’opportunità per guardare al benessere sociale ed ecologico oltre i semplici indici economici e commerciali. Rappresenta inoltre un’opportunità per generare condizioni coerenti con un pianeta che mostra già di non essere in grado di dare di più. La decrescita, quindi, è una solida alternativa per un pianeta post-Covid.

 

L’articolo, tratto dal sito cileno www.elmostrador.cl, è qui pubblicato
in virtù della collaborazione con il sito www.numeripari.org

Matías Guerrero Gatica

Matías Guerrero Gatica è ricercatore in rapporti tra uomo e natura presso l’Istituto di Ecologia e Biodiversità dell'Università del Cile.

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Marcela Marquez García

Marcela Marquez García è ricercatrice presso l’Austral University del Cile.

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