Recovery fund, freniamo gli entusiasmi

29/05/2020 di:

La tanto attesa proposta della Commissione per un piano di ripresa dell’economia europea è finalmente arrivata. Un compromesso, com’era inevitabile, tra le richieste dei Paesi del sud (trasferimenti a fondo perduto) e quelle dei cosiddetti paesi “frugali” (Olanda, Svezia, Danimarca, Austria), spalleggiati dal blocco di Visegrad.

Il nome scelto per il fondo è “Next Generation Ue” e potrebbe avere – il condizionale è ancora d’obbligo – una potenza di fuoco di 750 miliardi di euro, più di quanto avevano proposto Germania e Francia, meno di quanto aveva suggerito, da ultima, la presidente della BCE Christine Lagarde per soddisfare il fabbisogno finanziario aggiuntivo degli Stati membri, visti i numeri terrificanti dalla recessione con cui si dovranno fare i conti (1.000-1.500 miliardi). Di questi, 750 miliardi, poco meno del 70% sarebbero finanziamenti unilaterali (grants), mentre il resto (fino a 250 miliardi di euro) costituirebbero risorse attivabili mediante richiesta di prestiti da parte dei singoli Stati. La parte a “fondo perduto” spettante ad ogni Paese, invero, non verrebbe trasferita in un’unica soluzione, ma erogata “a rate”, anno su anno, sulla base di specifici progetti ricompresi in un piano nazionale di investimenti e “riforme”. Per quanto riguarda la linea di credito, invece, si prevedrebbero, a parte le condizioni generali discendenti dall’ordinamento comunitario, tassi agevolati e scadenze di pagamento abbastanza lunghe. 

Nello specifico, il nuovo «dispositivo per la ripresa e la resilienza» avrà una capacità di sovvenzionamento che «potrà arrivare» a 310 miliardi euro complessivi per gli Stati, privilegiando quelli che sono stati maggiormente colpiti dalla pandemia. A questi si aggiungerebbero:  55 miliardi come maggiorazione degli attuali programmi di coesione (REACT-UE); 40 miliardi (limite massimo) del “Fondo per una transizione giusta” (il Green New Deal europeo); un incremento di 15 miliardi di euro del già operante “Fondo europeo agricolo per lo sviluppo rurale”. Poi ci sarebbero i soldi per i privati. 31 miliardi per il “sostegno alla solvibilità” delle imprese, ai quali si aggiungerebbero 30,3 miliardi per investimenti, di cui una parte dovrebbe essere impiegata per la transizione verde e digitale di alcuni settori produttivi. Infine, le risorse per la sanità e la ricerca nel campo della salute (anche per missioni esterne a carattere umanitario), per affrontare l’emergenza in atto e prepararsi ad eventuali crisi sanitarie del futuro (122 miliardi di euro).

Da dove arriveranno questi soldi? Da obbligazioni emesse dalla Commissione europea (gli eurobond) e garantite dal bilancio Ue, nel frattempo espanso (fino al 2% del PIL europeo, temporaneamente), anche attraverso l’introduzione di alcune tasse “ecologiche”. Si tratterebbe di obbligazioni con scadenze diverse, il cui rimborso, da parte della stessa Ue, avverrebbe entro il 2058 e, per le più corte, non prima del 2028.

Fin qui i numeri aggregati. Ora, freniamo gli entusiasmi e ragioniamo.

Per quanto riguarda l’Italia, le risorse a disposizione potrebbero arrivare fino a 172,7 miliardi di euro, di cui 81,8 sotto forma di stanziamenti e 90,9 sotto forma di prestiti. Non si tratta, come si può facilmente comprendere, di cifre “finite”, ma di importi calcolati nel loro limite massimo, spalmati sul settennio di spesa comunitaria 2021-2027. Insomma, se il piano della Commissione riuscirà a decollare, per gli stanziamenti sarà il numero e la qualità dei progetti presentati ‒ e il rispetto delle regole europee ‒ a fare la differenza (come per gli attuali “fondi strutturali”), mentre per i prestiti a contare sarà la compatibilità degli stessi con il nostro livello attuale di indebitamento e con la sua sostenibilità nel medio periodo. Si tenga conto, in ogni caso, che l’Italia è un “contributore netto” del bilancio Ue, dà più di quanto riceve. Escludendo i prestiti, quindi, la valutazione sull’entità dei benefici spettanti al nostro Paese deve necessariamente tener conto di questo dato (proprio perché il “dispositivo” è incardinato nel bilancio Ue). In sostanza, da “contributori netti” potremmo passare a “beneficiari netti” (anche qui è d’obbligo il condizionale, perché se aumenta il bilancio bisogna contribuire di più, senza contare la compensazione delle minori entrate derivanti dalla Brexit), ma saremmo ben lontani, in termini di disponibilità reale, dalle cifre che sono iniziate a circolare dopo l’intervento di Ursula Von Der Leyen all’Europarlamento (il saldo potrebbe essere, al massimo, di 26 miliardi). E la partita si giocherebbe, ancora, sulle linee di credito, sia quella del nuovo piano di ripresa, sia quella del MES (https://volerelaluna.it/economie/2020/05/19/servono-tanti-soldi-ma-non-quelli-del-mes/).

Di importante, in questa proposta, c’è il fatto che la Commissione abbia deciso di espandere il proprio raggio d’azione, provando a compensare l’assenza di una politica fiscale comune, anche mediante l’emissione di un debito proprio (eurobond). Un passo avanti verso una maggiore integrazione. Nondimeno, anche questa occasione ha fatto emergere una serie di nodi che stanno alla base dell’attuale modello di costruzione europea. E una certa resistenza al cambiamento vero, che imporrebbe meccanismi ben più solidali e una riconsiderazione del ruolo della banca centrale, l’unica istituzione in grado di mobilitare le risorse necessarie per uscire bene dalla crisi, senza strangolare i Paesi più fragili col ricatto del debito.

I tempi. La crisi già morde, ma i “negoziati” su questa proposta non inizieranno prima del 18 giugno, data fissata per il prossimo Consiglio europeo. Considerando l’atteggiamento ostile di alcuni Paesi del nord e dell’est, è facile immaginare che questi negoziati non saranno né brevi né semplici. Se tutto andrà bene, e non ci saranno stravolgimenti radicali della proposta della Commissione, le prime risorse saranno disponibili tra un anno, quando inizierà il prossimo ciclo di spesa comunitaria.

I vincoli. Nella proposta è scritto esplicitamente che «il dispositivo sarà integrato nel semestre europeo». Che vuol dire? Che l’accesso a queste risorse è subordinato al rispetto delle regole che sovrintendono al «ciclo di coordinamento delle politiche economiche e di bilancio nell’ambito dell’Ue», che, a sua volta, si articola su “tre pilastri”: riforme strutturali (nella “neolingua” dell’ideologia dominate si intendono solitamente più libertà di licenziare, politiche pro-business, tagli al welfare); politiche di bilancio “sane” (restituire ai cittadini meno di quanto gli stessi versano allo Stato sotto forma di tasse, compressione della spesa pubblica); prevenzione degli squilibri macroeconomici. In sostanza, chi vuole i soldi a fondo perduto deve contenere la propria politica di bilancio e risanare eventuali squilibri con l’esterno. Chiarissimo, a tal riguardo, il vicepresidente della Commissione Valdis Dombrovskis: «Niente esborsi senza riforme. Chi non ottempera perde la rata».

Il quantum. Al netto dei contributi che ogni singolo Stato già versa al bilancio comunitario e tenendo conto del carattere “volontario” dell’accesso a crediti (soldi da restituire), la potenza di fuoco del Fondo appare non proprio adeguata alla situazione. Troppo poco, troppo diluita nel tempo. Si tenga conto che il nostro Paese, da solo, ricorrendo al mercato ha fatto due manovre per complessivi 80 miliardi di euro.

Obiettivi e destinatari. Il piano affida tutta la partita della ripresa e della riconversione ecologica dell’economia al settore privato. A dimostrazione di ciò, vale anche il fatto che le risorse disponibili già nel 2020 sarebbero soltanto quelle destinate a ricapitalizzare le imprese, anche per assicurarne la solvibilità. Gli Stati, stretti nella morsa dei vincoli dei Trattati (la condizione per accedere alle risorse è che si rispettino tali regole), non avranno margini sufficienti per rovesciare questa logica, per affidare al settore pubblico il ruolo che gli spetterebbe in una crisi di così vaste proporzioni. Non a caso, nel piano manca qualsiasi riferimento a politiche redistributive, al potenziamento del welfare, a un reddito di base quanto mai necessario in questa fase. 

Si può fare di più e meglio? Solo mettendo in discussione i principali dogmi che stanno alla base dell’attuale architettura ordo-liberista dell’Unione. Ma niente verrà da solo, per concessione del sovrano. Ciò che farà la differenza nei prossimi mesi, sul piano interno e su scala europea, saranno le forme che potrà assumere il conflitto. Senza trascurare il rischio che la rabbia sociale possa defluire tutta a destra, gonfiando le vele a quei partiti e movimenti che sotto le insegne del sovranismo ideologico già sono pronti a farsi interpreti ‒ corsi e ricorsi storici! ‒ delle esigenze d’ordine del grande capitale.

Siamo solo all’inizio.