Per una critica dell’economia politica

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Nei giorni scorsi, l’Ufficio statistico europeo (Eurostat) ha reso note le ultime stime sull’inflazione nella zona euro e in tutta l’Unione. L’inflazione è un indicatore importante per valutare lo stato di salute dell’economia. Se è troppo alta (si parla di inflazione crescente o iperinflazione), mangia il potere d’acquisto di stipendi, salari e pensioni. Ma non è il nostro caso. Al contrario, se è troppo bassa, significa che la gente non spende, perché risparmia o, soprattutto, perché non ha soldi da spendere.

A gennaio, su base annua, l’indice dei prezzi al consumo nei Paesi che adottano la moneta unica ha fatto registrare un +1,4% (+1,7% in Ue-27), ma rispetto al mese precedente c’è stato un crollo dell’1%. Tassi più alti in alcuni Paesi fuori dall’euro (Romania, Polonia, Ungheria), percentuali bassissime, da incombente deflazione, in Italia (+0,4%), Cipro (+0,7%), Danimarca e Portogallo (entrambi + 0,8%). Nel complesso, parliamo di variazioni ancora lontane dal target del 2% fissato a Francoforte. E siamo ben al di sotto dei valori del 2011-2012, anni in cui esplose la cosiddetta «crisi dei debiti sovrani».

Perché, a proposito di questi dati, si può parlare di una débâcle delle teorie monetariste che guidano la politica economica e finanziaria in Europa?

Per rispondere a questa domanda, dobbiamo fare un salto all’indietro di una cinquantina d’anni. Fine anni Sessanta, inizio anni Settanta. Nel mondo occidentale e negli Stati Uniti d’America il cosiddetto “compromesso keynesiano” incominciò a fare i conti con una variabile fino a quel momento trascurata: l’inflazione, appunto. Dopo anni di stabilità dei prezzi in regime di piena occupazione, la crescita “a doppia cifra” di questi ultimi riaccese il dibattito sul controverso rapporto tra prezzi e salari (la cosiddetta “spirale salari-prezzi”). Salari che rincorrevano i prezzi, prezzi che rincorrevano i salari, con tanto di “curve” pronte a dimostrarlo. Bisognava fare qualcosa. Esclusi l’aumento delle tasse, una brusca contrazione del bilancio statale o, addirittura, un intervento diretto sui salari, si scelse di agire dal lato della leva monetaria. Tassi di interesse alti, meno soldi in circolazione, stabilizzazione dei prezzi. Stati Uniti e Gran Bretagna fecero da apripista, altri Paesi seguirono a ruota. Come ha scritto qualcuno, «l’età di John Maynard Keynes cedette il passo all’età di Milton Friedman». I risultati? Un calo dell’inflazione ci fu, ma al prezzo di un crollo degli investimenti pubblici e privati e di un aumento altrettanto significativo della disoccupazione (nel 1982 gli Stati Uniti sperimentarono la più grave recessione dopo quella del 1929). Che poi era il vero risultato agognato, ai fini di un ritorno nei ranghi della dinamica salariale. Più disoccupazione (al suo “tasso naturale”, si dice), maggiore ricattabilità dei lavoratori.

Ancora oggi, persiste un vezzo tra gli economisti: quello di considerare la propria materia una scienza paragonabile alle altre scienze esatte (matematica, fisica, chimica). Anche per questo, da un certo momento in poi, l’econometria, ovvero l’uso della matematica e della statistica per la modellizzazione e l’assiomatizzazione delle relazioni economiche, ha avuto tanto successo. Ma l’economia, per dirla con Alfred Marshall, è «lo studio del genere umano negli affari ordinari della vita». E il tentativo di replicare le relazioni umane in modelli matematici astratti, implicanti l’universalizzazione e il controllo di determinati fenomeni, è soltanto un’illusione (si pensi all’impatto che potrebbe avere l’epidemia da coronavirus sull’economia globale).

Il caso che stiamo esaminando ne è la prova lampante. Se la riduzione dell’inflazione per effetto di una politica monetaria restrittiva avesse una base scientifica, la regola dovrebbe valere anche nella situazione inversa (se non c’è relazione simmetrica e reversibilità, che scienza è?). Tassi al minimo – o addirittura negativi – e grande abbondanza di liquidità per le banche da un lato, aumento scontato dei prezzi al consumo dall’altro.

Ma nel laboratorio europeo non è andata così. Negli ultimi dieci anni, il tasso di interesse della Bce è passato dall’1% allo 0%. Il costo del denaro per le banche oggi è praticamente nullo. Non solo. Dall’11 giugno 2014, le banche devono addirittura pagare per tenere i soldi presso la Bce. E, come se non bastasse, ben tremila miliardi di euro sono stati pompati nel sistema dal 2015 ad oggi, nella forma di acquisto di titoli di Stato e altri assets finanziari sul mercato secondario (dalle banche). Il Quantitative easing, da “arma non convenzionale” è diventato insomma uno strumento permanente della politica monetaria.

Tassi mai così bassi e liquidità a iosa, ma l’inflazione rimane bassa (in Paesi come l’Italia si balla addirittura sul crinale della deflazione). Dove sta l’inghippo? Evidentemente, nell’illusione, ancora, che le sole politiche monetarie possano risolvere un problema di domanda insufficiente («Si può portare il cavallo alla fontana, ma non lo si può convincere a bere»). E che la «teoria quantitativa della moneta» – quella secondo la quale i prezzi generali dei beni e dei servizi sono direttamente proporzionali alla quantità di moneta in circolazione in un determinato momento – abbia solide basi scientifiche.

Ma se i risultati non arrivano, perché si continua a seguire una strada sbagliata? Perché cambiare strada significherebbe, per i sacerdoti del tempio monetarista, ammettere che alcune teorie spacciate in questi anni per verità assolute sono soltanto teorie, per l’appunto. Dottrine maturate in particolari contesti storici, per di più espressioni di ben distinti interessi materiali e di classe. Friedman è stato sconfessato, ma Keynes non è tornato (non parliamo di Marx, che addirittura metterebbe la questione dei prezzi in relazione a quella dello sfruttamento del lavoro vivo). La battaglia è politica, ma anche culturale. La «critica dell’economia politica» è ancora oggi un elemento fondamentale della lotta per il cambiamento.

Luigi Pandolfi

Luigi Pandolfi, laureato in scienze politiche, giornalista pubblicista, scrive di politica ed economia su vari giornali, riviste e web magazine, tra cui "Il Manifesto", "Micromega", "Economia e Politica". Tra i suoi libri più recenti: "Metamorfosi del denaro" (manifestolibri, 2020).

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