L’attuale modello di sviluppo, ovvero il “pensiero suicida”

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Il mio elettricista, che anche in periodo di confinamento può muoversi per le emergenze ed è venuto a rimettere in sesto l’antenna della tv, è un giovane adulto che lavora come un pazzo per mantenere la famiglia, ha due bambine, e da quando ha capito che sono un giornalista cerca di attaccare bottone perché, dice, la tv non gli fa capire niente e dei politici non si fida. A me, è utile per saggiare le opinioni di una persona come lui, artigiano molto ben inserito nella sua comunità, il paese in cui noi abbiamo una casa di campagna nella quale siamo rimasti assediati dal virus.

Tutta questa premessa per dire che l’altro giorno l’elettricista mi ha molto sorpreso, quando ha detto: «E poi questa faccenda del PIL non la sopporto più, e quando scende di uno zero virgola sembra una tragedia. Ma, dico io, se un anno guadagni 41 e l’anno dopo 40, che problema c’è? Stai bene lo stesso, no?». Saggezza contabile basica, ho pensato, ben lontana dalle considerazioni di quelli che argomentano sulla decrescita, però ragionevole. Così, ho fatto fatica a dirgli perché invece l’economia, cioè il capitalismo, non può non crescere un po’ di più ogni anno. Come dice Amador FernándezSavater, è «il demone liberista: sempre di più!».

L’elettricista mi è tornato in mente quando questa mattina (è il 7 di maggio), ho visto su El País di Madrid un titolo che non approderebbe sulle prime pagine dei giornali italiani (compresi quelli di sinistra, temo), nemmeno per sbaglio. Il titolo è: «Un estudio sobre biodiversidad advierte de que es imprescindible el decrecimiento económico», e anche in spagnolo si capisce benissimo. Che strano, mi sono detto, eppure El País è il giornale (il gruppo editoriale) più potente, in Spagna, instancabile sostenitore del progresso del Paese: dalle miserie del franchismo fino alla condizione di potenza economica europea grazie a un PIL che nei decenni scorsi ha galoppato a seguito soprattutto di una attività edilizia forsennata. Se vi capita di percorrere l’autostrada lungo la costa mediterranea, diciamo da Barcellona a Granada, potrete ammirare, di qua e di là, intere città fatte di case tutte uguali e allineate. E vuote. Perché costruire, come in Italia ma peggio, non è una funzione dell’abitare, e men che meno del paesaggio e della biodiversità, ma finanziaria: si costruisce per muovere crediti dalle banche e annotare nei bilanci sopravvenienze attive grazie agli edifici finiti, che sono un valore ma sono inutili. E dannosi al territorio, certo. Infatti l’anno scorso la Spagna è stato il paese che ha avuto la crescita del Prodotto interno lordo maggiore, in Europa, grazie proprio alle costruzioni, rinate dopo la crisi (e bolla finanziaria) del 2008 e seguenti.

Ecco perché, quindi, quel titolo su El País mi ha meravigliato. E sono corso a leggere: «Fino a oggi – è l’esordio – ha prevalso tra i governi e gli organismi internazionali il paradigma per il quale è possibile salvare l’ambiente e la biodiversità mantenendo la crescita dell’economia. Ma questa idea è solo una dichiarazione di intenzioni che non si basa sui dati raccolti fin dal secolo XX. È questa la conclusione cui arriva un gruppo di ventidue accademici di istituzioni come l’Università di Oxford, il Centro di investigazione ecologica di Barcellona, l’Università di Lipsia e l’Università Humboldt di Berlino, tra altri. Il gruppo […] crede sia necessario un cambio urgente di paradigma, perciò propone un insieme di misure choc per limitare gli effetti dell’economia sugli ecosistemi».

Il documento collettivo è stato pubblicato in aprile dalla rivista Conservation letters, in coincidenza con l’epidemia di Covid-19. Il coordinatore dl gruppo, lo spagnolo Iago Otero, dell’Università di Losanna, spiega al País che «una natura ben conservata ci proteggerebbe da malattie come questa. Dietro la pandemia ci sono la deforestazione, l’espansione dell’agricoltura o il commercio di specie animali».

E quali sono le misure proposte dagli scienziati? «Limitare lo sfruttamento delle risorse naturali e proibire le loro estrazioni in aree ad alto valore ecologico; diminuire la costruzione di grandi infrastrutture che infrangono l’integrità di spazi verdi; dare forza all’agricoltura di prossimità e limitare l’espansione delle città, favorendo un urbanismo a maggiore concentrazione demografica; compensare la distruzione di posti di lavoro con la creazione di nuovi lavori riducendo le giornate lavorative; rendere più difficoltosa la promozione dei prodotti provenienti dal sovra-sfruttamento agricolo e della natura»… E ancora: «Rilocalizzare l’economia per diminuire la distanza tra i centri di produzione e i consumatori è un’altra misura chiave».

Non è la prima volta, naturalmente, che scienziati e accademici dicono cose allarmate sul clima ecc. Ma, dice El País, qui c’è una novità: «Il piano della Commissione europea e dei principali Stati membri della Ue per diminuire le emissioni contaminanti, condivide obiettivi con l’articolo di Conservation Letters. La principale differenza è che i suoi autori sostengono la necessità di decrescere in termini di PIL, per costruire una società della “post-crescita”. […] Il nostro lavoro propone di andare oltre la crescita economica, e di smettere di utilizzare il PIL come indicatore guida».

Devo dirlo all’elettricista, che un gruppo di scienziati al massimo livello sono d’accordo con lui quando dice: «Il PIL è una stronzata». Ma credete voi che politici (tutti), media (tutti), industriali (tutti) e “opinion makers” (quasi tutti), intendo quelli che usano la lingua italiana, si accorgeranno di quel che si dice in giro per il mondo? Macché, qui si obbedisce, più che a quello che Ignacio Ramonet aveva battezzato un quarto di secolo fa “pensiero unico”, a una sua evoluzione: il “pensiero suicida”.

E, anche ove i nostri responsabili se ne rendessero conto, farebbero qualcosa per almeno mitigare gli effetti di un’economia che ha trasformato la Valle Padana in una gigantesca camera a gas, per esempio, o per cui si vogliono spendere 15 miliardi circa per distruggere la Valle di Susa con una linea ad alta velocità utile quanto un virus? Mi chiedo: che cosa potrebbe costringerli a smetterla?

Pierluigi Sullo

Pierluigi Sullo, giornalista dal 1974, prima con il “Quotidiano dei lavoratori”; dal 1977 e per 22 anni a “il manifesto” (di cui è stato vicedirettore durante la direzione di Luigi Pintor); dal 1999 e per dodici anni direttore del settimanale “Carta”, di cui è stato co-fondatore. Ha pubblicato diversi libri, tra i quali "Postfuturo", saggio sulla crisi della modernità, il libro collettivo "Calendario della fine del mondo" (2011) e il romanzo "La rivoluzione dei piccoli pianeti" (2018).

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3 Comments on “L’attuale modello di sviluppo, ovvero il “pensiero suicida””

  1. Gentile Pier Luigi
    Volevo solo farle molti complimenti per il suo articolo molto illuminante e appassionato ! Sono un vecchio medico in pensione e da sempre interessata ai problemi dell’ecologia e terrorizzata di lasciare alle mie belle nipoti un mondo che si sta suicidando . Raramente mi é capitato di leggere un così completo riassunto della situazione e delle possibili vie d’uscita ,mi e le auguro di vero cuore che il prestigioso gruppo da lei citato riesca a farsi ascoltare dalla U.E. Grazie per averne diffuso il pensiero . i miei più cordiali saluti Anna

  2. La primissima cosa che ho pensato appena è stata chiara la portata di questa pandemia è che sarebbe stata un’ottima, se non l’unica rimastaci, occasione di rimettere senza pregiudizi sul piatto delle opzioni il tema della decrescita. Derisa, sminuita, negata neanche fosse un tabù, o un discorso da ragazzini, la decrescita è adesso con totale evidenza una delle pochissime vie d’uscita sensate per il vicolo cieco in cui l’umanità si è ficcata. Ma proprio per questo la risposta alla domanda con cui chiude l’articolo è: assolutamente niente. I termini che si usano nei media e nel “dibattito” (che tale non è) pubblico non potrebbero essere più distanti da una totale riconsiderazione del paradigma in cui ci muoviamo. Io non ho alcuna speranza in merito. Le cose si muovono e degradano troppo in fretta perché una seria messa in discussione di tutto possa avere luogo considerando la scarsissima volontà di farlo seriamente che c’è in giro, almeno ai livelli decisionali più alti. Io sono una pessimista, ma ho cercato invano segnali contrari attorno a me in questi due mesi e francamente non ne ho trovati.

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