Atlantia vs Cassa Depositi e Prestiti: chi ha vinto la partita a porte chiuse?

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«Raramente accade che al triplice fischio in chiusura di una partita esultino per la vittoria entrambe le squadre. Eppure, questo è quel che sta accadendo nella partita tra il Governo italiano e Atlantia, la holding controllata dalla famiglia di Benetton che a sua volta controlla Autostrade per l’Italia. Esultano il Governo e la maggioranza, con le autostrade che torneranno di proprietà pubblica attraverso l’uscita di Benetton e l’ingresso al 51% di Cassa Depositi e Prestiti. Ed esultano pure i Benetton, con il titolo di Atlantia che vola in Borsa. Delle due, una. O qualcuno tra Conte e i Benetton si è fatto fregare, e ancora non l’ha capito. Oppure abbiamo assistito a un incontro di wrestling in cui i due contendenti hanno solo fatto finta di minacciarsi e combattere, arrivando a una soluzione che mette tutti d’accordo». (https://www.fanpage.it/economia/governo-contro-benetton-perche-e-stata-una-battaglia-finta-e-perche-la-partita-vera-inizia-ora/.) 

È il brillante incipit di una lunga e argomentata disamina delle prime notizie non di palazzo con cui Fanpage apriva la sua prima pagina a ridosso delle prime (e contraddittorie) note di agenzia che si affastellavano febbrilmente dopo la lunga notte del Consiglio dei Ministri che ha posto fine (se non altro) a una tragicommedia sulla pelle di 43 persone capitate su un ponte sbagliato, oggetto di una manutenzione sbagliata e nel momento sbagliato.

Non so perché ‒ o forse lo so fin troppo bene ‒ l’enfasi con cui il 15 luglio tutti i TG hanno aperto la giornata mi ha riportato molto indietro nel tempo, all’accanirsi tipico del nostro apparato giornalistico-industriale nello sfruttare l’ennesima strage italiana; un eccidio (termine per nulla eccessivo) che rischia di finire senza colpevoli come tutte le stragi di cui questo paese è costellato. La “sentenza” di ieri l’altro infatti – è forse utile ricordarlo – ha esclusivo carattere amministrativo-finanziario, mentre dell’inchiesta penale, pur aperta immediatamente dopo il crollo, non si parla più da troppo tempo, nonostante si sia a pochi giorni dal secondo anniversario, se non per un imbarazzato accennarvi in vista della inaugurazione del Ponte Piano-Salini che tumulerà definitivamente il vecchio Morandi.

Il motivo che «mi ritorna in mente» è del tutto personale, però si collega alla citazione con cui ho aperto questa riflessione: una partita in cui entrambe le squadre hanno validi motivi per festeggiare, ma che – come negli stadi post Covid – si è svolta a porte chiuse, e a cui il pubblico (i cittadini) possono solo assistere pagando l’abbonamento o donando, a loro insaputa, i propri risparmi alla Cassa Depositi e Prestiti.

Molti anni fa fu privatizzata l’ATIVA SpA, la società che ha realizzato e gestisce (ancora per poco, sembra) la tangenziale autostradale di Torino. Lo seppero in pochi: qualche ponte era crollato con le alluvioni del 1993 e 2000, ma per fortuna senza fare vittime (e i danni furono risarciti dallo Stato). Eppure un motivo per parlarne (almeno uno) c’era, eccome: perché fu la prima privatizzazione di una società autostradale costituita con capitale interamente pubblico, finanziata interamente dalla collettività e sui cui mutui ‒ garantiti dallo Stato ‒ lucrarono abbondantemente le banche dell’epoca: CRT, San Paolo, Banca Sella. Un patrimonio pubblico che i maggiori azionisti – Comune e Provincia di Torino – decisero di svendere senza neppure un dibattito pubblico: solo il compianto consigliere regionale verde Pasquale Cavaliere tentò di provocarlo, ma il suo grido fu soffocato dal consueto muro di gomma. La cornice politico-culturale era la “privatizzazione”, nuovo credo liberista dei post-comunisti (che non a caso, per imporlo urbi et orbi, erano rimasti intimamente stalinisti). Il verbo (“centralista e democratico”) era «l’uscita dai posti di sottogoverno», virtù da propagandare presso la platea di adepti dalla bocca buona. In realtà si trattò di un grazioso regalo fatto ai poteri forti dell’epoca, in particolare al Gruppo Gavio (anche se all’inizio le quote furono propedeuticamente acquistate, a nome e per conto, dai prestanome di turno).

Lo so per il banale motivo che sino all’andata in pensione ho fatto parte del consiglio dei delegati dell’azienda (eletto dai colleghi e non, sia chiaro, sindacalista di mestiere). Provammo a opporci: non perché ci tenessimo al ruolo di dipendenti pubblici (tutto sommato siamo risultati anche più privilegiati dopo), ma perché, oltre a non considerare eticamente accettabile il regalo di pezzi di patrimonio pubblico ai soliti privati, non condividevamo, ad esempio, il disimpegno degli enti di governo territoriale da una realtà che incideva sul disegno urbanistico dell’Area Metropolitana Torinese più di una variante di piano regolatore (che all’epoca era una rarità e con effetti molto contenuti). Ma soprattutto ci chiedevamo chi avrebbe fatto il prezzo delle azioni. Non si trattava di una società quotata in borsa e non c’erano precedenti mentre alcune autostrade “private” (Torino-Milano) lo erano state sin dalla costituzione. La privatizzazione di quella che oggi si chiama Autostrade per l’Italia e la spogliazione dell’IRI di Romano Prodi a benefico dei Benetton era molto di là da venire. Scrivemmo dei volantini e ottenemmo degli incontri (tra gli altri il vicesindaco torinese dell’epoca, avv. Brosio, che se ne uscì affermando che al Comune interessava solo mantenere l’1% della Torino-Savona per «vigilare sull’interminabile raddoppio» della tristemente nota “autostrada della morte”). La cosa buffa fu che il presidente del collegio sindacale della Provincia di Torino – un famoso dottore commercialista – ci contattò per dirci che anche loro avevano avuto dei dubbi sulla congruità del prezzo di vendita ma di non avere strumenti sufficienti per un esposto alla magistratura (loro no e noi si?!)…

Questo preambolo per dire che la «svendita dei gioielli di famiglia» ha radici antiche.

La privatizzazione dei profitti e la socializzazione delle perdite è una regola standard di questo Paese sin dai tempi della ‒ pur rimpianta ‒ DC. Ma i veri predatori sono un fenomeno relativamente recente. La nomina bipartisan di Bassanini (consorte di Linda Lanzillotta, una delle muse della privatizzazione selvaggia) al vertice di Cassa Depositi & Prestiti venne dopo e fu, paradossalmente, archiviata da Renzi! E la gestione politica dei risparmi degli italiani venne corroborata da una cornice “ideologica”, potente ma discreta, costituita da alcune fondazioni culturali: ad esempio “Italianieuropei” di Massimo D’Alema o – assai di più – “Italiadecide” di Luciano Violante.

Non a caso l’associazione ATTAC (http://www.italia.attac.org), che ha seguito e segue da tempo questi fenomeni, ha fatto del «riprendiamoci la Cassa Depositi e Prestiti» una delle proprie campagne, in parallelo alla difesa dell’affossato esito referendario per la ripubblicizzazione dell’acqua. Il suo leader Marco Bersani scriveva ormai parecchio tempo fa che «la massa di denaro mossa annualmente dalla Cassa Deposti e Prestiti è enorme: circa 250 miliardi di euro, con una liquidità disponibile di quasi 130 miliardi di euro; si tratta di gran lunga della “banca” più solida e nello stesso tempo più “liquida” del Paese».

Quel che più preoccupa oggi, dopo la spregiudicata entrata in soccorso del Gruppo Salini di Astaldi & Co per mettere il turbo alle Grandi Opere, è la funzione di garanzia di operazioni finanziarie spericolate a cui questa enorme liquidità si presta (cosa che sta appunto avvenendo). Col rischio – per i cittadini – di essere spogliati due volte: da un lato, con la perdita dei propri risparmi o di parte di essi (chi ancora li ha) e la chiamata in soccorso al salvataggio di Alitalia (in passato e in prospettiva); dall’altro, con l’aumento di capitale (o altra architettura finanziaria) per cacciare i Benetton, ma risarcendoli dei mancati guadagni futuri e abbuonando loro gli enormi introiti sin qui incassati nelle più svariate forme (da appaltatori di manutenzioni ordinarie e straordinarie di se stessi ‒ tramite Spea, Pavimental etc. ‒ a concessionari di se stessi ‒ Autogrill), grazie alle leggi promulgate da chi dovrebbe difendere l’interesse pubblico.

E allora chi festeggerà alla fine del campionato, e non solo del derby a porte chiuse della notte del 15 luglio di questo bisesto 2020?

Claudio Giorno

Claudio Giorno è nato e vive a Borgone Susa da 70 anni, la metà dei quali trascorsi nel mondo delle grandi opere (nell’ufficio tecnico di progettazione, prima, e manutenzione, poi, di una concessionaria pubblica poi svenduta ai privati). Ambientalista militante in tutte le associazioni “storiche” si è presto convinto che l’aggressione al territorio e la corruzione che affligge il nostro paese sono le due facce (inseparabili) della stessa medaglia. Ha partecipato con Mario Cavargna – fondatore di “Pro Natura” – a tutte le lotte nate negli anni in Val di Susa. In particolare contro la speculazione edilizia e contro il traforo e l’autostrada del Frejus. Prova a portare (con scarso successo) la stessa sensibilità nella CGIL cui rimane iscritto per motivi del tutto irrazionali (come chi continua a tifare per la sua squadra del cuore). Ha partecipato – negli anni Novanta – alla fondazione del Comitato Habitat per la difesa del territorio e della vivibilità residua della Valle di Susa, da cui è nato il “movimento No TAV”. Cura il blog semiclandestino https://claudiogiorno.wordpress.com/

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One Comment on “Atlantia vs Cassa Depositi e Prestiti: chi ha vinto la partita a porte chiuse?”

  1. mi pare che l’articolo di Paolo Maddalena* (qui http://temi.repubblica.it/micromega-online/autostrade-il-governo-inganna-gli-italiani-e-favorisce-gli-speculatori/
    sia eloquente:

    La vicenda Autostrade si è risolta in un maggiore esborso a carico degli italiani, che sarà effettuato tramite la Cassa depositi e prestiti. Questa dovrà entrare nella costituenda società di autostrade aumentando il capitale sociale, fino a raggiungere il 51%, facendo in modo che la partecipazione azionaria dei Benetton, pur mantenendo il numero di azioni in suo possesso, non abbia più una posizione di maggioranza assoluta.

    Insomma i Benetton, non solo non perdono nulla, ma guadagnano anche l’occasione di entrare in una società di maggior respiro.

    Inoltre essi guadagnano altresì il fatto che la Cassa depositi e prestiti si accolla, con i soldi dei risparmiatori italiani, 10 miliardi di debiti da loro accumulati, assumendo addirittura anche l’onere di ristrutturare le autostrade lasciate cadere in rovina dagli stessi Benetton.

    E non è tutto. Il governo ha avuto l’ardire di dare un altro colpo agli interessi italiani, favorendo l’ingresso nella costituenda società autostrade di società speculative straniere e, in particolare, associando alla Cassa depositi e prestiti la più nota delle società speculative americane: la Blackstone, definendola un “partner istituzionale”.

    Insomma, il governo non ha tenuto in nessun conto, che la gestione dei servizi pubblici essenziali, come le autostrade, è un bene fruttifero che spetta soltanto agli italiani, costruttori delle autostrade medesime. E non si è curato del fatto che questa immensa fonte di ricchezza è diventata una preda, sulla quale si avventano, come avvoltoi, i peggiori speculatori italiani e stranieri.

    È stato un comportamento assolutamente riprovevole e in pieno contrasto con l’articolo 43 della Costituzione, secondo il quale la gestione dei servizi pubblici essenziali deve appartenere al Popolo italiano.

    Se il governo avesse agito, con disciplina e onore (art. 54 Cost.), proprio e degli italiani, avrebbe dovuto trasformare l’Anas da S.p.A. in Azienda di Stato e fare in modo che tutti i profitti delle autostrade fossero versati al bilancio dello Stato italiano.

    Ha agito invece come se la privatizzazione dei servizi pubblici essenziali e della stessa Cassa depositi e prestiti (la quale raccogliendo i risparmi di milioni di lavoratori avrebbe dovuto mantenere la sua qualifica di Ente pubblico e non di S.p.A.) fosse un dato intoccabile.

    In altri termini ha sostenuto l’attuale sistema economico predatorio neoliberista, che ha distrutto quasi interamente il patrimonio pubblico italiano e continuerà a farlo fino alla sua completa estinzione.

    Esso, in particolare, ha ritenuto strumento valido le criminali privatizzazioni , anziché sostenere la nazionalizzazione del servizio autostradale (da gestire da parte dell’Azienda pubblica autostrade, Anas).

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    Ciò avrebbe significato muovere il primo passo verso un sistema economico produttivo di stampo keynesiano (peraltro l’unico previsto in Costituzione), che assicura gli interessi produttivi degli italiani, nonché una politica interna valida e aperta agli altri mercati, e non succube di essi.

    Abbiamo invitato ieri il governo a un colpo di reni, oggi non ci resta che rivolgerci al Popolo, il quale nei momenti difficili ha saputo dimostrare, come nel secondo dopoguerra, la sua dignità e la sua capacità di rinascita.

    E a questo Popolo che affidiamo la parola d’ordine scritte nella nostra Costituzione: “via gli speculatori italiani e stranieri, dai servizi pubblici essenziali, dalle fonti di energia, dalle situazioni di monopolio e dalle industrie strategiche”, che, ai sensi dell’articolo 43 della Costituzione, devono essere soltanto in mano pubblica o di Comunità di lavoratori o di utenti.

    Si tratta di una rivoluzione culturale che la Costituzione ci impone, sancendo al suo interno il principio fondamentale del “diritto di resistenza”, da esercitare, con metodo democratico, anche di fronte allo strapotere del governo e del Parlamento.

    * Vice Presidente Emerito della Corte Costituzionale e Presidente dell’associazione “Attuare la Costituzione”
    (16 luglio 2020)

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