Un pianeta proibito: crisi climatica, mito del PIL, diseguaglianza

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In un film di fantascienza del 1956, Il pianeta proibito, si racconta di un pianeta dove approda una spedizione terrestre e in cui un tempo abitava una civiltà aliena superiore. Una civiltà che, però, era scomparsa proprio a causa della sua superiorità, in quanto la tecnologia sviluppata l’aveva fatta andare oltre le proprie possibilità annientandola. Quale migliore paragone con la nostra civiltà, il cui futuro si palesa estremamente incerto proprio in presenza dell’alto livello di tecnologia raggiunto? Senza entrare nel dettaglio del film, interessa mettere in rilievo il parallelismo che si può fare con il nostro pianeta, il quale rischia di diventare un pianeta proibito per la civiltà umana. L’attuale emergenza climatica, infatti, impone una seria riflessione sull’andare oltre i propri limiti. Il cambiamento climatico è esiziale non tanto per la natura quanto per l’uomo. Il pianeta Terra non verrà distrutto dall’uomo. Già 250 milioni di anni fa c’è stato il più grande evento di estinzione di massa con la scomparsa di oltre il 90% delle specie terrestri. Eppure, la vita ha riconquistato spazio, originando specie come i dinosauri che hanno calpestato il suolo terrestre per più di 150 milioni di anni, per poi estinguersi a loro volta. L’homo sapiens è apparso solo 300 mila anni fa.

L’Antropocene, più che caratterizzarsi per la distruzione della vita sulla Terra, si distinguerà per l’estinzione o la drastica riduzione della presenza umana sul pianeta. Quindi, le misure da adottare per evitare un’imminente catastrofe non sono finalizzate alla salvezza del pianeta, ma dell’uomo. Ciò che immagina, in modo distopico, Cormac McCarthy in La strada è accaduto veramente nell’isola di Pasqua, dove gli abitanti, avendo distrutto tutte le risorse dell’isola, sono finiti per mangiarsi tra di loro. La nostra Terra globalizzata, grazie all’accelerazione e alla potenza della tecnica, è diventata una grande isola di Pasqua.

Liberato il dibattito sul tema ambientale da un facile equivoco (la stesso termine “questione ambientale” rischia di essere fuorviante circa lo scopo del dibattito), possiamo cominciare a ragionare sul perché il genere umano, al pari della civiltà aliena del pianeta proibito, stia correndo verso l’autodistruzione.

Una risposta è che si è convinti che il modello di sviluppo e di sfruttamento delle risorse terrestri sia l’unico possibile in quanto non ci sarebbe un sistema economico-sociale alternativo capace di garantire prosperità e benessere a tutti. E questo perché prosperità e benessere vengono identificati con la crescita economica e quindi con il PIL (Prodotto interno lordo), vero idolo da venerare nella civiltà capitalista. Il PIL, in un sistema basato sulla produzione di merci, da mezzo diventa fine giacché ciò che dovrebbe essere valutato con criteri qualitativi – felicità e benessere appunto – viene invece valutato in termini quantitativi, attraverso il possesso di determinate quantità di beni.

Ma osservando il mondo che ci circonda, ci chiediamo se tale sviluppo abbia migliorato la condizione umana. La teoria della disutilità marginale dei beni e dei redditi dovrebbe essere ben nota. Basterà qui accennare al fatto che ogni bene aggiunto al nostro paniere ci provoca un tasso di soddisfazione sempre più basso, quindi la rincorsa al possesso dei beni, chiave di volta per la tenuta del sistema, diviene come una droga che provoca un accenno di soddisfazione al momento dell’acquisto per poi svanire fino all’acquisto successivo. Al pari delle droghe, il consumo di beni diviene il surrogato appagante di una vita sociale che viene depressa e il cui bisogno viene palesato dall’altro fenomeno surrogante dei social media. Oggi tendiamo a concentrarci sulla copia piuttosto che sull’originale.

Come ricorda Tim Jackson (Prosperità senza crescita. I fondamenti dell’economia di domani), uno studio della Banca Mondiale del 2013 ha evidenziato come PIL e GPI (Indicatore di progresso autentico) abbiano cominciato a divergere dagli anni Settanta del secolo scorso; con la crescita del primo decresce il secondo. Un esempio a noi vicino del disaccoppiamento tra PIL e benessere ci viene dal ruolo che scommesse e giochi d’azzardo hanno nell’economia italiana. Come rileva Federico Fubini sul Corriere della sera del 2 febbraio, il mondo delle scommesse rappresenta una delle maggiori voci della crescita italiana, circa il 6% del PIL. L’aumento del fatturato lordo del gioco legale equivale all’aumento del fatturato dell’intera economia nazionale: siamo cresciuti tanto quanto è cresciuto il gioco d’azzardo, non un euro in più. Ma il risvolto tragico del gioco è la ludopatia che colpisce specialmente le fasce più fragili e povere della popolazione: le persone giocano non perché siano ricche e agiate, per passatempo, come vorrebbe una certa recente visione della società signorile di massa, ma perché sono disperate.

Il mantra del PIL ha fatto sì che l’accumulazione sia divenuta fine a sé stessa e obiettivo principale dell’esistenza. L’autorealizzazione dell’individuo e il conseguimento della felicità sono stati confusi con la ricchezza materiale. Qualsiasi stimolo al miglioramento deve essere di natura economica, persino il segnale di far parte della comunità degli eletti, dei predestinati alla vita eterna, è rivelato dalla ricchezza raggiunta; è l’etica protestante del capitalismo, per parafrasare Weber. Possiamo vedere quel momento, che per Weber rappresenta la nascita dell’etica capitalista, come il punto di passaggio da un giudizio di valore basato sulla qualità a uno fondato sulla quantità. Le opere, suscettibili di valutazione qualitativa, non significano più niente ai fini della salvezza. Questa viene dimostrata, invece, dal dato quantitativo del successo materiale raggiunto. Dotato di un’etica mutuata dalla religione, il capitalismo ha fatto della ricchezza un valore fine a se stesso nella vita terrena, sintomo di salvezza eterna. E possiamo anche immaginare che tale visione sia stata il miglior viatico per giustificare la diseguaglianza, quando non il disprezzo per i poveri; quel disprezzo che i repubblicani americani mostrano quando vogliono negare una sanità pubblica gratuita ai ceti meno abbienti. Solo una visione religiosa e millenarista può giustificare tale violenza.

Di fatto le ricchezze, se non distribuite, non servono alle società nel loro complesso, ma a chi le possiede per distinguersi dagli altri. Non sono sintomo di benessere ma di posizione sociale elevata e di prestigio. Di conseguenza, la ricchezza ha valore solo se è in possesso di pochi. Deve produrre diseguaglianza per esistere. Oggi la diseguaglianza ha raggiunto livelli intollerabili per Paesi che si definiscono civili e rappresenta la questione principale di cui l’economia contemporanea, ancora troppo orientata alla chimera del PIL, deve occuparsi. Uno studio del 2009 di Wilkinson e Pickett (La misura dell’anima. Perché le diseguaglianze rendono le società più infelici), dimostra come la maggior parte dei problemi delle società contemporanee, siano esse ricche o povere, sia dato dalla diseguaglianza. Non è tanto la povertà che crea problematiche individuali e sociali come malattie cardiache o tumori, bassa aspettativa di vita, bassa scolarizzazione, uso di droghe, ansia, violenza, alienazione, diffidenza verso il prossimo, alto tasso di popolazione carceraria, quanto la diseguaglianza. Il credo neoliberista del trickle down (o “gocciolamento dall’alto verso il basso”) si è rivelato falso. Non vi è alcuna ragione credibile perché un appartenente agli strati più bassi tragga beneficio dall’arricchimento smisurato di un appartenente allo strato più alto. Anzi, vengono innescati meccanismi perversi che portano a trarre una conclusione opposta. Basterebbe mettere a confronto Paesi come la Svezia e il Giappone da una parte, entrambi con bassissimo tasso di diseguaglianza, con gli Stati Uniti, tra le nazioni più diseguali al mondo, per evincere che i primi non hanno nulla da invidiare ai secondi, tutt’altro.

Oggi abbiamo raggiunto un livello di ricchezza e tecnologia mai registrati in passato. Eppure, sembra che, a livello planetario, si abbia un livello di infelicità, malessere, atrocità altrettanto ineguagliato. Da una parte, abbiamo società sviluppate economicamente che sono altamente competitive e diseguali al loro interno, dall’altra Paesi dilaniati da guerre, povertà e fame. Poiché non è errato pensare che, direttamente o indirettamente, l’Occidente capitalista controlla gran parte del mondo, possiamo affermare che lo sviluppo dei Paesi occidentali è marchiato da due tare: da un malessere all’interno di tali società e da uno sfruttamento del resto del mondo che porta a guerre e violenza. In sostanza il sistema non aiuta né chi lo promuove né tantomeno chi lo subisce.

Se dovessimo fare un bilancio del sistema economico-sociale in cui siamo immersi, questo sarebbe tragicamente negativo. Abbiamo ottenuto, almeno nei cosiddetti Paesi sviluppati, dei traguardi come una vita più libera dalle ristrettezze materiali, maggiore libertà dalle privazioni, un’aspettativa di vita più lunga e un’alta capacità di far fronte alle malattie. Ma, come contraltare, siamo diventati schiavi di bisogni creati artificialmente, annullando quella libertà che credevamo di avere raggiunto. Quello che sembrava essere risolto è tornato prepotentemente ad angustiarci. La crisi del 2008 (crisi finanziaria, quindi rappresentazione icastica dei disastri causati dalla ricerca smodata della ricchezza) ha mostrato la fragilità di un modello che palesava difficoltà già negli anni Venti del secolo scorso e del quale il keynesismo ha rappresentato la stampella sinistra. Il fatto è che, anche alla luce della crisi climatica, l’attuale paradigma basato sul consumo di merci inutili è fallimentare, un falso mito di benessere. Il benessere si compone di altri fattori. Probabilmente le comunità di cacciatori raccoglitori esistenti in Africa, Sud America e Australia sono più felici di noi: vere società opulente, come le ha definite l’antropologo Marshall Sahlins, giacché l’opulenza può essere raggiunta aumentando la produzione o abbassando le esigenze.

Alla luce di queste considerazioni la locuzione “decrescita felice” (che, ricordiamolo, ha le sue premesse nella questione ambientale) ha un senso. Senz’altro occorre rimodulare la società e l’economia su altri valori che non siano il possesso di merci o il mito della crescita del PIL. Certo è che, finché ci sarà competizione all’interno e tra gli Stati, finché si penserà in termini di nazioni e non di umanità, non ci potrà essere prosperità. Per questo la crisi climatica, che funge da elemento amplificante di tutte le contraddizioni del sistema, può essere foriera di una catastrofe oppure lo stimolo per un cambiamento epocale a livello planetario. Ma, per andare nel senso del cambiamento, bisogna innescare una battaglia culturale che costituisca una rivoluzione copernicana nella visione della vita. Vita che si fonda su questa Terra e non può prescinderne.

Fabrizio Venafro

Fabrizio Venafro, laureato in scienze politiche, studia la società contemporanea sotto il profilo socio economico, con taglio interdisciplinare.

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