La politica fiscale dell’emergenza: nulla di nuovo sotto il sole

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Il “decreto rilancio” ha concluso l’intervento del Governo sulle misure fiscali nel periodo emergenziale.

Si tratta di un complesso sistema di rinvii e sospensioni degli adempimenti tributari differenziato per tipi di imposta, settore merceologico ed entità del fatturato. L’approccio generale non presenta differenze di fondo rispetto alle richieste dell’opposizione. Quest’ultima, nel segno di un apparente distinguo, ha formulato proposte di ordine “quantitativo” (sospensioni di maggiore durata, agevolazioni più estese ed eliminazione tout court di ogni obbligo per l’intero 2020) o “qualitative” (appendici ai precedenti condoni già mascherati da una pretesa “pace fiscale”). A leggere tra le pieghe delle diverse disposizioni è facile immaginare che il sistema del rinvio degli adempimenti fiscali adottato nel contesto emergenziale non sia altro che il prodromo di una futura rottamazione, uguale a quella del 2019. Infatti, la previsione di un generalizzato differimento al 16 settembre dei termini relativi a numerosi adempienti fiscali renderà insostenibile il carico gravante sui contribuenti; si realizzerà così una sorta di “intasamento” che, nella migliore delle ipotesi, determinerà un ulteriore slittamento. Nemmeno è da escludere che il sistema dei finanziamenti con garanzia dello Stato, come attualmente disciplinati, vada a risolversi in una “partita di giro” con l’utilizzo di tali risorse, da parte delle imprese e soprattutto dei piccoli lavoratori autonomi, per l’assolvimento degli adempimenti tributari, anziché per nuovi investimenti. Ciò andrà a pregiudicare le filiere economicamente e contrattualmente più deboli (artigiani e lavoratori autonomi). A sua volta la carenza di liquidità delle imprese genererà un deficit di gettito fiscale e quest’ultimo verrà “gestito” attraverso l’indiscriminata previsione di nuove “rottamazioni” dei debiti tributari. Pratica, per così dire, ormai oliata da diversi esecutivi, attesa la sua efficacia nel generare, per i partiti, ampie fasce di consenso.

A fronte di queste deludenti previsioni rimane l’urgenza di un intervento sulla struttura dell’intero asset normativo tributario e sul fenomeno dell’evasione fiscale. La diffusività dell’evasione è tema, almeno, post unitario, mutato nelle forme e nei modi con l’evolvere delle diverse normative, ma che si presenta come “monolite” culturale capace di raccogliere trasversalmente l’intero tessuto sociale quasi senza eccezione. Il comune denominatore di questa generale insensibilità è nel dato culturale: la mancata coscienza del disvalore sociale dei fatti di evasione.  Un contagio esteso attraverso parole d’ordine e propaganda politica che, nei fatti, trasformano l’obbligo tributario in una guerra tra Stato e cittadino, la cui tregua sarebbe costituita proprio da interventi che nel loro titolo evocano quel genere di conflitto: la pace fiscale.

La rinuncia a intervenire sul fenomeno dell’evasione fiscale non riguarda semplicemente la capacità di apprestare interventi con l’obiettivo di “colpire” e scoprire gli evasori, atteso che la capacità di contrasto si nutre della coscienza culturale: la capacità di formare la consapevolezza sul disvalore sociale di sottrarsi al dovere di contribuire al benessere collettivo. Naturalmente la carenza di scelte tecniche capaci di prevenire l’evasione e la sostanziale inesistenza di interventi atti a colpire il fenomeno (individuando il soggetto evasore e l’entità della sottrazione) non è ascrivibile a colpa o incapacità, quanto alla necessità politica di garantire il consenso a sua volta direttamente proporzionale alla diffusività del fenomeno. Si direbbe un cane che si morde la coda. L’assenza di ogni intervento culturale è conseguente all’endemica mancanza di formazione sui valori. I principi costituzionali che regolano diritti e doveri nell’ambito dei rapporti civili non sono precetti ai quali il singolo deve adeguarsi, ma esprimono valori che devono costituire il DNA del tessuto sociale e che necessitano di una conoscenza che presuppone una formazione del cui carico dovrebbe essere innanzitutto onerato il “sistema istruzione”. E tra questi principi e doveri costituzionali assume primaria importanza l’obbligo di contribuire alle risorse dello Stato secondo un sistema progressivo.

In questo quadro l’impostazione dell’intero sistema fiscale si è sviluppata con un aumento della complessità della normativa in proporzione all’aumento dell’evasione. Ciò attraverso un “doppio binario” di criteri normativi: a) arretrando i presupposti impositivi rispetto al momento di effettiva percezione del reddito da parte del contribuente; b) oppure articolando presunzioni indipendenti dal concreto realizzarsi del presupposto impositivo. Ma questi criteri si rivelano iniqui per due ordini di ragioni. Innanzitutto perché l’“arretramento” del presupposto impositivo e il sistema di “presunzione” determinano una lesione al principio di progressività. In secondo luogo perché l’intero sistema normativo si caratterizza per una struttura finalizzata alla prevenzione di fatti elusivi o di evasione ‒ evidentemente inefficaci attesi gli scarsi risultati ‒ che nei fatti aggravano gli adempimenti e gli obblighi dei contribuenti. Ciò diviene un assist per la demagogia che proclama “guerre fiscali” e stimola fenomeni trasversali e reazionari come ad esempio è stata, a suo tempo, la c.d “rivolta dei forconi”.

Il dibattito, fino ad oggi, non si è spostato da questi angusti e ambigui limiti, determinandosi ben scarse differenze tra maggioranza e opposizione. Lo scontro per arginare o respingere le proposte della “flat tax” è in realtà una battaglia di retroguardia che denuncia l’inconsistenza delle politiche fiscali. Si tratta di proposte che in forza del principio di progressività nemmeno dovrebbero avere dignità di dibattito. Un disegno devastante in termini di equità, atteso che il maggior peso fiscale andrebbe a ricadere sulle fasce di reddito più deboli. Così stando le cose l’idea di una costante “guerra fiscale” nella quale contrapporre lo Stato al cittadino vessato si è già dimostrata uno strumento di consenso capace di spostare percentuali di voti a due cifre.

In questo degrado formativo e culturale la sinistra ha precise responsabilità storiche. La materia fiscale e societaria non ha mai avuto l’attenzione di analisi e valutazione che avrebbe meritato. Si tratta di un settore nel quale entrano in gioco ‒ e pesantemente ‒ le dinamiche del capitalismo e del profitto. L’alea di impenetrabilità che ha sempre avvolto i tecnicismi tributari non ha mai consentito il corretto svilupparsi di un ampio dibattito pubblico su questi temi. Certamente difficile e impegnativo, ma è proprio nelle pieghe di leggi che alle volte passano inosservate che si celano ‒ e vengono artatamente consentiti ‒ gravi fenomeni elusivi. Non minori responsabilità politiche derivano dalla fatiscente condizione organizzativa e strutturale nella quale sono stati lasciati gli Uffici Finanziari. Gli accertamenti e le verifiche avvengono sempre in limine ai tempi di decadenza previsti dalla legge, così che le contestazioni degli Uffici si concludono a distanza di quattro o cinque anni dal fatto elusivo o di evasione. Azioni che frequentemente si rivelano difformi alla disciplina prevista dallo Statuto dei diritti del Contribuente (legge n 12 del 2000) che, sulla carta, è uno strumento regolatore di indubbia efficacia ed equità.

Rimane così privo di senso anche l’intervento penale. L’avvio delle indagini preliminari è contestuale alle tardive operazioni di accertamento, e immaginare una sentenza a distanza di almeno dieci anni dai fatti priva di significato, ab origine, la sanzione e la sua stessa funzione. Ancora peggio il piano del processo tributario dove la soccombenza degli enti impositori è mediamente pari al 35 -40% del contenzioso.

Su queste complesse tematiche l’intervento emergenziale è risultato silente. Certamente non era quella la sede deputata a interventi riformatori, ma alla mancanza di ogni segnale di cambiamento, si è affiancata la reiterazione di un metodo che andrà ad accentuare le precedenti distorsioni. Merita rilievo, ad esempio, la disposizione che prevede, una tantum, l’eliminazione del saldo IRAP 2019 e dell’acconto del 40% sul versamento del 2020. L’imposta – tra le più contestate e caratterizzata da forti dubbi di legittimità costituzionale – è sempre stata destinata al gettito principale per il sistema sanitario. Ciò che a ben guardare “sterilizza” in gran parte gli interventi previsti dal “decreto rilancio” proprio in favore del sistema sanitario. Risorse che non avranno alcun valore aggiunto se non la funzione di semplici “coperture” al mancato gettito proveniente dall’IRAP.

Il tema dell’imposizione fiscale sui redditi da lavoro dipendente è, poi, stato pressoché ignorato. Il concetto del “dare respiro” al contribuente (differimento degli adempimenti e taglio dell’IRAP) non ha trovato, drammaticamente,  alcun  riconoscimento per il lavoro dipendente. Un alleggerimento del c.d. cuneo fiscale avrebbe potuto realizzarsi prevedendo – almeno una tantum – una rimodulazione ad equità delle rendite finanziarie o dei redditi da capitale: tema centrale delle politiche fiscali in Italia, dove i redditi da capitale e le rendite finanziarie non vengono più investiti (fenomeno consolidatosi già negli anni ’90) in attività economiche e produttive. Ciò con un regime di imposizione che, nella sostanza, ignora il principio di progressività.

I temi accennati meriterebbero maggiori approfondimenti e sul punto sono particolarmente interessanti le proposte contenute nel “Manifesto per l’Alternativa” predisposto da Co.Mu.Net e sottoposto per valutazioni e integrazioni a una vasta area di associazioni e realtà del sociale (https://comunet.online/wp-content/uploads/2020/04/Manifesto-per-lalternativa.pdf). Il documento evidenzia l’urgenza di un radicale mutamento delle politiche fiscali e la necessità di una definitiva cessazione delle politiche di dumping fiscale di molti Paesi europei. Appare, peraltro, assai arduo ipotizzare effettive politiche di cambiamento in seno alla Comunità – nonostante i proclami di Unione Fiscale contenuti nella Carta di Nizza e nei Trattati – fin tanto che non si comprenderà che la direzione verso tali prospettive impone l’adozione di ciò che può essere definita la “madre” di ogni reale cambiamento: l’abbandono del criterio di unanimità in favore delle decisioni a maggioranza.

 

Maurizio Vecchio

Maurizio Vecchio è avvocato in Torino.

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